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Reparto degli orrori, tre medici non rispondono al gip

REGGIO CALABRIA I primi tre medici del reparto di Ginecologia e Ostetricia dei Riuniti non hanno aperto bocca di fronte al gip che li ha convocati per l’interrogatorio di garanzia. A presentarsi di…

Pubblicato il: 22/04/2016 – 17:04
Reparto degli orrori, tre medici non rispondono al gip

REGGIO CALABRIA I primi tre medici del reparto di Ginecologia e Ostetricia dei Riuniti non hanno aperto bocca di fronte al gip che li ha convocati per l’interrogatorio di garanzia. A presentarsi di fronte al giudice Antonino Laganà, che attendeva di dare un nome e un volto a quei camici bianchi conosciuti attraverso intercettazioni e valutazioni dei pm, sono stati l’ex primario Filippo Saccà, Daniela Manuzio, nonché l’ex primario Pasquale Vadalà. Ma nessuno di loro ha inteso chiarire la propria posizione. In silenzio sono entrati e in silenzio sono andati via. Per loro i pm Roberto Di Palma e Annamaria Frustaci hanno chiesto e ottenuto gli arresti domiciliari, come pure per l’ex primario facente funzioni Alessandro Tripodi, atteso per il prossimo 28 aprile di fronte al gip. Nipote dell’avvocato Giorgio De Stefano, considerato eminenza grigia dei clan e attualmente detenuto nel supercarcere di Tolmezzo, Tripodi è il personaggio principale dell’inchiesta. Intercettato per qualche mese dagli investigatori nel corso di un’indagine a largo raggio su Gioacchino Campolo, l’ex primario facente funzioni si è convertito in una vera e propria gola profonda del reparto di Ginecologia e Ostetricia. Grazie alle sue agghiaccianti chiacchierate, gli investigatori hanno capito come molti dei casi di malasanità archiviati nel 2010 come «tragica ed imprevedibile fatalità», non fossero altro che grossolani errori medici coperti da un sistema di illegalità strutturale, basato sulla sistematica alterazione delle cartelle cliniche. Ma soprattutto è emerso quel clima di silenzio e omertà che per anni ha nascosto un reparto trasformato in una succursale di una macelleria, in cui – sottolinea il gip nell’ordinanza – «se da una parte non c’è reciproca fiducia nella professionalità e perizia dei colleghi, dall’altra vi è sostanziale “tacito accordo” nel “coprirsi a vicenda”». Al riguardo, il gip Laganà sottolinea che « bisogna rilevare appunto un clima di “condiviso silenzio” che avvince anche i diversi reparti coinvolti nel senso che se tra i colleghi dei medesimi si apprezza l’esistenza di un clima di “reciproco sospetto” nel timore di essere “rispettivamente fregati” dall’altra poi permane un sottofondo “omertoso” una volta ottenuta la garanzia di “essere fuori dal caso”». Chi ha iniziato invece a rompere il muro di silenzio che per anni ha coperto quanto avvenisse al quinto piano dei Riuniti, sono state le donne vittime dei maltrattamenti dei medici e le loro famiglie. Ieri, il procuratore aggiunto Gaetano Paci aveva invitato chiunque si ritenesse vittima delle medesime pratiche scoperchiate dall’inchiesta Mala Sanitas a rivolgersi alla procura. «Siamo convinti – aveva detto ieri in conferenza stampa Paci – che i fatti radiografati in questa vicenda siano solo una parte di quelli avvenuti in quella struttura, per cui invitiamo i cittadini a rivolgersi a noi, perché anche a distanza di tempo, siamo in grado di assicurare giustizia». Oggi, di fronte alle stanze dei pm Di Palma e Frustaci c’era la fila.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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