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La Costituzione i suoi 70 anni li dimostra tutti

Come ogni bella donna (premettendo che lo sono tutte), con il passare del tempo la Costituzione ha bisogno di modificare il proprio look per adeguarsi al mondo che cambia. Ciò al fine di confermare…

Pubblicato il: 11/07/2016 – 13:15
La Costituzione i suoi 70 anni li dimostra tutti

Come ogni bella donna (premettendo che lo sono tutte), con il passare del tempo la Costituzione ha bisogno di modificare il proprio look per adeguarsi al mondo che cambia. Ciò al fine di confermare la sua attrattiva magnificenza ma anche il suo indiscusso ruolo guida per chi detta le regole alla pubblica amministrazione in senso lato. Il suo essere riferimento della legislazione funzionale a rendere esigibili i diritti alla collettività così come di quella posta a rimedio di ciò che non funziona a causa di previsioni costituzionali inadeguate ovvero divenute nel frattempo obsolete.
Nel corretto esercizio di una tale funzione di alta legislazione trova conferma la capacità o meno di un Paese a rendersi tempestivamente protagonista dell’adeguatezza delle proprie leggi, soprattutto di quelle indispensabili a rendere corretto il funzionamento della propria pubblica amministrazione.
La nostra Costituzione – giovane nello spirito e nell’enunciazione dei principi fondamentali che fissano le basi dei diritti e doveri dei cittadini – dimostra tutti i suoi 70 anni di età. Una Carta bellissima nelle sue rughe, testimoni della sua qualificata genetica trasmessa da quei Padri costituenti che, di certo, avrebbero via via preteso la sua attualizzazione alle ricorrenti esigenze sociali, pur di garantire a tutti i diritti di cittadinanza. Non solo. Avrebbero invocato oggi il rimedio agli errori strutturali determinatisi nel percorso legislativo a seguito della revisione del 2001.
Delle trascorse 25 revisioni costituzionali, quest’ultima ha infatti determinato danni insopportabili al vivere civile, attraverso un immobilismo legislativo determinato dagli innumerevoli stop della Consulta all’esercizio improprio della legislazione concorrente. Un campo difficilissimo a frequentarsi a causa di scelte non propriamente felici nell’individuare le materie oggetto di legislazione, di una creatività esageratamente espropriativa di alcune Regioni a voler sempre allargare le proprie competenze e da uno Stato spesso invasivo della potestas regionale.
Ad un tale ricorrente corto circuito occorreva opporre una via d’uscita. L’attuale revisione costituzionale, oggetto dell’esame referendario, offre la soluzione certa. Quantomeno limitatamente al problema evidenziato, tanto da meritare l’espressione di voto favorevole.
Sta agli interessati – invero un po’ troppo liberi sino ad ora di fare e di dire ciò che passa loro per la testa, spesso senza avere contezza del problema in contesa elettorale – organizzare preventivamente le idee per poi sciogliere le fila dei loro eserciti, sempre che ci siano.
Le iniziative pubbliche devono essere ben misurate, ove ci si impegna a dire cose comprensibili ed esaustive, rispettivamente, nei confronti di chi non avvezzo a tali problematiche e di chi invece lo è.
Il No è agguerrito. Politicizza il referendum sino ad esasperarne l’approccio e il risultato, approfittando della contesa caratterizzata da Matteo Renzi. Guai ad affrontare la contesa referendaria «a mani nude» senza le armi del sapere e della comprensibilità.
Buona la scelta del Pd di affidare il coordinamento ad un suo pregiato rappresentante in Parlamento, Demetrio Battaglia. Un tecnico-politico che saprà fare ciò che serve collaborato da Ernesto Magorno, al quale non si può fare pagare il conto di tanti, le responsabilità diffuse della vecchia classe dirigente che costituisce il suo vero tallone di Achille. Sandro Principe, da stamani finalmente libero, potrà contribuire – in attesa di celebrare presto il processo cui ha diritto – al più favorevole esito referendario. Può rappresentare una voce utile alla chiarezza dovuta al quesito sul quale gli elettori dovranno esprimersi.
Per una buona campagna sono importanti le voci. Da questo punto di vista il No, a partecipazione più diffusa, è messo meglio che il Sì. Quest’ultimo conta i comitati piuttosto che mettere in ordine le idee e le cose da dire.
Le ragioni del Sì devono essere le più comprensibili possibili. Occorre opporre ai cittadini un ragionamento logico e stringato, facile ad essere recepito da tutti. Guai ad intellettualizzarlo troppo oppure ad essere trattato con ignoranza.
Le ragioni rispettose della collettività risiedono nel promuovere la nuova carta geografica delle istituzioni locali da disegnarsi con le abolizione delle inutili Province. E ancora di ciò che significa per la gente comune la modifica dell’impianto legislativo.
Ribadisco, senza una scuola per il Sì quest’ultimo è destinato a perdere. Troppi gli esperti del diritto e dell’informazione messi in campo dal No, motivati da ragioni politiche. Le stesse che hanno causato il fiasco alle elezioni amministrative, in Calabria più che altrove.

*Docente Unical

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