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Un colpo di bianchetto contro gli orrori in corsia

REGGIO CALABRIA I pochi camici bianchi presenti nel reparto svuotato dalla magistratura a suon di misure cautelari e interdittive professionali si schierano come un sol uomo con i colleghi. A chiun…

Pubblicato il: 21/04/2016 – 19:53
Un colpo di bianchetto contro gli orrori in corsia

REGGIO CALABRIA I pochi camici bianchi presenti nel reparto svuotato dalla magistratura a suon di misure cautelari e interdittive professionali si schierano come un sol uomo con i colleghi. A chiunque li ascolti dicono «abbiamo salvato vite e ci hanno distrutto un reparto», ma nessuno accetta di essere citato per nome e cognome. Aspettano che dalla direzione sanitaria arrivino istruzioni e rinforzi, protestano per quella che definiscono «un’incomprensibile ingiustizia», ma le loro parole fanno presto ad essere smentite. Dai social network ai bar, alle piazze sono molte le donne che si riconoscono nelle vicende finite al centro dell’indagine “Mala sanitas”, con cui la Procura di Reggio Calabria ha scoperchiato una vera e propria cartiera di false cartelle mediche, costruite per occultare quelle che il gip Antonino Laganà non esita a definire «gravi negligenze professionali» compiute con «assoluta freddezza e indifferenza verso il bene vita».

OBIETTIVO? «PARARSI IL CULO» Neonati uccisi da infezioni banali ed evitabili con un semplice esame, donne brutalizzate o mutilate durante il parto, aborti indotti a dispetto della volontà delle gestanti, bimbi ridotti allo stato vegetativo da interventi maldestri o inadeguati, madri rimaste semi paralizzate.
Ai medici del reparto di ginecologia bastava una passata di bianchetto o semplicemente nascondere la cartella clinica in un armadio per far scomparire errori, negligenze ed omissioni dagli «effetti devastanti e laceranti in ordine al bene prima a nessuno importava. L’essenziale – afferma il gip, utilizzando un’espressione cara al dottore Alessandro Tripodi, principale personaggio dell’inchiesta – era « “pararsi il culo” – anche rispetto ad eventuali “scarichi di responsabilità” da parte di altri colleghi di altri reparti dello stesso ospedale- e per “potersi parare” indispensabile diviene ancora una volta il dominio e la disponibilità della cartella». Un bene primario che bisognava preservare a tutti i costi.

LA GIUNGLA DEL QUINTO PIANO È l’immagine di una vera e propria giungla in cui i medici sembrano muoversi come belve in branco pronti a «ridere dei colleghi “materiali ed incapaci” durante le tragiche vicende occorse». Succede ad esempio quando la dottoressa Francesca Stiriti chiama, quasi trafelata il collega Alessandro Tripodi, per informarlo delle devastanti conseguenze di un cesareo praticato su una paziente. Lo ha eseguito il dottore Salvatore Timpano, ma è stato brutale. Troppo. «Allora quindi questo qua ha ficcato la mano anteriormente, il tessuto era… era cedevole.. e ha scassato tutto, dai». Nell’estrarre il feto, il medico ha divelto il collo dell’utero, finendo per danneggiare vescica ed uretere. «Una cosa pazzesca – dice la dottoressa – mai vista. Anche il primario Vadalà ci mette le mani, perché – dice intercettata un’infermiera – stava andando a finire ad isterectomia. E quello (n.d.r. Timpano) ha cominciato a borbottare, sapete com’è…ci vuole un’altra sala, qua e là…omissis…e ora è venuto, ho chiamato il primario, ha suturato il collo, perché proprio si era sgretolato il collo, cioè, tipo che, si si…si è staccato…omissis…chissà che cazzo ha combinato quel bestia».

LE E’RIMASTO L’UTERO IN MANO E sono vere e proprie risate quelle che accompagnano i commenti di Tripodi e della Stiriti, sorpresi mentre commentano il maldestro intervento con cui le colleghe Musella e Manunzio hanno tentato di rimuovere un carcinoma ad una paziente. «Si sono messi l’altro giorno a fare un’isterectomia per via vaginale, per un carcinoma dell’endometrio. E gli è rimasto l’utero nelle mani», dice sghignazzando Tripodi, di fronte alla stupefatta collega, che dice «gli è restato l’utero nelle mani?».  Per nulla sconvolto, il collega ribatte «Allora! stava morendo la paziente, scioccata». Il dialogo fra i due continua, la dottoressa vuole sapere chi ha fatto il disastro. «La Musella con l’altra professoressa», risponde ironico Tripodi, che continua «alla fine l’ha dovuta aprire Vadalà». E la collega ribatte «ma perchè lei è in grado di fare un’isterectomia per via vaginale?». «Macchè» risponde l’altro. 

LA DITTATURA DEL BRANCO Si limitano a commentare e occultare l’accaduto i medici del medesimo reparto quando per incapacità e imperizia un neonato rimane per cinquantatré minuti senza ossigeno. « non è stato intubato… era in esofago il sondino, era nello stomaco», riferisce un collega a Tripodi. E lui è feroce «Vabbè loro cercheranno di occultare il fatto che non sono riusciti ad intubarlo…..Ma lui si è depresso, non si è adattato, andava intubato subito… Speriamo che non abbia danni anche se lui… coso dice che ha ipertono. Mah, speriamo di no, comunque, cazzi loro! Noi sicuramente non c’entriamo niente». Da allora quel bimbo è in stato vegetativo, ma ai medici non importa. Devono salvaguardare il proprio nome e la propria carriera. E il primo pensiero va alla tutela della cartella clinica. Deve essere assolutamente recuperata. Tripodi ordina, Sorace esegue. « Allora, tu lo sai che fai? Gli devi dire: “Guarda, non ti dispiacere” a chi è di turno là, devi dire “se non vi serve la cartella ci… ci serve a noi…. perché dobbiamo… nominarla perché abbiamo la paziente ricoverata”. Perché ora sicuramente cercheranno di pararsi il culo loro, no?! ».

MUTUA OMERTA’ In altri casi, è una coltre di reciproca e interessata omertà basata su di «un clima di “reciproco sospetto” nel timore di essere “rispettivamente fregati”» a mettere tutto a tacere. È quello che è successo nel caso di Angela Andreina Ciancia, mamma quarantenne, che non solo ha quasi perso la vita durante il parto, ma ha dovuto subire l’asportazione dell’utero e gravi danni neurologici. In seguito ad una tardiva diagnosi di placenta previa centrale, la donna per mesi ha sofferto di continue emorragie, scambiate regolarmente per una vaginite. Complicanze scoperte solo in prossimità del parto, ma poco o nulla considerate quando la donna è stata messa sul tavolo operatorio.

«AIUTO, I GIORNALI» «Hanno tolto il bambino… tutto a posto, non perdeva neanche una goccia di sangue – racconta uno dei medici presenti all’operazione – quando “vanno a togliere sta placenta piano, piano….ad un certo punto (la donna) se ne va in blocco cardiaco arresto cardiaco». Un’emorragia che sarà causa di una gravissima crisi cardiaca, a cui nessuno era preparato. La donna non era intubata e l’anestesista in sala ha avuto difficoltà a farlo a crisi in corso. Dal reparto hanno dovuto chiamare d’urgenza altri medici per soccorrere la paziente, ma il danno – emerge dalle conversazioni fra Tripodi e il primario Vadalà – era già stato fatto. «Eh, che stavamo uscendo sui giornali… omissis …Eh, hanno tolto il bambino, tutto a posto, non perdeva neanche una goccia di sangue. Vanno a togliere ‘sta placenta piano, piano ad un certo punto se ne va in blocco… blocco cardiaco, arresto cardiaco la signo… omissis …Sbaglio “numero uno”, perché non hanno intubato la paziente prima». E la crisi è stata gravissima, c’è stato il serio rischio di perdere la paziente « Oh Alessà, ma non sappiamo questo cazzo di cuore quanto tempo è stato fermo, là… ancora insisti? Là non si è capito un cazzoo! Là non si è capito niente!», dice spazientito il primario.

L’ACCORDO A crisi superata, nonostante i gravissimi danni neurologici riportati dalla paziente, il problema per i medici dei reparti di Ginecologia e Anestesia è uno. Sistemare le cose perché nessuno debba pagare per gli errori fatti. È il solito Tripodi ad arrivare con la “buona novella”. «Vabbò, senti qua una cosa: vedi che, in pratica, ho parlato con Santamaria per farmi spiegare per bene! Ma siccome c’era, c’era pure mio zio mi dice: “La vuoi sapere la verità? è stata la spinale. Non dite niente a nessuno”. Musitano ha capito tutto, gi
à mi ha chiamato… hanno fatto una riunione pure tutti fra di loro. Dice che è stata quella…omissis…e poi dice che l’hanno “smerdiato”, perché non l’ha intubata subito, gliene hanno dette di tutti i colori». Non importa chi abbia sbagliato, non importano i gravi danni riportati dalla paziente. Basta mettersi d’accordo e nessuno si fa male.
NESSUNO DEVE SAPERE E se qualcuno chiede? Il metodo – afferma il gip – è sempre lo stesso «le inermi pazienti che, per dirla sempre con i medici captati, “vengono impapucchiate” sia nel senso che alle stesse, “quando si è interpellati a riguardo”, si dice “una cosa al posto di un’altra” sia che nulla si dice di ciò che realmente è capitato durante l’intervento e/o durante la sofferente degenza delle stesse».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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