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«Il testamento di Paolo, giornalista in prima linea»

di Aldo Varano

Pubblicato il: 24/07/2019 – 23:00
«Il testamento di Paolo, giornalista in prima linea»

Pubblichiamo di seguito l’intervento del giornalista Aldo Varano in occasione del riconoscimento alla memoria di Paolo Pollichieni, fondatore del Corriere della Calabria, assegnato dalla Fondazione Falcomatà a Reggio Calabria nell’ambito del Premio giornalistico nazionale “La matita rossa e blu”.
È un privilegio ricordare il mio amico e collega Paolo Pollichieni a cui la Fondazione Falcomatà ha deciso di dedicare un riconoscimento a poche settimane dalla sua scomparsa. Lo farò rapidamente perché convinto che sul contributo di Pollichieni al giornalismo e alla Calabria bisognerà tornare con calma per meglio utilizzare il suo lascito.
Pollichieni è stato uno dei giornalisti più importanti e più esposti della nostra regione negli ultimi trent’anni. Ha lavorato per il più diffuso quotidiano calabrese occupando ruoli di vertice negli anni in cui il giornalismo era fonte privilegiata e pressoché unica dell’informazione. Ha diretto e fondato quotidiani e periodici calabresi che hanno lasciato significative tracce. Ha scritto centinaia e centinaia di articoli e reportage sulla Calabria per testate nazionali e per agenzie di servizi giornalistici di larga diffusione.
Un giornalista di questa terra, Corrado Alvaro, che è stato anche e soprattutto un raffinato scrittore e intellettuale europeo, amava ripetere: «I calabresi vogliono essere parlati».
Paolo lo ha sempre fatto. Gli ha parlato. Per questo è entrato a far parte della storia della regione; e non soltanto di quella del suo giornalismo. È stato tra i pochissimi che pure avendo guadagnato competenze e professionalità di spessore nazionale ha continuato a occuparsi e a pensare sempre calabrese. Sapeva che solo se hai forti radici, capisci anche il resto del mondo.
Ha molto amato il suo lavoro. Pollichieni ha fatto parte di una generazione di giornalisti pienamente soddisfatta, certamente più soddisfatta di quella attuale. Ha vissuto il proprio mestiere con inesauribile passione. Ha fatto parte della generazione che s’identificava con Enzo Biagi quando scandiva: «Non ho mai capito perché mi pagano per fare un lavoro che, anche se non mi avessero mai pagato, avrei pagato io pur di poterlo fare».
Ma l’inesauribile passione di Paolo, mescolata alla sua determinazione e (soprattutto) al convincimento etico che le notizie non fossero “cose sue” ma sempre e soltanto dei suoi lettori, e quindi da pubblicare sempre e comunque senza temere le reazioni che provocavano, ha dovuto fare i conti con un territorio particolare – la Locride, il Reggino e poi la Calabria -. Un territorio altamente pericoloso perché – certo! – denso di potenzialità inespresse e soffocate, ma anche e soprattutto di stridenti contraddizioni, e di pericolose e diffuse aggressività.
Non deve essere stato facile – elenco a caso dai miei ricordi personali – continuare a scrivere (era il 1989, 30 anni fa) dopo aver aperto la busta, ricevuta per raccomandata, con dentro un pezzo dell’orecchio di Andrea Cortellezzi, un ragazzo di Tredate che non sarebbe mai più tornato a casa, rapito dall’Anonima sequestri negli anni terribili e feroci di Mamma Casella.
Né fu facile vivere alla periferia di Locri in un villino con l’ingresso circondato da sacchi di sabbia e forze di polizia per fronteggiare possibili assalti armati della mafia che trovava insopportabili le sue parole e i suoi racconti quotidiani.
Per non dire di quando solo il fortuito contrattempo di una manciata di secondi, a Reggio, impedì che saltasse in aria con Giovanna, sua moglie, e i loro figli Pietro e Luciano. L’auto, appena parcheggiata, venne distrutta da una bomba ad alto potenziale collocata nel garage dei Pollichieni, messa lì dalle forze più potenti e aggressive della ‘ndrangheta che lo aveva segnato in rosso nell’elenco dei suoi nemici irriducibili e tentò una strage pur di eliminarlo.
Una vita difficile quella di Pollichieni. Vita da prima linea. Una vita che lo ha logorato anzitempo togliendolo ai suoi familiari e alla Calabria, quando aveva ancora molto da darci.
Voglio ricordare un solo aspetto di Paolo. Un aspetto, io credo, mai messo sufficientemente in luce ma che ha segnato la sua vita privata e professionale, a partire dalla scelta dei suoi amici e dei suoi avversari.
Mi riferisco, mi piace dirlo in modo netto e provocatorio, alla sua straordinaria onestà intellettuale. È impossibile capire il senso della sua vita e del suo giornalismo senza tener conto di questa componente. Difficile capire l’ansia e l’inquietudine della sua scrittura, dei suoi reportage e opinioni, talvolta giudicati aggressivi, che invece erano solo voglia di dire come stavano le cose. Ogni volta che Paolo ha cambiato idea, talvolta in modo significativo, è accaduto per la sua convinzione di dover dire e offrire la verità, di esporre i risultati a cui era giunto. Con l’Andrè Gide di “Sinfonia Pastorale”, sembrava mosso dal convincimento che «la coerenza è il dogma degli idioti». E si assumeva sempre la responsabilità e la fatica etiche di cambiare opinione.
Da qui la modifica di giudizi e convinzioni. Certo, la verità a cui era arrivato lui, che poteva anche essere una delle tante verità possibili, e talvolta non era quella affermata in precedenza. Ma quella che, quando se ne convinceva, riteneva di dover necessariamente trasmettere ai suoi lettori.
Se non si tiene presente tutto questo non è possibile ricostruire il valore e il lascito, umano e professionale, di Paolo.
Tra giornalismo e politica – concludo – c’è un faticoso intreccio. Paolo lo sapeva.
Politici e giornalisti sono (entrambi) sofisticati pettegoli. Si occupano entrambi dei problemi degli altri. Frugano tra i loro bisogni con la pretesa di risolverli (politici) o solo per raccontarli (che è un modo per partecipare alla loro soluzione).
Tra le due attività c’è un legame strutturale. È partendo da qui che Paolo ha tentato di aiutare la sua terra. Si è spostato da una parte all’altra del Paese ma con pensiero sempre fisso a Locri, a Reggio, alla Calabria.
Quando rifletteremo su di lui, quando il dolore dei suoi familiari e dei suoi amici diventerà tenerezza, capiremo che la nostra terra ha bisogno di altre persone fatte così. Persone capaci di ribellarsi, di esporsi, di rischiare incomprensioni e cattiverie pur di far fare alla Calabria passi in avanti.

***

Ho, anzi avrei, finito. Ma vi chiedo un briciolo di supplemento per fatto personale.
Ho ricordato Paolo che è stato mio collega e mio amico, premiato in nome e nel ricordo di un uomo straordinario, Italo Falcomatà, che è stato un mio amico e un mio compagno. Insieme abbiamo condiviso e discusso sogni e progetti, talvolta illusioni, in una fase storica ad alta densità ideale.
Per questo, mi sono emozionato quand’ho letto uno degli ultimi articoli di Paolo, che non avevo visto in precedenza, scoprendo che mentre il male aveva iniziato a divorarlo, lasciandogli però intatta la lucidità, aveva fatto ricorso a piene mani alla storia di Italo e al suo rapporto con lui, per trasmetterci quello che a me pare il suo testamento professionale, umano e culturale. Vi chiedo quindi scusa se, per chiudere il cerchio del mio imbarazzo, cito quel breve testo.
Qualche anno fa, quando il sindaco della primavera reggina, Italo Falcomatà, confidava ad uno dei suoi più fidati amici il suo progetto per risollevare la sua città dal fango in cui era stata cacciata da una guerra di mafia con settecento morti; da omicidi eccellenti quali quelli di Vico Ligato; dal marchio dei Boia chi molla, questi lo guardava perplesso, manifestandogli tutte le sue riserve.
Quando poi, Italo Falcomatà, scese nei dettagli spiegando le iniziative che si avviava ad assumere, gli uomini che intendeva reclutare, i gangli del potere politico-massonico deviato che voleva neutralizzare, chiedendo al suo amico di stargli vicino nella titanica impresa, questi lo guardò negli occhi senza tradire la preoccupazione che lo andava assalendo. “Italo, io ci sarò figurati se ti lascio solo, ma sappilo: se ci andrà bene ci sparano…”
Falcomatà, fermò la passeggiata davanti al Castello aragonese che le ruspe, chiamate per restaurarlo, avevano semidemolito (anche questo aveva avuto in eredità Italo), guardò attonito il suo amico: “Come? Se ci va bene ci sparano? Ma che dici…”
“Italo dico che se ci sparano almeno porteremo a casa dignità ed onore ma questi non li conosci, questi tenteranno di delegittimarci, tenteranno di sporcare la tua storia e la tua vita il che è peggio di una rosa di pallettoni”.
Fu facile profeta. A Italo Falcomatà nulla venne risparmiato: gli bruciarono il portone di casa, gli spedirono proiettili di kalashnikov, gli minacciarono i familiari. E contemporaneamente un prefetto in odore di servizi deviati lo accusava di avere allungato le mani sui fondi del Decreto Reggio. Nel giro di due anni collezionerà 36 avvisi di garanzia. Riempiranno di microfoni i suoi uffici, la sua casa, la sua macchina. Dimostrando grande sprezzo del ridicolo, la Procura della repubblica aprirà nei suoi confronti anche un fascicolo ipotizzante il reato di apologia del fascismo. Proprio così, lui, primo sindaco comunista nella città dei “Moti” e dei “Boia chi molla”, accusato di apologia del fascismo per avere sgombrato la vecchia piazza Littorio dal mercato abusivo e disposto il restauro della ritrovata aquila littoria che sovrastava quella piazza.
Troppi calli sul nostro cuore. Troppe ferite nella nostra ostinata adesione al senso dello Stato. Troppe cicatrici nel tessuto democratico. Troppo tutto per poterci meravigliare di quanto sta accadendo a Mimmo Lucano in queste ore. Italo Lucano…. Mimmo Falcomatà… sognatori di sinistra, realtà in via di estinzione. Oggi la Calabria elegge Matteo Salvini.
I “padri” storici della destra calabrese più illuminata, i Valensise, i Tripodi i Falvo si staranno rivoltando nella tomba.
Che fare? Arrendersi? Ammettere che il suffragio universale, nell’era dell’ignoranza al potere, è un guaio e non una conquista democratica? Rintanarsi con buoni libri e buoni dischi e chiudere le finestre su questo mondo? Non scrivere più, non dire, non dibattere, non spiegare?
Era la primavera del 1945, guerra finita da poco. Salvatore Quasimodo compone la più bella e la più struggente delle sue liriche. Gli serve per spiegare le ragioni per le quali i poeti, gli intellettuali sono rimasti paralizzati per lunghi anni, rinunciando a dire ed a comporre. Emulando i padri greci avevano deciso di “appendere alle fronde dei salici” le loro cetre.

E come potevamo noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Mediti ognuno di noi. Ed eviti di fare la stessa scelta. No!… Non appenderemo le nostre cetre ai salici. Non ci fermeremo a guardare questo ennesimo stupro alla comunità calabrese. Lucano non è il fine, lui rappresenta il mezzo. Non consentiremo ad altri di scrivere la storia al posto nostro. Siamo piccola cosa, ma non avevano ragione Gino&Michele a sostenere che “anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”?». (Paolo Pollichieni)

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