In Calabria non si muore di solo caldo
Torno a scrivere dopo molto tempo. Sono passati molti anni da quando, da freelance, collaboravo con la Gazzetta del Sud. Erano altri tempi, più dinamici rispetto a quelli che stiamo vivendo. Descrivo…

Torno a scrivere dopo molto tempo. Sono passati molti anni da quando, da freelance, collaboravo con la Gazzetta del Sud. Erano altri tempi, più dinamici rispetto a quelli che stiamo vivendo. Descrivo il contesto: siamo nelle “Calabrie”, una terra dalle diverse sfaccettature, pur sempre appartenenti a un unico icosaedro. C’è infatti la Calabria dell’effimero, caratterizzata dalla consapevolezza dell’esistenza di una condizione transitoria, per lo più legata ad individualismi a fasi alterne e forte incertezza nella concretezza dei fatti. C’è la Calabria degli afflitti, quella che non riesce a trovare una giustificazione davanti alla disarmante impotenza che pervade lo stato d’animo nel momento in cui ci si trova nel corridoio di un pronto soccorso, insieme a tantissimi altri pazienti, ripercorrendo dal vivo scene dei film sulla deportazione ebraica.
C’è la Calabria dei disonesti, quella dei senza scrupoli, disposti persino a dar fuoco alla propria terra, di imporsi con la forza e la violenza, pur di trarne qualche miserabile beneficio. Esiste anche la Calabria dello sconforto e dello scoraggiamento, che unisce gli uomini di questa terra posti sotto ricatto da uno stato di bisogno endogeno e quasi permanente e che costringe “chi non si piega” ad allestire le valigie e trovare tana e fortuna altrove. A questo punto il poliedro si gira nello spazio, per assicurare che tutte le sue facce possano essere scoperte. Si intravede quindi la Calabria dei temerari, quelli che, nonostante tutto, non si arrendono all’evidenza della realtà e che cercano di ribellarsi, per quanto possibile, ad uno stritolante e mummificato sistema di potere che percorre il binario dell’autoconservazione.
Ma quella più luminosa è la faccia della Calabria della speranza, composta da padri e figli disposti ad accettare il sacrificio dell’impegno civile per dare un significato collettivo al termine solidarietà. Tante altre ve ne sono di sfaccettature e tutte sono riflesso del nostro modo calabrese di pensare e di agire. La nostra è una terra martoriata, difficile. Un giardino bellissimo, sul quale ancora, forse, abbiamo facoltà di decidere come ornarlo. Possiamo ancora abbellirlo con coraggio e determinazione. Se solo ritrovassimo in noi stessi quel senso di identità smarrito, senza il quale non siamo in grado di contaminare. In Calabria non si muore di solo caldo. Si perisce nello spirito, tutti insieme e un poco alla volta, allorquando la fiaccola della speranza si spegne nei sogni dei nostri giovani. E questo non possiamo permettercelo.
*Giornalista