Lamezia, la “casa invisibile” nel fortino dei Torcasio diventata presidio sociale. «Si possono fare cose giuste a viso aperto»
Nel bene confiscato ai clan il centro “Pensieri e parole”, dedicato a ludopatia, accoglienza e integrazione. Don Giacomo Panizza: «Regaliamo alla città meno paura»

LAMEZIA TERME Due luoghi diversi, due storie parallele, un unico filo: trasformare beni confiscati alla criminalità organizzata in spazi di servizio, ascolto e dignità. Dando, al tempo stesso, un segnale forte contro i clan di ’ndrangheta a Lamezia Terme. Da una parte il centro “Pensieri e parole”, in via dei Bizantini 97-101, nel cuore di quello che per decenni è stato considerato il fortino dei Torcasio, dedicato al contrasto alla ludopatia e allo sportello per il sistema di accoglienza e integrazione per adulti e minori. Dall’altra un secondo presidio sociale, in via Sebastiano Guzzi 70, destinato a donne vittime di violenza, soggetti vulnerabili e ragazzi “speciali”. Due beni restituiti alla città. Due storie che raccontano come un luogo sottratto al potere criminale possa diventare spazio di cura, lavoro e responsabilità civile.
Il bene sottratto ai Torcasio
A rendere ancora più potente il valore simbolico di questa restituzione è la storia stessa di quei luoghi. Il centro “Pensieri e parole” nasce infatti in un bene sottratto al clan Torcasio, in un’area che per anni ha portato addosso il peso della presenza mafiosa e della paura. Sono gli anni dei primi Duemila, quelli degli agguati, delle intimidazioni e della ferocia della ’ndrangheta lametina. Anni in cui il controllo del territorio passava anche dai luoghi, dalle case, dagli spazi resi inaccessibili alla comunità e consegnati al potere criminale. Quel bene, oggi diventato presidio sociale, si trova ancora a pochi passi da quella storia. Ed è proprio per questo che la sua riconversione assume un significato ancora più netto: entrare lì, restarci, aprirlo alla città ha voluto dire sfidare non solo un passato criminale, ma anche una paura rimasta a lungo dentro le mura e nelle strade intorno.


I primi passi storici per la città
È don Giacomo Panizza a ricordare il peso di quel passaggio “storico” per la città di Lamezia Terme. «Questa casa, pur stando all’ingresso della città, era invisibile. Inesistente», racconta. Non perché mancasse fisicamente, ma perché nessuno la vedeva davvero come spazio pubblico, come luogo da restituire, come bene comune. «Il tema della criminalità organizzata – spiega – non tocca le piccole cose: tocca anche le case grandi». E quella casa, per anni, era rimasta il simbolo concreto di un potere capace di occupare i luoghi e cancellarne la funzione civile. La svolta arrivò quando un prefetto si accorse che a Lamezia c’erano diversi beni confiscati e pochissime richieste per utilizzarli. La Comunità Progetto Sud, invece, aveva già promosso una raccolta firme per l’uso sociale di quegli immobili. «Quel prefetto – ricorda don Giacomo – mi disse che tanta gente chiedeva le case confiscate, ma quando lui consegnava le chiavi gliele riportavano in giornata». Poi la proposta: cominciare proprio da quella più difficile, dalla casa «più pericolosa». Perché, se fosse stato possibile entrare lì, sarebbe stato più facile aprire la strada anche agli altri beni confiscati. «Era una bella idea, una strategia», dice Panizza. Ma il rischio, concretamente, sarebbe ricaduto su chi quella soglia avrebbe dovuto attraversarla per primo.

«La possibilità di avere meno paura»
La prima sfida fu perfino materiale: entrare, cambiare le serrature, rendere accessibile ciò che per anni era rimasto chiuso alla città. «Abbiamo cominciato con tante difficoltà», ricorda don Giacomo. Il bene confiscato non era soltanto un immobile da sistemare. Era un luogo carico di presenze, di segni, di intimidazioni. «Poi mi dissero che mi avrebbero ucciso – racconta – e il prefetto mi mise la scorta, un programma di protezione». La restituzione alla collettività, insomma, non fu un passaggio burocratico. Fu una scelta di esposizione, personale e comunitaria. Panizza ricorda di aver detto al prefetto che, prima di accettare, avrebbe dovuto confrontarsi con la sua «famiglia numerosa», la Comunità Progetto Sud. La risposta arrivò da due donne, Nunzia ed Emma, capaci di trasformare la paura in una dichiarazione di responsabilità: «Noi andiamo lì e regaliamo alla città la possibilità di avere meno paura». Una frase che ancora oggi restituisce il senso più profondo di quella scelta. Non solo occupare uno spazio sottratto ai clan, ma liberarlo dalla paura, rimetterlo dentro la vita ordinaria della comunità. Da allora quel luogo ha continuato a cambiare pelle. Non cancellando del tutto la propria storia, ma attraversandola. «Pian piano abbiamo cominciato ad abitare questi spazi, a lavorare con dignità», dice don Giacomo Panizza. Alcuni segni del passato, racconta, sono rimasti: tracce di violenza, intimidazioni, ferite sulle mura. «Io non volevo cancellare tutto, perché anche quei segni raccontano una storia». La storia di un potere criminale che aveva trasformato un bene in presidio di dominio, e di una comunità che ha scelto di farne un presidio di diritti.
Venticinque anni dopo
Oggi il centro “Pensieri e parole” è destinato al contrasto alla ludopatia e allo sportello per il sistema di accoglienza e integrazione per adulti e minori. Ma nelle parole di Panizza la funzione sociale non cancella il valore simbolico. Lo rafforza. «Qui lavorano 28 persone», sottolinea. Ci sono attività con i minori, con le persone con disabilità, percorsi di accompagnamento e di cura. «Sono 28 persone che non sono partite», aggiunge. Perché anche questo, in una terra segnata dall’emigrazione e dalla fatica di restare, diventa un fatto politico e civile: creare lavoro, servizio, dignità, presenza. Il punto, per don Giacomo, resta quello di venticinque anni fa: dimostrare che una città può scegliere da che parte stare. «Una città, con le sue istituzioni, può fare cose giuste a viso aperto», dice. E poi la frase che sembra chiudere il cerchio di una storia iniziata tra serrature da cambiare, minacce e paura: «Si possono fare cose giuste, e le cose giuste sono anche belle». (redazione@corrierecal.it)
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