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Conflenti, tra i migranti «solitudine e abbandono»

CONFLENTI «Senso di abbandono, di solitudine, lo sfinimento di lunghe giornate che si susseguono le une uguali alle altre». È questa l’atmosfera comune che si registra all’interno dei Centri straor…

Pubblicato il: 17/02/2016 – 17:49
Conflenti, tra i migranti «solitudine e abbandono»

CONFLENTI «Senso di abbandono, di solitudine, lo sfinimento di lunghe giornate che si susseguono le une uguali alle altre». È questa l’atmosfera comune che si registra all’interno dei Centri straordinari di accoglienza della Calabria. Un’atmosfera che i volontari della campagna “LasciateCIEntrare” hanno imparato a riconoscere nei Cas che stanno monitorando in tutta la regione. Ultimo, in ordine di tempo, ad essere visitato è il centro di Conflenti dove il 15 aprile del 2015 sono stati trasferiti oltre 30 migranti di nazionalità nigeriana, ghanese, maliana. Qui ci sono due strutture di proprietà dell’Asl e del Comune, come ha riferito ai volontari un operatore della struttura.

STRUTTURE FATISCENTI «Attualmente, nello stabile di proprietà dell’Asl (ex casa-famiglia) sono ospitate 21 persone, tra cui due minori, la piccola P. di tre anni e un ragazzo di 17 anni: in tutto i minori incontrati all’interno di entrambe le strutture sono 4, in barba a tutte le convenzioni e regolamenti europei a tutela dei diritti dei minori», rilevano i volontari. «In tale struttura, le camere sono umide e, mentre alcune hanno il bagno all’interno, per otto persone lavarsi diventa difficile in considerazione della mancanza di una doccia nel bagno comune che devono utilizzare». «La struttura di proprietà del Comune, invece, a una decina di metri di distanza, sorge su un mattonificio tuttora funzionante, esponendo le persone accolte nel centro a rischio inalatorio di polveri contenenti silice con gravissime conseguenze per la salute. Secondo quanto riferito dall’operatore con il quale abbiamo parlato, prima dell’apertura della struttura di accoglienza, numerosi controlli sono stati effettuati da Asl, Questura, Prefettura, Vigili del fuoco, Carabinieri. Evidentemente nessuno ha pensato al fatto che un ex centro per l’artigianato, quindi non pensato come struttura residenziale, non potesse essere idoneo all’accoglienza di esseri umani. E così, si sono creati dei piccoli bagni e delle stanze entro cui dormono le 13 persone accolte, senza alcun impianto di riscaldamento». Il Cas di Conflenti è gestito dalla cooperativa “Malgrado Tutto” che, come ha riferito l’operatore con cui i volontari hanno parlato, «alla ricerca di una realtà locale che potesse gestire fattivamente il centro per proprio conto, ha contattato la sedicente Onlus “Amici per la pelle”, di cui pochi in paese hanno sentito parlare». Tra l’altro, «la Onlus locale, secondo quanto riferito dall’operatore, senza ancora ricevere alcun rimborso dalla “Malgrado Tutto”, ha cercato di rimediare a tale inconveniente comprando delle piccolissime stufe elettriche che risultano assolutamente inutili a riscaldare un ambiente umido e freddo come quello in cui si ritrovano a vivere».

ABBANDONO E MANCANZA DI UN SUPPORTO PSICOLOGICO Ma la delegazione di LasciateCIEntrare – composta dall’attivista Luca Mannarino, Yasmine Accardo dell’associazione Garibaldi 101, Eugenio Naccarato, responsabile Amnesty International per la circoscrizione Calabria ed Emilia Corea dell’associazione La Kasbah – non ha riscontrato solo problemi tecnici nel centro. Le carenze sono tante, scrivono: «Le persone con le quali abbiamo parlato lamentano, dunque, una serie di mancanze: dall’abbigliamento per proteggersi dal freddo (l’operatore ci conferma che vestiti e coperte sono stati donati dagli abitanti del paese, mentre la “Malgrado Tutto” avrebbe fornito solo il kit di prima accoglienza che include sapone, dentifricio, rasoio, spazzolino, ciabatte e altro), alla mancanza dei corsi di italiano, al cibo insufficiente. Ci mostrano le dispense, desolatamente vuote, se non per la presenza di alcuni pacchi di pasta e biscotti del banco alimentare». Manca anche il supporto umano: «All’interno delle strutture, mediatore culturale e assistente sociale fanno la loro apparizione solo due volte a settimana per un’ora al giorno – racconta ancora l’operatore –. Uno psicologo non ha mai varcato la soglia dei due stabili, secondo quanto riferito dai richiedenti asilo e dalla persona con la quale abbiamo parlato. Gli unici che si vedono sono gli operatori dell’associazione “Amici per la pelle” che portano loro il cibo una volta al giorno. Il pocket-money non viene erogato ormai da quattro mesi ed è stata data loro una sola scheda telefonica di 15 euro per chiamate internazionali al momento dell’arrivo. La Prefettura pare abbia fatto tre controlli all’interno delle strutture senza, però, ravvisare l’inadeguatezza delle stesse, delle condizioni in cui le persone ospitate vivono e la presenza dei quattro minori di cui abbiamo raccontato (e di cui, riferisce l’operatore, sono informati anche l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e Save the Children)». «Tutte le persone ospitate lamentano il senso di abbandono, di solitudine, lo sfinimento di lunghe giornate che si susseguono le une uguali alle altre passate all’ombra di un mattonificio, persone trafitte dal dramma della migrazione forzata, incastrate all’interno di un sistema di protezione che da un lato controlla, regolamenta e decide delle vite dei richiedenti asilo e dall’altro li sottopone a una sofferenza “straordinaria”, confinando la loro quotidianità all’interno di strutture “ombra”, legittimando forme di violenza psicologica, strutturale e istituzionale».

L’INCONTRO CON LA PICCOLA P. «Una strada lunga e tortuosa porta fino al paese dove all’arrivo abbiamo incontrato una processione di migranti carichi di bottiglie e fiaschi di acqua raccolta alla fonte principale, ed è qui che abbiamo incrociato i profondi occhi neri di P., una minore di tre anni in braccio al suo papà la quale ci guarda con un misto di curiosità e di timore prima di regalarci uno splendido sorriso. La piccola respira a fatica, gli occhietti lucidi testimoniano lo stato influenzale, così come ci conferma più tardi il padre». Dopo la segnalazione dei volontari, il Garante per l’infanzia, Marilina Intrieri, ha fatto in modo che la piccola P. e suo padre venissero trasferiti nel programma Sprar di Riace.

ale. tru.

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