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«Si riconoscano le infiltrazioni nella Multiservizi o gli atti tornino in Procura»

REGGIO CALABRIA Annullare la sentenza di primo grado e restituire gli atti al pm in modo da armonizzare il giudicato del filone ordinario con quello dell’abbreviato, reso definitivo dalla pronuncia…

Pubblicato il: 10/02/2016 – 16:16
«Si riconoscano le infiltrazioni nella Multiservizi o gli atti tornino in Procura»

REGGIO CALABRIA Annullare la sentenza di primo grado e restituire gli atti al pm in modo da armonizzare il giudicato del filone ordinario con quello dell’abbreviato, reso definitivo dalla pronuncia della Cassazione, o in subordine, confermare tutte le condanne emesse in primo grado da Tribunale di Reggio Calabria, perché la prova formata in dibattimento ha superato quanto di differente emerso in abbreviato. Sono queste le articolate richieste con cui il pg Domenico Galletta ha concluso la requisitoria al processo d’appello “Archi-Astrea”, scaturito dall’indagine che ha svelato come i Tegano si sarebbero impadroniti di Multiservizi, la principale municipalizzata della città dello Stretto. 

UN NODO DA SCIOGLIERE O almeno, questo è quanto il pm Giuseppe Lombardo ha teorizzato e i giudici dell’ordinario hanno confermato, mentre su sollecitazione dall’allora pg Ezio Arcadi, la Corte d’appello di Reggio ha interpretato in maniera difforme il filone finito in abbreviato. I giudici, pur riconoscendo una gestione di tipo mafioso per Multiservizi, non hanno ravvisato sufficienti elementi per ricondurla alla strategia del clan Tegano. Per questo, gli atti relativi alla posizione dell’ex direttore operativo Giuseppe Rechichi e a quella di Zumbo, ad essa strettamente collegata, erano stati restituiti alla procura nel giugno 2014. Una pronuncia poi entrata nel procedimento di primo grado e superata da quanto emerso in dibattimento, se è vero che il Tribunale, come richiesto dal pm Lombardo, fra gli altri ha condannato il boss Giovanni Tegano e Carmelo Barbaro, così come i colletti bianchi che a loro rispondevano – Rosario Rechichi, fratello dell’ex direttore operativo di Multiservizi, e Maurizio e Antonio Lavilla – per aver infiltrato la municipalizzata. Per quel collegio, è stata dunque provato in maniera chiara e cristallina che i Tegano hanno messo le mani sulla maggiore società mista del Comune di Reggio Calabria, trasformandola in “cosa loro”.

RICHIESTE ARTICOLATE A fronte di questa articolata situazione, il pg Galletta ha messo la Corte d’appello chiamata a giudicare il filone ordinario di fronte a due opzioni: rimettere tutto nelle mani del pm Lombardo o dare per superata la discrasia dei due giudicati grazie all’integrazione istruttoria emersa in dibattimento, dunque confermare le condanne comminate in primo grado dal Tribunale. Nel luglio 2014, i giudici avevano assolto Michele Franco, i figli di Giuseppe Rechichi, Antonio e Giovanni Rehichi, e Roberto Emo, cognato dell’ex talpa dei servizi Giovanni Zumbo. Condanne, anche severe, erano invece state emesse a carico di Domenico Polimeni (12 anni), Silvio Giuseppe Candido (15 anni e 2mila euro di multa), del boss Giovanni Tegano (11 anni e 2mila euro di multa), del suo uomo di fiducia, Carmelo Barbaro (9 anni 6 mesi e 2mila), di Rosario Rechichi (6 anni e 6 mesi più 2mila euro di multa), e dei fratelli Maurizio e Antonio Lavilla (5 anni e 6 mesi).

L’INDAGINE Una decisione arrivata al termine di un dibattimento lungo e complesso, scaturito da un’indagine strutturata che ha svelato come il clan Tegano si sia per anni celato all’interno della compagine sociale della società mista Multiservizi, grazie al supporto di compiacenti prestanome che nel tempo si sono avvicendati alla guida delle società schermo del clan. Una verità che diversi pentiti – Giovambattista Fracapane, Paolo Iannò – avevano, nel corso degli anni già affermato, ricostruendo con sicurezza la mappa delle società del Comune finite in mano alle cosche, ma alla quale l’indagine condotta dalla Dda di Reggio Calabria, fornisce riscontri concreti. Riscontri che chiamano in causa quella cosiddetta “borghesia mafiosa” che ha permesso alla ‘ndrangheta di accedere al cuore economico della città: la pubblica amministrazione e il giro d’affari che attorno ad essa ruota. Protetti da un sistema complesso di scatole cinesi, i boss anche dal carcere avrebbero continuato a tenere saldamente in mano le redini delle imprese partner della Multiservizi. O meglio dell’impresa. Perché le società Com.Edil Srl, Si.Ca srl e Rec.im Srl, nonostante negli anni abbiano formalmente cambiato nomi e proprietari, da sempre – dicono le risultanze investigative – risponderebbero a una medesima identità economica e gestionale, quella del clan Tegano. Del resto, Giovanni Tegano, l’anziano boss da tempo in carcere, poteva infatti disporre non solo di picciotti e gregari, come i Lavilla o i Rechichi, che si sarebbero tramandati la fedeltà e il ruolo da prestanome del clan. Ma anche e soprattutto, di quei professionisti che hanno costruito il labirinto contabile utile per lungo tempo a depistare gli investigatori.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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