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Un suicidio da archiviare in fretta

C’è una maledetta fretta di archiviare la morte per suicidio di Omar Pace, colonnello della Guardia di finanza in forza alla Direzione investigativa antimafia che si è tolto la vita nel suo ufficio…

Pubblicato il: 15/04/2016 – 15:05
Un suicidio da archiviare in fretta

C’è una maledetta fretta di archiviare la morte per suicidio di Omar Pace, colonnello della Guardia di finanza in forza alla Direzione investigativa antimafia che si è tolto la vita nel suo ufficio sparandosi alla tempia. Quel corpo senza vita crea imbarazzo ai vertici nazionali della Direzione investigativa antimafia e genera diffusi timori. Crea ancora più problemi oggi di quanti non ne avesse provocati fino a ieri con la sua cocciutaggine, la sua trasparenza, il suo idealismo d’altri tempi.
Si è spezzato ma non si è piegato. Ai giornalisti “amici” i vertici mandano, in queste ore, veline rassicuranti: «Omar non ha retto psicologicamente ad alcuni eventi luttuosi che lo avevano recentemente colpito». È un «banale suicidio», rispettiamo la sua memoria «evitando di speculare sopra la sua morte».
«Tutte balle», gridano le voci di dentro. Dentro quella Dia che non è più quella di un tempo. E sui tavoli dei cronisti meno avvezzi a ospitare le veline del “sistema” arrivano dettagliate ricostruzioni di quanto ha dovuto subire in questi ultimi mesi Omar Pace. Segnali chiari perché si “piegasse”. Dal divieto a continuare la docenza nei corsi universitari che gli erano stati assegnati alla diffida a mantenere rapporti con magistrati dei quali era stato fedelissimo quanto prezioso collaboratore.

«È UNA STORIA SBAGLIATA…» Così cantava Fabrizio De André. In questa storia sbagliata Omar Pace ci era finito insieme ad altri due ottimi investigatori: il colonnello Gianfranco Ardizzone, anche lui della Guardia di finanza, e il vicequestore Nando Papaleo, della polizia di Stato. Il primo comandava il centro Dia di Reggio Calabria, il secondo ne era il vice. Quel centro Dia, dopo la stagione memorabile firmata con le inchieste del generale Angiolo Pellegrini, era finito nella melma ed aveva visto i sui vertici arrestati per collusione con la ‘ndrangheta. Doveva recuperare prestigio e credibilità in Calabria, la Dia. Giuseppe Lombardo, magistrato della Dda reggina alle prese con indagini delicatissime sullo snodo ‘ndrangheta-politica-sistemi criminali, decide di dargliene modo e gli affida il più scottante dei suoi fascicoli.
Nasce “l’operazione Breakfast”. È una indagine dove si toccano interessi grossi e personaggi capaci di stroncarti la carriera con un semplice gesto del dito. La segretezza è tutto e l’effetto sorpresa è la chiave unica per il successo dell’operazione. E sorpresa piena sarà: quando gli uomini della Dia fanno irruzione in via Durini a Milano, nessuno li aspetta e nessuno ha modo di correre ai ripari e i database con affari, consulenze, intermediazioni finanziarie, riciclaggio internazionale per conto della politica (Lega Nord) e della ‘ndrangheta (cosche Condello- De Stefano-Tegano). Un lungo filo nero che corre da Milano a La Spezia ma dipanarlo non sarà facile: mancano uomini e mezzi e comincia una lenta ma crescente attività di isolamento del pm Giuseppe Lombardo e dei suoi più stretti collaboratori.
Il primo a partire è proprio il capocentro. Ardizzone viene promosso e mandato a Caltanissetta. Poi tocca al suo vice, Nando Papaleo, che incappa in un “incidente” nella gestione dei rapporti con i legali di alcuni collaboratori di giustizia. Capisce che non è aria e ritorna al corpo d’appartenenza che lo spedisce a dirigere il commissariato di Castrovillari. L’indagine traballa, perde ritmo non si ha neanche modo di visionare il materiale sequestrato. Poi l’arrivo al vertice il prefetto Arturo De Felice consente la ripartenza: una squadra di segugi coordinata da Omar Pace si rimette al lavoro.

«UNA STORIA UN PO’ COMPLICATA…» Continuerebbe a cantare il buon De André. Omar riparte dalla pista di La Spezia che si era fermata dopo avere scoperchiato i traffici della Lega e le malversazioni del suo cassiere, il calabresissimo Francesco Belsito. Danno grave ma tutto sommato tollerabile. Il lavoro investigativo del colonnello Pace, invece, comporterà problemi insopportabili per il sistema criminale finito nel mirino del pm Giuseppe Lombardo. È lui a mettere le mani sull’archivio segreto dell’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola ed è lui a individuare la struttura segreta che avrebbe dovuto gestire la latitanza di pezzi importanti del “sistema” come Marcello Dell’Utri e Amedeo Matacena. Con l’arresto dell’ex ministro Scajola l’attività della Direzione investigativa antimafia tocca il suo apice, riconquista credibilità. Le immagini dell’ex potente inquilino del Viminale che lascia in manette la sede centrale della Dia a Roma fanno il giro del mondo ma provocano anche la preoccupata reazione del “sistema”. Preoccupata reazione che andrà oltre la soglia della continenza quando, proprio grazie all’attività del colonnello Omar Pace, la Dia riuscirà a violare i codici di protezione ed entrare nell’archivio informatico che l’ex ministro dell’Interno si era portato dietro. Stessa sorte, e sempre per mano del colonnello Pace, toccherà ad altro devastante archivio, quello che i coniugi Matacena avevano affidato alle sicure mani della loro segretaria, Mariagrazia Fiordelisi. Contemporaneamente partono nuove intercettazioni telefoniche che “attualizzeranno” l’attività del “sistema criminale” fino ai giorni nostri. Tracciando nuovi assetti in seno alla Lega, mettendo i difficoltà la più stretta cerchia di collaboratori di un altro ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, e lumeggiando la figura di professionisti di origine calabrese trapiantati a Milano e sempre militanti in quella terra di frontiera che corre tra ‘ndrangheta, massoneria, politica e istituzioni.

«UNA STORIA DA RACCONTARE…» Anche qui l’evoluzione è quella messa in versi da De Andrè. La storiaccia alla quale indaga la Dia, ma a questo punto è più corretto dire indagava, torna nella palude. Trova blocchi istituzionali di ogni tipo. La stessa pratica per l’estradizione dell’ex parlamentare Amedeo Matacena dall’esilio dorato di Dubai, si blocca alle porte del pre-consiglio dei ministri. La Commissione parlamentare antimafia fa spallucce: «Abbiamo segnalato al governo… Controlleremo… Torneremo a insistere presso il ministero della Giustizia». E mentre le chiacchiere stanno a zero, la “normalizzazione” va avanti spedita. Allora qualcuno tenta di forzare il blocco facendo arrivare le carte in mano a Marco Lillo, firma di punta de Il Fatto Quotidiano e cronista d’inchiesta che non ha paura di entrare in rotta di collisione con il Potere. Ne vengono fuori articoli dalla portata devastante. Marco Lillo viene indagato e perquisito con l’accusa di ricettazione. Le carte segrete di breakfast finiscono in un libro, “Il potere dei segreti”, che proprio domani verrà distribuito in allegato al Fatto quotidiano. Si cerca la “talpa” e non manca chi tenta di far accusare proprio il colonnello Omar Pace di essere l’informatore. Lillo dirà ai magistrati di aver ricevuto le carte con un plico anonimo inviatogli al giornale. Per il colonnello Pace sono giorni di fuoco. Viene trasferito più volte d’ufficio. Scopre di essere stato pedinato e spiato. Si sfoga con i pochi colleghi dei quali si fida. Parla anche con un suo superiore che cerca di tutelarlo e si adopera per farlo rientrare nel corpo di appartenenza. Ma qualcosa si è irrimediabilmente rotto dentro questo serio, onesto e immacolato servitore dello Stato.
Omar Pace non accetta di cadere sotto il “fuoco amico”. Venerdì scorso l’ultimo scontro con i suoi capi. L’ultima “lavata di testa” arriva alla vigilia della sua deposizione nel processo Scajola e il giorno dopo l’annuncio che le carte di Marco Lillo verranno presto pubblicate integralmente. Resiste ancora poco, poi scrive una lunga lettera. Tre pagine fitte di dati e fatti. Non ci sono nomi ma c’è tutto il resto. Si chiude in ufficio e si toglie la vita sparandosi un colpo con la Beretta d’ordinanza.
Lascia due figli che adorava e una moglie che dipendeva in tutto da lui. Gli sarà costato tantissimo ma ha ugualmente deciso di non sopravvivere oltre ai
tradimenti e alle angherie che le “istituzioni” gli hanno riservato.
Si rassegni chi tenta di archiviare in fretta questa morte. Non gli sarà possibile. Certamente non gli sarà facile.

Paolo Pollichieni
direttore@corrierecal.it

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