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«Scomunichiamo (anche) l’antimafia radical chic in cerca di denaro»

Giancarlo Costabile è un docente dell’Unical in prima fila nella lotta alle mafie. La sua ricerca di una pedagogia antimafiosa lo ha portato ad animare esperienze che, dall’Università della Calabri…

Pubblicato il: 23/06/2017 – 8:19
«Scomunichiamo (anche) l’antimafia radical chic in cerca di denaro»

Giancarlo Costabile è un docente dell’Unical in prima fila nella lotta alle mafie. La sua ricerca di una pedagogia antimafiosa lo ha portato ad animare esperienze che, dall’Università della Calabria, si sono spinte negli angoli ritenuti tra i più bui del Meridione. E in quegli angoli, come Scampia, Costabile e i “suoi” studenti hanno trovato esperienze brillanti di resistenza che nulla hanno a che fare con l’antimafia mainstream. Ospitiamo il suo contributo nel dibattito aperto sul nostro sito, ieri, dall’intervento di Antonino De Masi (che trovate qui). 

Sandro Pertini amava ripetere che libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile. Non ci può essere libertà senza giustizia sociale, come non può esserci vera giustizia sociale senza libertà. Il problema della Calabria e del Meridione è nell’incapacità delle sue classi dirigenti, a partire da scuola e università, di mettere radicalmente in discussione la società della disuguaglianza, che deve essere oggetto di scomunica ideologica.
La lotta alle mafie non può più passare da una generica e astratta educazione alla legalità, termine ambiguo sul piano pedagogico e limitativo sul piano della sperimentazione sociale come don Lorenzo Milani e la Scuola di Barbiana ci hanno insegnato più di cinquant’anni fa. È arrivato il momento di parlare esplicitamente di pedagogia della giustizia sociale e di nuovi diritti di cittadinanza. Le mafie italiane si emancipano dalla sfera criminale, a partire dal 1861, quando diventano esplicitamente linguaggio identitario del potere centrale attraverso il quale è stato gestito il sottosviluppo economico-civile del Mezzogiorno. Dopo il crollo del muro di Berlino, diventano compiutamente il vocabolario del potere globale del capitalismo nella sua fase accumulatrice più violenta: la reificazione dell’essere umano. Se vogliamo davvero costruire un modello educativo di contrasto efficace alla cultura mafiosa, dobbiamo innanzitutto liquidare l’antimafia borghese che si basa su una spasmodica ricerca di denaro pubblico per fini privati (e la Calabria ha fatto scuola in questa direzione), e sull’utilizzo della liturgia fascista nella costruzione di momenti di aggregazione di massa (convegni, manifestazioni di piazza, spettacoli teatrali), che fanno ampio uso della drammatizzazione pubblica per strumentalizzare l’emotività popolare. 
Dobbiamo scomunicare questo modello di società basato sull’iniquità come criterio di selezione sociale. E la Calabria e il Mezzogiorno sono da sempre il grande laboratorio del capitalismo di matrice mafiosa: quello che avvelena i territori, che sfrutta il lavoro dei migranti e dei giovani, che utilizza la corruzione come strumento di consenso sociale. Scomunichiamo la pedagogia dell’inginocchiatoio, e la sua educazione allo stato di minorità delle terre meridionali: se non destrutturiamo l’architettura di siffatta modalità di stare al mondo, non potremo mai creare le condizioni per un progetto di liberazione collettiva. Bisogna chiudere la stagione dei salotti dell’antimafia radical chic, e calare il sipario sulle loro sterili, e ben pagate, rappresentazioni estetiche. E ripartire dalle periferie, con interventi tesi alla costruzione dal basso di piccole comunità in rete solidale tra loro. Gli strumenti da utilizzare sono i beni comuni e quelli confiscati alle mafie, secondo il “modello Scampia” di R-Esistenza anticamorra, come spazi popolari autogestiti, in modo da stimolare l’affermazione di un nuovo protagonismo sociale dei ceti subalterni, e di una rinnovata forma di economia ecosostenibile in grado di valorizzare concretamente i territori. La “scomunica sociale” alle mafie deve assumere il volto eretico dell’alternativa di società. A partire dal nostro Sud, per abbracciare i Sud del mondo. Non siamo condannati al silenzio, né alla rassegnazione. Possiamo ancora coltivare la speranza. Possiamo ancora lottare per emanciparci dalla condizione subalterna di non-luogo, di periferia marginale dell’impero, a quella di luogo ideale per una nuova civilizzazione. L’uomo non è merce, come il capitalismo mafioso vuole imporci. La sfida per la costruzione della grammatica della liberazione parte proprio dai tanti presidi di resistenza civile che sono nati negli ultimi anni a Sud di Roma. Anche in Calabria. La partita è aperta e va combattuta fin in fondo.

*docente Unical

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