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I Servizi dietro le stragi. «Volevano avvelenare l'acquedotto di Firenze»

Le rivelazioni del pentito Armando Palmeri nel corso del processo ‘Ndrangheta stragista. «Dopo gli incontri con le spie il boss di Alcamo era molto turbato, mi diceva “questi sono pazzi”, volevano …

Pubblicato il: 15/06/2018 – 12:18
I Servizi dietro le stragi. «Volevano avvelenare l'acquedotto di Firenze»

REGGIO CALABRIA Dietro gli attentati della strategia stragista c’erano i servizi segreti, che nel ’92 più volte hanno incontrato gli uomini di Cosa nostra per illustrare e mettere a punto un progetto di generale destabilizzazione dello Stato. E chi ha detto no o non ha condiviso la strategia fino in fondo, lo ha pagato con la vita. Rivivere quei momenti mette a dura prova il suo cuore di cardiopatico, ma parla in modo chiaro e senza sottrarsi il pentito Armando Palmeri.
UN RISERVATO AL SERVIZIO DEL BOSS Ascoltato al processo “’Ndrangheta stragista”, scaturito dall’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto di Reggio Giuseppe Lombardo che ha svelato il progetto eversivo tramite cui mafie ed eversione volevano instaurare un governo amico, Palmeri rivive i suoi anni da “ombra” del capomandamento di Alcamo, Vincenzo Milazzo. Sebbene sia stato condannato per mafia non è mai stato un affiliato, ma ha condiviso aria e segreti con il boss a cui faceva da confidente, autista e braccio destro. «Da Cosa nostra mi sono allontanato nel ’94, perché per me la mafia non uccideva donne e bambini», dice, quasi con pudore per quella falsa ed ingenua credenza.
UN SEGRETO DA TUTELARE «Poi – dice – ho passato un paio di anni a salvarmi la pelle. Contro di me sono stati organizzati innumerevoli attentati ed agguati». La sua colpa? Sapere troppo. O forse neanche. «Loro non sapevano che Milazzo mi avesse riferito cosa fosse successo durante gli incontri con i Servizi», dice. Ma a Gioè, Ferro, Bagarella – tutti boss di peso e di massimo spessore di Cosa nostra dell’epoca – è bastato sospettare che lui sapesse per decidere di eliminarlo. O quanto meno per decidere di provarci.
GLI INCONTRI CON I SERVIZI Da nascondere c’erano i tre incontri con i Servizi avuti da Milazzo dal gennaio ’92 a poco prima della sua morte di Milazzo. «Sono stati tre. Uno in contrada Consa, nella casa dell’imprenditore De Simone, il secondo nella villa dell’imprenditore palermitano Manlio Vesco, qualche tempo dopo vittima di uno strano suicidio, l’ultimo a casa del senatore Corrao, anche lui – racconta – ucciso in circostanze molto strane». A quegli incontri, Palmeri avrebbe potuto partecipare, Milazzo glielo aveva chiesto. Ma ha preferito rimanere fuori a controllare la situazione. Dopo però, ha saputo tutto. Milazzo gli ha raccontato tutto. «Alla fine di quelle riunioni, Milazzo era molto turbato. Mi diceva “questi sono pazzi”. Mi spiegava – aggiunge il pentito – che volevano mettere in atto una strategia di destabilizzazione dello Stato con bombe e attentati».
«AVVELENIAMO L’ACQUEDOTTO» Alla prima – ricorda – si sono presentati due uomini dei servizi di cui non riesce a ricordare le fattezze, insieme ad un personaggio noto in zona, il primario Baldessarre Lauria. Lo stesso che qualche anno dopo si è convertito in uno dei primi senatori siciliani di Forza Italia. «Milazzo mi disse che per lui sarebbe stato meglio e più semplice usare armi batteriologiche». L’obiettivo designato, rivela rispondendo alle domande del procuratore Lombardo, era l’acquedotto di Firenze.
LA STRATEGIA DEL NI Milazzo non era d’accordo – spiega ancora Palmeri – ma da una parte era affascinato – «diceva che i servizi erano la vera mafia» – dall’altra si sentiva impotente. «Non era nelle condizioni di dire di no – spiega – Sarebbe stato un «gran rifiuto» da pagare con la vita». Per questo, continua il pentito, «si teneva sul “ni”». Ma un minimo di collaborazione probabilmente l’ha fornita. «Una volta – ricorda – l’ho sentito ordinare a Gioacchino Calabrò di dire a Giuseppe Ferro di mettersi a disposizione con i parenti di lassù. Si trattava dell’attentato di via dei Georgofili. Ma non me lo ha detto. L’ho capito io con il senno di poi».
L’AUTONOLEGGIO DI PUNTA RAISI E nel frattempo, per ordine di Milazzo ha fatto indagini. Ha cercato di capire chi fossero gli uomini dei servizi che si presentavano per discutere di bombe e attentati. Durante i primi due incontri era rimasto nascosto ad osservare e aveva annotato la targa dell’auto con cui erano arrivati. «Poi abbiamo scoperto che era stata affittata in autonoleggio di Punta Raisi, ma dai registri quel giorno non risultava alcun nome» dice il pentito, che mai – afferma – è arrivato a scoprire l’identità dei due agenti mandati a discutere con il “suo” boss. Ma prima di lui, sostiene, avrebbe capito che il loro tempo era finito. E il “ni” non era bastato a convincere Bagarella, Brusca, Gioè e gli altri a salvargli la vita.
MORTE ANNUNCIATA La sentenza di morte è stata annunciata dai saluti di Gioè. «Qualche giorno prima della morte di Milazzo – racconta il pentito – il carrozziere Gioacchino Calabrò ebbe un incidente fu ricoverato a Palermo. Lo vado a trovare e c’era Bagarella e anche Gioè, che mi chiamò in disparte». In quell’occasione si sarebbe raccomandato di portare i suoi saluti a Milazzo. Un messaggio in codice – spiega Palmeri – per dire: «Non posso fare più niente per te. Ti devo ammazzare». Anche la compagna del boss viene ammazzata qualche giorno dopo di lui. «Aveva una ventina d’anni ed era incinta di 3 mesi». Ma forse c’era chi temeva che Milazzo potesse averle fatto qualche confidenza, per questo è stata eliminata.
L’OSPITE «Gioè mi disse “l’abbiamo dovuto fare”. Abbassò gli occhi e non aggiunse altro». Medesimo destino doveva subire Palmeri, «ma mi sono salvato, un po’ per fortuna, un po’ per abilità o magari perché qualcuno lo ha deciso». Se faccia riferimento a qualcuno in particolare o ad un’eventuale entità sovrannaturale non lo spiega, ma di certo – racconta – per qualche tempo, anche dopo la morte di Milazzo, ha continuato a rimanere nel circuito. Magari come ospite non gradito ma c’era. Ed è in quel periodo che Gioè si sarebbe avvicinato.
LE CONFIDENZE DEL BOSS «Comincia a raccontarmi come è morto Milazzo, da vero uomo d’onore. Si fa sentire durante la latitanza», racconta il pentito per descrivere quel rapporto. Di Gioè, dice, «si dava arie da killer, faceva lo sbruffone, ma poi mi ha confessato che uccideva per paura di essere ucciso». Da uomo di poche parole ben noto per questo, Palmeri diventa quasi un confidente per Gioè, tanto da essere messo al corrente anche dei più delicati segreti dell’organizzazione, cui per rango il boss aveva accesso. «Lui era il numero due di Bagarella, che all’epoca aveva preso il posto di Riina. Ed era Bagarella in realtà a comandare, non Brusca. A lui veniva fatto credere di avere potere, ma non era vero».
“SUICIDATO” Poi Gioè è stato arrestato e, secondo la versione ufficiale, in carcere si sarebbe suicidato. «Ma io non ci credo – dice Palmeri –. Lo conoscevo abbastanza bene, so di che tempra era e non credo che un po’ di carcere potesse indurlo a suicidarsi. Non ho elementi di prova ma non era nel suo stile. Ho sempre pensato che sia stato “suicidato”». Anche lui. Come molti, troppi che potrebbero essere venuti a conoscenza del progetto eversivo con cui mafie e Servizi hanno progettato di cambiare l’Italia.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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