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Occupazione, la Calabria è un freno per il Paese

COSENZA Entro il 2020 l’Italia, per stare al passo con l’Europa, dovrà garantire una crescita “inclusiva” creando ben 2,8 milioni di nuovi posti di lavoro e sottraendo circa 2,2 milioni di persone …

Pubblicato il: 23/09/2016 – 9:29
Occupazione, la Calabria è un freno per il Paese

COSENZA Entro il 2020 l’Italia, per stare al passo con l’Europa, dovrà garantire una crescita “inclusiva” creando ben 2,8 milioni di nuovi posti di lavoro e sottraendo circa 2,2 milioni di persone a condizioni di povertà o deprivazione. In altri termini, in coerenza con il Programma nazionale di riforma (Pnr) la cui presentazione annuale per una verifica dei progressi realizzati per raggiungere gli obiettivi nazionali è stata imposta agli Stati membri dall’Unione Europea, l’Italia dovrà perseguire due obiettivi prioritari: portare il tasso di occupazione degli individui di età compresa tra 20 e 64 anni dall’attuale 60,5% ad un minimo del 67% e l’incidenza delle persone a rischio povertà o in condizioni di esclusione sociale sul totale della popolazione dal 28,3% di oggi al 25%.
Per raggiungere l’obiettivo minimo del tasso di occupazione nel 2020, il Nord dovrà crescere dal 69,8% al 76% (+ 6,2 punti percentuali), il Centro dal 65,8% al 71,6% (+5,8 punti percentuali) e, infine, il Mezzogiorno dal 46,1% al 56,1% (+10 punti percentuali). In valore assoluto, dovranno esserci circa 1,4 milioni di nuovi occupati al Nord, 570 mila nuovi occupati al Centro e 800 mila nuovi occupati nel Mezzogiorno. Sul versante della lotta alla povertà e all’emarginazione, il Mezzogiorno dovrà puntare ad una riduzione di ben 1,2 milioni di persone a rischio di povertà o esclusione, il Nord di 650 mila individui e, infine, il Centro di 350 mila individui.
Uno scenario correttivo ottenuto ipotizzando che anche le regioni che hanno già conseguito gli obiettivi nazionali previsti dalla Strategia Europa 2020 concorrano a colmare la rilevante distanza delle rimanenti realtà territoriali, concentrate soprattutto nel Mezzogiorno, i cui valori attuali degli indicatori osservati renderebbero pressoché impossibile il raggiungimento dei target europei.
È quanto emerso dalla Nota scientifica “Europa inclusiva. Lo stato di avanzamento delle regioni italiane” realizzata dall’Istituto Demoskopika per monitorare l’andamento dell’occupazione e della povertà rispetto agli obiettivi nazionali previsti dalla Strategia Europa 2020.

«Lo studio oltre a evidenziare un allarmante squilibrio territoriale che rende molto più faticoso il raggiungimento di una maggiore occupazione e di una minore povertà – commenta il presidente dell’Istituto Demoskopika, Raffaele Rio – palesa la scarsa integrazione tra gli strumenti di programmazione regionali e gli obiettivi europei. Uno scollamento che rischia di trasformare gli obiettivi della strategia Europa 2020 da una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile ad una impraticabile, impossibile e irraggiungibile. L’attuale mancanza di differenziazione degli obiettivi e dei target su base regionale, malgrado qualche timido segnale acceso dal Comitato delle regioni quale assemblea dei rappresentati locali dell’Unione Europea, alimenta la percezione dell’inutilità delle strategie comunitarie dalle politiche di sviluppo locale. In altri termini – conclude Raffaele Rio – i decision maker locali rischiano la sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie che, nel tentativo agognato di inseguire il coniglio bianco per comprendere una realtà superiore, si ritrova catapultata in un mondo sotterraneo fatto di paradossi, di assurdità e di obiettivi spesso poco chiari o impossibili».

Occupazione: per Mezzogiorno incolmabile distanza da obiettivo nazionale. Nel 2015, sono otto ancora le regioni italiane abbastanza lontane dal raggiungere il traguardo nazionale fissato per il 2020, sette con una distanza facilmente recuperabile o di poco superiore e sei, infine, le rimanenti realtà territoriali che lo hanno già significativamente superato. Tra le “ritardatarie croniche” figurano tutte le regioni del Mezzogiorno con una distanza da colmare che va da 8,4 ad addirittura 24,9 punti percentuali: Calabria (-24,9%), Campania (-23,9%), Sicilia (-23,6%), Puglia (-20%), Basilicata (-13,9%), Sardegna (-13,5) e Abruzzo (-8,4%).
Nella compagine dei territori “meritevoli”, al contrario, compaiono esclusivamente realtà del Nord con in testa la provincia autonoma di Bolzano che ha già superato di 9,7 punti percentuali l’asticella dell’obiettivo del tasso di occupazione delle donne e degli uomini di età compresa tra 20 e 64 anni fissato al 67%. A seguire la vicina provincia autonoma di Trento (+4,4%), l’Emilia Romagna (+4,2%), la Valle d’Aosta (+3,8%), la Lombardia (+2,8%) e la Toscana (+2,2%).
Tra le regioni “borderline” figurano il Veneto che ha superato l’obiettivo nazionale di soli 1,3 punti percentuali, preceduto dal Piemonte e dal Friuli Venezia Giulia entrambe con tasso di occupazione superiore dell’1,1%, dall’Umbria (+0,6%). Distanza inferiore all’obiettivo nazionale ma prevedibilmente recuperabile, infine, per Liguria (-0,3), Marche (-0,4%) e Lazio (-3,8%).
In questo quadro fortemente dicotomico – precisa la Nota scientifica dell’Istituto Demoskopika – l’ipotesi correttiva più probabile è che anche le regioni “più virtuose” crescano in misura più che significativa trainando l’Italia al traguardo previsto dalla Strategia Europa 2020.
E così, per raggiungere complessivamente l’obiettivo minimo del tasso di occupazione fissato al 67%, la Lombardia dovrà crescere dal 69,8% al 75,8% (+520 mila occupati ), il Lazio dal 63,2% al 70,5% (+290 mila occupati), il Veneto dal 68,3% al 72,9% (+250 mila occupati), l’Emilia Romagna dal 71,2% al 75% (+290 mila occupati), il Piemonte dal 68,1% al 74,3% (+220 mila occupati), la Campania dal 43,1% al 50% (+210 mila occupati), la Sicilia dal 43,4% al 50,4% (+200 mila occupati), la Toscana dal 69,2% al 75% (+150 mila occupati). E, ancora, la Puglia dal 47% al 54,3% (+150 mila occupati), la Liguria dal 66,7% al 74% (+75 mila occupati), le Marche dal 66,6% al 70,4% (+75 mila occupati), la Sardegna dal 53,5% al 61,8% (+72 mila occupati), la Calabria dal 42,1% al 48,3% (+70 mila occupati), il Friuli Venezia Giulia dal 68,1% al 74,9% (+62 mila occupati), l’Abruzzo dal 58,6% al 64,1% (+60 mila occupati), l’Umbria dal 67,6% al 70,3% (+45 mila occupati), la provincia autonoma di Bolzano dal 76,7% all’82,1% (+30 mila occupati), la provincia autonoma di Trento dal 71,4% al 76,4% (+28 mila occupati), la Basilicata dal 53,1% al 61,9% (+25 mila occupati), il Molise dal 53,2% al 60,2% (+15 mila occupati) e, infine, la Valle d’Aosta dal 70,8% al 78,8% (+10 mila occupati).

Povertà dicotomica: si va dal 9,7% della P.A. di Bolzano al 54,4% della Sicilia. Le regioni del Mezzogiorno dovranno sottrarre circa 1,2 milioni di persone a condizioni di povertà o deprivazione per concorrere, insieme al Nord con 650 mila individui e al Centro con 350 mila individui, a raggiungere l’obiettivo europeo di una riduzione di 20 milioni di persone, tarato per l’Italia complessivamente a circa 2,2 milioni di individui. Si tratta di persone a rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali, in situazione di grave deprivazione materiale e che vivono in famiglie a intensità lavorativa molto bassa. In altri termini, risulta necessario abbattere l’incidenza delle persone a rischio povertà o in condizioni di esclusione sociale sul totale della popolazione dal 28,3% di oggi al 25%. Nello scenario tracciato dai ricercatori di Demoskopika a dover compiere lo sforzo maggiore dovranno essere prioritariamente le regioni la cui distanza attuale, in negativo, dall’obiettivo nazionale è più elevata oltre ovviamente, in proporzione, anche a quelle demograficamente più popolose.
In particolare, per raggiungere complessivamente l’obiettivo nazionale, la Campania dovrà ridurre l’incidenza delle persone a rischio povertà o esclusione sul totale della popolazione dal 49% al 42,7% sottraendo circa 360 mila individui dall’emarginazione sociale. A seguire la Sicilia con una riduzione dal 54,4% al 47,4% (-355 mila individui), la Lombardia dal 18,1% al 15,8% (-230 mila individui), la Puglia dal 40,6% al 35,4% (-200 mila individui), il Lazio dal 24,7% al 21,5% (
-185 mila individui), la Calabria dal 43,5% al 37,9% (-110 mila individui), il Piemonte dal 18,8% al 16,4% (-105 mila individui), il Veneto dal 16,9% al 14,7% (-105 mila individui).
E, ancora, l’Emilia Romagna dal 16,4% al 14,3% (-94 mila individui), la Toscana dal 19,2% al 16,7% (-92 mila individui), la Sardegna dal 37,7% al 32,9% (-80 mila individui), la Liguria dal 26,5 al 23,1% (-65 mila individui), l’Abruzzo dal 29,5% al 25,7% (-50 mila individui), le Marche dal 19,6% al 17,1% (-45 mila individui). E, infine, la Basilicata dal 39,6% al 34,5% (-30 mila individui), il Friuli Venezia Giulia dal 16,3% al 14,2% (-30 mila individui), l’Umbria dal 21,9% al 19,1% (-28 mila individui), il Molise dal 40,7% al 35,5% (-15 mila individui), la provincia autonoma di Trento dal 13,6 all’11,9% (-9 mila individui), la provincia autonoma di Bolzano dal 9,7 all’8,5% (-7 mila individui) e la Valle d’Aosta dal 17,5% al 15,3% (- 5 mila individui).

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