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Reparto degli orrori, il settembre nero di Ginecologia

REGGIO CALABRIA Erano stati a lungo attesi. Per loro, probabilmente, erano stati preparati giochi, corredini, culle, passeggini e tutto quello che a un bimbo possa servire. Forse c’erano state trat…

Pubblicato il: 22/04/2016 – 6:46
Reparto degli orrori, il settembre nero di Ginecologia

REGGIO CALABRIA Erano stati a lungo attesi. Per loro, probabilmente, erano stati preparati giochi, corredini, culle, passeggini e tutto quello che a un bimbo possa servire. Forse c’erano state trattative e litigate per scegliere il loro nome, o forse mamma e papà erano arrivati rapidamente ad un accordo. Ma Rosario e Domenico non lo sapranno mai. Il primo è stato ucciso da una meningite tanto fulminante quanto evitabile con una profilassi, il secondo è andato in sofferenza mentre la mamma era in travaglio, ma per oltre ventiquattro ore nessuno le ha fatto un tracciato per assicurarsi che il piccolo stesse bene. Il piccolo è morto di ipossia ancor prima di vedere la luce. E come per Rosario, la sua prima culla è stata una bara. Due casi che nel settembre 2010 hanno fatto parlare a lungo il dottore Alessandro Tripodi, inconsapevole gola profonda del reparto di Ginecologia, fornendo a investigatori ed inquirenti elementi solidi e certi per inchiodare medici e ostetriche responsabili di quei decessi.

LA LUNGA NOTTE DI ROSARIO Quando Rosario è nato stava bene. «Nato perfetto, senza nessun problema» si lagna Tripodi con la moglie quando viene chiamato d’urgenza dal reparto. «Stanotte è stato con la mamma il bambino. Ero passata ieri sera, stavano bene mamma e figlio, gli ho fatto gli auguri, tutto a posto la nottata, fino alle 4.30 andavo avanti ed indietro ed il bimbo è stato in stanza» dice l’ostetrica al dottore che chiede spiegazioni. Ma già in quelle ore, Rosario non stava bene. È la madre stessa a rivelarlo ai pm quando, quattro anni dopo quella notte di settembre, la ascoltano per capire cosa fosse successo. Nonostante sia passato parecchio tempo, la donna è un fiume in piena. Con concitazione crescente, rivive quelle ore in cui è passata dalla felicità alla preoccupazione, fino a sprofondare nel dolore più nero. Quella notte – mette a verbale nel dicembre 2014 – «gliel’ho detto: “Guardi che il bambino non sta bene” e lei dicendo: “No signora ha qualche mal di pancia il bambino”. Dopodiché è arrivata la mattina, la mattina.. eh.. era presto, l’orario non mi ricordo, le sette mi sembra, ma comunque l’orario.. sono andata di nuovo, ho detto: ”Guardi che il bambino non sta bene”, la signora ha detto: “Chiamiamo il nido sopra, la dottoressa”».

NULLA DI GRAVE, ANZI NO. È MENINGITE Basta una visita rapida per capire che il bimbo è grave e deve essere urgentemente ricoverato. Ma alla mamma inizialmente dicono di non preoccuparsi, solo «un po’ febbre». E tanto basta per farla imbestialire. «Ho detto “un po’ di febbre? È da una notte però, è una nottata che chiamo l’infermiera a dirgli che il bambino non sta bene e mi dice che è solo mal di pancia e che non è niente!” cioè se lo prendevano, magari, quella sera il bambino non arrivavamo a questo punto!» racconta ai magistrati con la voce impastata di rabbia e rimpianto. Con la mente, torna alle ore terribili del settembre di qualche anno prima. Il suo bambino viene portato d’urgenza al piano superiore, nel reparto di neonatologia, ma a lei – per ore – nessuno dice niente. Tocca a lei puntare i piedi per salire a vedere il piccolo. «Mi hanno fatto vedere il bambino tutto intubato, tutto pieno di fili, ma tutto, cioè una cosa proprio spaventosa», dice ai pm, prima di ricordare la conversazione avuta subito dopo con l’ostetrica. «Ho detto: “Ma il bambino perché è così, tutto intubato?” e mi fa: “Signora dobbiamo vedere, il bambino ha la febbre forte e non sappiamo, forse una meningite”. “Una meningite?” mi fa: “Sì, una meningite”. “Ma da dove è dovuta questa meningite?”. All’inizio sapete cosa mi hanno detto? Che è una cosa infettiva presa nella sala parto!».

L’ESAME DIMENTICATO In realtà quell’infezione è solo frutto di errori, negligenze e disattenzioni. Nonostante le fosse stato prescritto, alla donna, non è mai stato fatto il tampone vaginale, dunque non è stata sottoposta alla normale profilassi con un banale antibiotico. Lo dice, quasi indignato, il primario di Neonatologia Antonio Nicolò, che apostrofa Tripodi: «Ma questo è gravissimo, questo è una sepsi ..questo, questo di Melicucco, questo è? Questo è un bambino andato, eh! perchè ha una sepsi, ha uno shock sepsico… e ha la meningite e lo shock sepsico… è la sepsi precoce, quindi, è molto verosimile che sia da streptococco». Un batterio che un banale tampone avrebbe potuto e dovuto individuare. Ma quell’esame non è mai stato fatto. Niccolò sembra sconvolto. Al collega ricorda quanto sia importante quell’accertamento, come si debba fare in tempo utile per permettere all’antibiotico di agire prima del parto. Tripodi sa che qualcuno ha sbagliato, lui stesso – racconta al suo primario Vadalà – aveva prescritto alla donna quell’esame in occasione di un precedente ricovero. Però «nella sostanza, le care ostetriche e infermiere, non l’hanno fatto. Capite? Eh, perchè noi, io ed Antonella, non lo abbiamo trovato sul computer». E per un motivo molto semplice: nessuno lo ha fatto.

CI VUOLE DENUNCIARE? NASCONDIAMO LA CARTELLA Ma il problema per Tripodi non è la grave negligenza costata la vita ad un bambino, ma il rischio che i genitori denuncino medici e ostetriche. «Nella sostanza – dice al primario – quando se ne stavano per andare, quella puttana di Occhibelli, la paziente vostra, dice che se n’è andata da questa poveretta qui, che era con le valigie, insomma stavano aspettando per andarsene, e le ha detto denunciateli, denunciateli tanto che vi costa denunciateli». L’ex primario Vadalà non ha dubbi, sa quale sia la soluzione. «Chiama Pina Strati – dice al suo braccio destro – e sta cartella la chiudono in un cassetto». Ma la mamma del piccolo Rosario seguirà comunque il consiglio della donna che le si è avvicinata e che avrebbe dovuto vedere nascere suo figlio qualche giorno prima di lei. Probabilmente perché nei suoi occhi ha riconosciuto la vittima di un identico calvario.

UCCISO DA UN ERRORE Come Rosario, Domenico non ha avuto alcun problema durante i 9 mesi di gestazione. A settembre del 2010, la mamma si era presentata puntuale ad inizio settembre in reparto, per il parto programmato. Ma Domenico non ha visto mai la luce. Quando la donna ha partorito il piccolo era già morto. Il motivo lo spiega il “solito” Tripodi alla dottoressa Manunzio, che aveva seguito la donna nelle prime fasi di travaglio. «Può darsi pure che tu non te ne sia accorta, ma io quello che…penso che ‘sto bambino abbia avuto un problema traumatico… c’è poco da fare, si vede, perché c’è ischemia cerebrale… Hai capito? Se… se non è un fatto anossico come la spieghi quella emorragia? Eh! …omissis…Secondo me, Daniela, è sempre il solito discorso. Cioè in pratica di spingere nella fase.. Si è voluto insistere… e sull’insistenza ha creato il danno traumatico, ha creato l’asfissia, ha creato l’emorragia». Per la dottoressa, la colpa è tutta dell’ostetrica, che avrebbe costretto la donna a sforzarsi per far uscire il feto, ben prima di essere in condizioni di farlo. Tripodi non sembra così convinto, ma le consiglia: «Io ti dico di farti ascoltare, quando sarà, dal Pubblico Ministero… omissis… E gliela carichi per bene a Giovanna Tamiro». A pagare devono essere sempre gli ultimi della fila. Ma la Manunzio non è d’accordo, lei di quella storia non vuole sapere proprio niente.

«NON È MIA PAZIENTE, NON LA DOVEVO ASSISTERE» Qualche ora dopo, fa sapere che il suo nome deve essere cancellato dalla cartella clinica. Tripodi acconsente, ma chiede all’ostetrica di prendere debite contromisure. All’ostetrica ordina: «Non lo fare col bianchetto, tu sbarralo in maniera tale che se succede qualche cosa si possa leggere quello che è scritto sotto». E nel frattempo, rimprovera alla collega di non essersi lavata le mani di fronte alla delicata situazione di una pazi
ente non sua. La Manuzio concorda: «Ho sbagliato – ammette – perchè quando sono andata e ho visto che la testina, effettivamente, era già al piano perineale, io prendo e le dico, vabbè chiamate Vadalà che dobbiamo assistere all’altro parto. Hai capito? Ed, invece, io, come una fessa, mi sono fermata là». Con buona pace del giuramento di Ippocrate.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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