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Chi ha chiesto la testa di Marcianò? Falcomatà faccia i nomi

Per quanto si sforzi di evitare un confronto trasparente con una pubblica opinione che, mai come in questa circostanza, vuole, ed a buon diritto, sapere fino in fondo come stanno le cose. Nonostant…

Pubblicato il: 23/07/2017 – 17:24
Chi ha chiesto la testa di Marcianò? Falcomatà faccia i nomi

Per quanto si sforzi di evitare un confronto trasparente con una pubblica opinione che, mai come in questa circostanza, vuole, ed a buon diritto, sapere fino in fondo come stanno le cose. Nonostante lo smodato ricorso ai comunicati stampa o ai social, ovvero alle interviste tra mura amiche, Giuseppe Falcomatà ad ogni pezza che tenta di mettere a quel buco mastodontico rappresentato dal “caso Marcianò” ottiene, come effetto, soltanto una dilatazione di quello che ormai è un insanabile squarcio.
Così, eccolo sbattere contro il muro che lui stesso alza nell’intervista rilasciata alla Gazzetta del Sud e sintetizza in due punti la scelta di estromettere dalla Giunta l’appena confermata assessore alla Legalità e ai Lavori pubblici: 1) «Non sono riuscito a piegarla all’esigenza di “fare squadra”»; 2) «Finché ho potuto difenderla l’ho fatto, ora non posso più».
Doveva fare squadra con chi? L’ha difesa, finché ha potuto, da chi? Sono due interrogativi che pesano come macigni sull’operato del sindaco. Sapeva bene che con alcuni pezzi della politica e con alcuni pezzi della burocrazia comunale Angela Marcianò non avrebbe mai accettato di “fare squadra”. Eppure l’ha scelta, ha insistito perché accettasse, gli ha conferito una delega pesantissima. Una scelta che si è rivelata anche indovinata visto che è solo grazie a Marcianò (ha rifiutato di fare squadra con Marcello Camera e i suoi referenti politici) se oggi a Reggio non c’è una Commissione d’accesso.
Da chi non riesce a difenderla, oggi? Dalla politica, dalla burocrazia, da quel partito trasversale dei lavori pubblici che a Reggio la fa da padrone? Non riesce a difenderla dai “pizzini” che il familismo amorale produce ovunque in Calabria. Oppure non riesce a difenderla dagli impegni che qualcuno assume e poi si infrangono negli uffici dell’assessora barricadera?  Non riesce a difenderla dai componenti i nove gruppi consiliari che formano la sua maggioranza? Faccia qualche nome, Falcomatà, fino ad ora abbiamo solo quello di Lorenzo Guerini al quale ha chiesto di rispettare la sua autonomia di sindaco rispetto alla politica. Chi vuole la testa di Marcianò? Saperlo è importante quanto sapere il perché la vuole. Chi ha gettato, stile Brenno, la spada sul piatto della bilancia? Antonino Castorina? Sebi Romeo? Il vicesindaco Neri? Chi?
E quali ragioni spingono Falcomatà a rivendicare autonomia rispetto alla segreteria nazionale del Pd per poi arrendersi alle baronie locali dalle quali non può più difendere chi si rifiuta di “fare squadra”?
Cosa è successo tra la notte di giovedì e l’alba di venerdì? Lorenzo Guerini, su mandato di Renzi, giovedì notte sente sia la Marcianò che Falcomatà e chiede, ottenendolo, l’impegno a sospendere ogni ostilità in attesa di un incontro chiarificatore. L’assessore manterrà l’impegno, il sindaco, invece, licenzia a mezzo stampa l’assessore. Scelta sua o diktat di qualcun altro?
E adesso che la pentolaccia è esplosa non sarà facile per nessuno nascondere quel che tutti sanno. A cominciare dal latitante Ernesto Magorno per finire all’ondivago Matteo Renzi. In Calabria va avanti una guerra tra il Pd delle tessere, del potere, degli inciuci, della massomafia, delle clientele e quello delle coscienze, della trasparenza, della rifondazione etica, dell’efficienza amministrativa. È uno scontro che arriva alla politica dopo avere caratterizzato anche altre istituzioni, basta vedere cosa capita e cosa cambia nella Chiesa calabrese. Il Pd del potere mira con ogni forma a sbarrare il passo a quanti non si piegano. Una sorta di pulizia etnica che arriva a sabotare le proprie candidature per favorire quelle avversarie. È accaduto a Vibo e a Crotone, di recente si è replicato a Catanzaro. Pratiche bloccate agli amministratori di centrosinistra invisi al “sistema”, commissariamenti in tutti gli enti subregionali, scelte dei direttori generali della sanità eterodirette.
Suvvia, Magorno, un sussulto di orgoglio. La segreteria regionale sa tutto. E anche il segretario nazionale, da quando ha smesso di parlare con i farisei per farsi una passeggiata con Linarello o prendersi un caffè con Marcianò, ha avuto modo di capire meglio che razza di gente si ritrova in casa. Non c’è solo il “caso Marcianò”, esiste anche un “caso Enzo Bruno”, un “caso Iacucci”, un “caso Fiorita”. E c’è un “caso Viscomi”, con la bottiglia di champagne messa in frigo dal segretario particolare del governatore che attende la defenestrazione di Viscomi per stapparla.
Resta in frigo, lo champagne, solo perché Oliverio non appartiene, come Falcomatà, alla categoria esordienti. Misura bene il passo, frena gli istinti, valuta i rischi. Sa bene che non basta una toga in pensione per turare la falla che si creerebbe.  Allora meglio lavorare di fino, delegittimare, sabotare, spingere verso lo sfinimento. Nel frattempo, pazienza se alcuni amici debbono restarsene al riparo, lontano dalla Cittadella. Un distributore di carburante non è il massimo del comfort ma intanto va bene per ricevere clienti del potere e imprenditori della politica.
Durerà? Forse non molto. Le frane più rovinose iniziano tutte col movimento improvviso di pochi sassi. Ecco perché il “caso Marcianò” comincia a preoccupare, moltissimo, i palazzi romani. Tutti, ma proprio tutti, i palazzi romani. 

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