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Quattro giorni di narcotraffico valgono un anno di fondi ai disabili

Le cifre mostruose movimentate dalla ’ndrangheta. I traffici milionari e la capacità di comprare tutto. La struttura ramificata per controllare il business. Così i clan si muovono sul mercato globale

Pubblicato il: 31/03/2018 – 19:13
Quattro giorni di narcotraffico valgono un anno di fondi ai disabili

LAMEZIA TERME Quando la Regione Calabria ha destinato all’Asp di Vibo 386mila euro da utilizzare in un anno per i disabili, la notizia è stata accolta con soddisfazione dal management dell’Azienda sanitaria. Ovvio: con quella somma sarebbero stati assistiti molti cittadini. 
Quei 386mila euro sono – più o meno – la cifra che una cosca di ‘ndrangheta di medio livello riesce a muovere nel giro di quattro giorni grazie ai suoi traffici di droga. La letteratura in materia è molto vasta e il suo volume aumenta di mese in mese. Si arricchisce di storie criminali e numeri da far paura.
I soldi del narcotraffico sono il motore economico dei clan: permettono alla criminalità di entrare nei gangli della politica e corrompere gli amministratori pubblici. La tesi del procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, è chiarissima: «Oggi la ’ndrangheta non ha bisogno di minacciare: compra. Non è la più minacciosa delle organizzazioni criminali, è la più ricca», forte di un terreno fertile e permeabile alla corruzione, in cui bastano poche migliaia di euro per ottenere favori perché «non c’è più rossore, ci si vende per 5mila euro». E davvero non serve molto per paragonare le somme per le quali «ci si vende» con quelle che girano sul mercato della droga. 
“Stammer 2” – operazione della Dda di Catanzaro – è soltanto l’ultimo di molti casi. Le sue pagine sono sufficienti a mettere «in rilievo – sono parole degli inquirenti – l’importanza dell’impegno economico richiesto per la conduzione di un traffico internazionale di stupefacenti». Uno dei progetti bloccati dagli investigatori era quello della cosca Pititto: uno dei suoi capi, Salvatore, voleva imbastire un business da 500 chilogrammi di marijuana a settimana. Partenza dall’Albania e arrivo in Calabria. Costo: 650mila euro ogni sette giorni. Con l’investimento di tre giorni soltanto ci si paga, appunto, l’assistenza ai disabili nella provincia “governata”, sul piano ’ndranghetistico, dal clan Mancuso di Limbadi. 
I numeri proiettano la criminalità organizzata in una dimensione economica difficile da maneggiare, se non per gli standard dell’alta finanza. Forse ne sono consapevoli anche i membri del clan Pititto, quando si lasciano andare a un paragone che fa sorridere. Parlando dello smercio locale, apprezzano la “ricettività” di un centro più noto a pubblico per aver dato i natali alla mistica Natuzza che per le sue propensioni al commercio di droga: «Abbiamo finito tutto stasera – dicono –, pure la carta stagnola. Mileto sai che cos’è? Un niente. Paravati è il numero uno della provincia: Amsterdam». Esagerato finché si vuole, ma il paragone con gli standard nordeuropei regge se si pensa ai volumi di traffico e all’organizzazione necessaria per movimentarli. Per mettere insieme il business servono finanziatori, intermediari tra gli acquirenti calabresi e i venditori albanesi, addetti alla logistica e alle comunicazioni.

E due gruppi per la vendita al dettaglio: uno incaricato dello smercio in Calabria, l’altro della custodia e della commercializzazione nell’hinterland di Milano. E poi c’è la diplomazia, deputata a mantenere buoni rapporti con i brindisini e con gli altri clan calabresi.
Serve tutto per mantenere un sistema capace di resistere alla controffensiva delle forze dell’ordine: arresti e sequestri per quasi 5 tonnellate di marijuana (valore al dettaglio: circa 21 milioni di euro). E di pianificare l’importazione dalla Colombia di un carico di 8 tonnellate di cocaina (di cui 1.500 pronti per la spedizione, per un costo di oltre 10 milioni di euro) e fronteggiare le “perdite” (dopo il sequestro di 63 chilogrammi di cocaina nel porto di Livorno, i clan si sono dati immediatamente da fare per riattivare il canale di importazione dalla Colombia e, al contempo, per ricercare ulteriori canali di approvvigionamento). El Coronel, Jota Jota, Jhon Peludo: gli pseudonimi dei contatti in Colombia sembrano quelli di una rock band latina. Suonano una musica che sposta decine di milioni di euro. Tirano le fila di un bilancio criminale che fa impallidire quello di molti enti pubblici.

Pablo Petrasso

p.petrasso@corrierecal.it

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