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La pax fallita tra Piscopisani e Patania

CATANZARO La pace tra i Piscopisani e i Patania non trovò mai modo di attecchire. Come una spina, tra i due gruppi si era insediato Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”. Lo ha raccontato in aula di…

Pubblicato il: 18/02/2016 – 19:57
La pax fallita tra Piscopisani e Patania

CATANZARO La pace tra i Piscopisani e i Patania non trovò mai modo di attecchire. Come una spina, tra i due gruppi si era insediato Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”. Lo ha raccontato in aula di corte d’Assise a Catanzaro – nel corso del processo sugli omicidi della faida vibonese Piscopisani-Patania –, Raffaele Moscato, collaboratore di giustizia con un passato da killer. Moscato dice di sé: «Appartengo alla cosca dei Piscopisani da quando ero ragazzo. Il battesimo l’ho avuto nel 2010. Alla fine ho avuto la dote del Vangelo nella società maggiore che vuol dire che potevo prendere decisioni autonomamente». Moscato collabora dal marzo 2015 dopo l’arresto per l’omicidio di Fortunato Patania, capo storico della famiglia, la cui morte portò a una faida cruenta che oggi fa contare cinque omicidi e sei tentati omicidi.
Eppure, secondo quello che ha raccontato giovedì in aula Moscato, subito dopo l’omicidio del boss, ai Piscopisani cominciarono ad arrivare delle ‘mbasciate, delle profferte di pace da parte dei Patania. In un secondo momento il clan seppe che ad allontare la possibilità di un “armistizio” era stato Pantaleone Mancuso, assicurando ai Patania forze e armi contro la cosca rivale.
«E voi come lo avete saputo?», chiede il sostituto procuratore della Dda Camillo Falvo. Moscato afferma che c’era gente dei Patania che andava a parlare coi Piscopisani. Mancuso non voleva che i suoi interessi nel Vibonese e le sue zone d’estorsione potessero essere insidiate dai Piscopisani. Moscato indica, come eminenza grigia, solo “Scarpuni”, lasciando fuori gli altri Mancuso.
Così cade questa seconda potenziale pace tra i due gruppi. Il primo tentativo, vano, prima che la guerra vera e propria esplodesse, era stato tentato dal vecchio Salvatore Patania.

LA MORTE DI FIORILLO E LA FAIDA Lo scontro nasce a settembre 2011 quando viene ucciso a Piscopio Michele Mario Fiorillo. La ragione è una questione di terreni e animali. Fiorillo non appartiene a nessun clan ma è nipote di Michele Fiorillo, uomo vicino a Rosario Battaglia, dei Piscopisani. E Battaglia non sopporta che nel suo territorio i Patania si siano introdotti per mettere in atto le loro vendette. A meno di 48 ore dall’omicidio, mentre si celebravano i funerali della vittima, l’onta viene lavata col sangue di Fortunato Patania, detto Nato, capobastone di Stefanaconi.
Da quel momento, con la pace venuta meno, il piombo comincia a infuocare l’aria nel vibonese. Dieci mesi violenti, quelli tra il 2011 e il 2012 che contarono la morte, a febbraio 2012, di Giuseppe Matina, dei Patania (già scampato a un agguato a dicembre 2011); Francesco Scrugli, alleato dei Piscopisani, ucciso a marzo 2012 dopo essere scampato a un agguato un mese prima, e Davide Fortuna, dei Piscopisani, ucciso sulla spiaggia di Vibo mentre si trovava in compagnia della moglie e delle due figlie. La morte, in quei mesi, aveva sfiorato anche Battaglia e lo stesso Moscato.

L’OMICIDIO MANCATO DI SCARPUNI Collegato in videoconferenza, Raffaele Moscato ribadisce quanto già emerso dai suoi verbali di interrogatorio. La cosca aveva deciso che Pantaleone Mancuso, il grande alleato dei Patania, doveva morire. L’incontro per decidere di ucciderlo avviene a Vibo, in una struttura vicina all’Istituto tecnico per geometri. C’erano Scrugli, Battaglia, Moscato, Antonio Campisi e Salvatore Cuturello. L’idea concepita era quella che a Scarpuni venisse tagliata la testa. Un gesto simbolico, come a dire che avevano tagliato la testa al comando di tanti tentacoli. Ma il piano fallì: il giorno designato per la morte di Scarpuni questi non passò dalla strada in cui si erano appostati i killer.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

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