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L’amore di chi dice «non me ne vado, nonostante il terremoto»

«Ho paura che Norcia rimanga sola». Non me ne vado, nonostante le scosse! Così ha risposto all’inviato del Giornale Radio un cittadino colpito, come tantissimi altri, dalle ultime scosse di terremoto…

Pubblicato il: 11/11/2016 – 9:38
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«Ho paura che Norcia rimanga sola». Non me ne vado, nonostante le scosse! Così ha risposto all’inviato del Giornale Radio un cittadino colpito, come tantissimi altri, dalle ultime scosse di terremoto. È una risposta che non può non farti sobbalzare dal letto mentre ascoltavi il G.R. Il collega che ha intervistato questo signore, rimasto sconosciuto, alla domanda se aveva deciso di lasciare la sua città per motivi di sicurezza non ha esitato a rispondere in un modo più unico che raro. Questo è amore per la propria terra, questo è attaccamento alle radici che una volta era tipico del Sud, oggi forse non più. Anche nel Centro Italia sconquassato dal terremoto e dalla scossa più forte dal 1980 ad oggi, si sono trovati quanti non vogliono abbandonare le natie sponde. Non è facile, anche per quanti sono costretti a sfollare che, per la protezione civile, proprio funzionante, (anche la Calabria è ancora lì con i propri uomini e mezzi per contribuire non solo con la presenza, ma con le braccia dei nostri concittadini alle indispensabili azioni di aiuto) ammontano ad almeno centomila persone. Una risposta del genere, «non voglio che rimanga sola la mia Norcia», non sarebbe venuta in mente a nessuno. Non se ne andava solo perché legato al paese di origine, ma per non lasciare «sola» Norcia. Toccherebbe a questo signore, la medaglia d’oro dello Stato, per l’originalità e la commovente risposta. Anche a costo di patire altre scosse, Lui sarebbe rimasto lì. Nella sua Norcia natia. Che pure, come abbiamo visto e letto, l’intero stupendo centro storico di Norcia è segnato da crepe e cosparso di macerie. Ed è venuta giù anche la Basilica di San Benedetto. È rimasta in piedi solo la facciata, come una vela al vento sulle navate rase al suolo.
Anche l’eterno colle cantato da Leopardi nell’Infinito si è squassato. Si è aperto uno squarcio e lo scivolamento del colle ha provocato danni irreversibili, ahimè! Ho appena telefonato a Carlotta Tedeschi, mia amica e collega, oggi capo redattore del Giornale Radio, presente puntualmente a tutte le ore a Saxa Rubra, per complimentarmi per il servizio che aveva fatto al giornale delle otto, quello di maggiore ascolto. Eccone alcune parti: «Mentre le nubi di polvere dei crolli si diradavano, apparivano impietose le ferite dei luoghi, le ferite dell’anima inferte a Norcia, le sue antiche mura, che le hanno dato la forma di un piccolo cuore, non sono riuscite a proteggerla. I vigili del fuoco vanno incontro alle suore che fuggono dal loro monastero di clausura, un silenzio surreale accompagna le loro preghiere con i frati benedettini inginocchiati davanti a quel che resta della Basilica di San Benedetto… Una grande bellezza da godere viaggiando nella Val Nerina, salendo su verso le Marche deviando verso Recanati, arrivare all’Ermo Colle lasciando che lo sguardo nei giorni più limpidi arrivi vicino al mare. Il terremoto, però, non ha avuto rispetto di quella memoria, ha aperto grosse crepe nelle mura di quel luogo caro a Giacomo Leopardi ancora in lotta, come il resto di quel cuore dell’Italia, con la natura matrigna»!
E come ho scritto nel mio libro “I diari di mio padre” (ed. Pellegrini): «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, resta ad aspettarti». Uno scritto di Cesare Pavese in “La luna ed i falò”.

*Giornalista

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