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LIBRO NERO | Cene con i Lampada e "accordi" con la mente del clan Libri, tutti i guai di Naccari

Le accuse della Dda di Reggio all’ex assessore e consigliere regionale del Pd. «Conosceva la caratura criminale di Tortorella ma ha continuato a frequentarlo». I “contatti” con Paolo Romeo e le riv…

Pubblicato il: 01/08/2019 – 11:44
LIBRO NERO | Cene con i Lampada e "accordi" con la mente del clan Libri, tutti i guai di Naccari

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA Per le eminenze grigie dei clan, da Paolo Romeo intercettato in passato, a Giuseppe Demetrio Tortorella, ascoltato dagli investigatori nel corso dell’indagine “Libro nero”, è «il migliore politico» o «il più intelligente». Nei suo confronti, elogi e lodi si sprecano. Lo si ritiene e lo si incensa come artefice di carriere politiche e responsabile di nomine e incarichi.  Ma in realtà, Demetrio Naccari Carlizzi tanto furbo non sembra. Proprio lui che nei primi anni Duemila ha cacciato in malo modo lo stratega elettorale del clan Libri, Demetrio Tortorella, imponendogli di dimettersi dalla carica di assessore comunale, per i suoi troppo pubblici e disinvolti rapporti con Paolo Romeo e noti personaggi di ‘ndrangheta, ha continuato a frequentarlo e consultarlo.
«RIINA LI SCIOGLIE, IO LI APPENDO ALLA LIVARA» E dire che quando era stato mandato via, Tortorella non l’aveva presa certo bene. Nel raccontare indignato quell’episodio ad uno dei suoi, indignato riportava «mi diceva “te ne devi andare (…) tu sei il braccio lungo di Paolo Romeo di stare attento che ci, che vi arrestano”». E poi, «mi ha detto “sai come ragioni tu? Come a Riina”. Sono scattato, così gli ho detto “hai fatto un errore”, mi ha detto “perché?”. Sai qual è la differenza tra me e Riina? Lui li squaglia, nell’acido io me li porto a Cannavò, ho una “livara”, li appendo là… con una corda e una scimitarra, ogni tanto gli taglio un pezzo e gli metto al cane. Questa è la differenza tra me e coso». Parole pesanti. Ma poi a Tortorella la rabbia deve essere passata. E Naccari deve aver superato le sue riserve sullo stratega elettorale dei Libri.
FREQUENTAZIONI PERICOLOSE Periodicamente – documentano le intercettazioni – lo ha sentito al telefono e incontrato di persona, gli ha anticipato misteriosi progetti politici, lo ha assecondato nelle iniziative. Nel 2010, qualche mese prima delle regionali, dice Tortorella intercettato, «mi ha dato il Bergamotto», cioè ne avrebbe favorito la nomina al Consorzio del bergamotto, e a detta degli investigatori questo «costituiva chiaramente la ricompensa per il sostegno fornito in occasione della campagna elettorale che era entrata nel vivo». In più, aggiunge il dentista-stratega dei Libri nel corso di un’altra conversazione «ha messo mio fratello», assunto al Comune nei primi anni Duemila e costretto da Tortorella a “pagargli il disturbo” rinunciando all’eredità dei genitori. Un affare tutto interno alla famiglia. Ma anche Naccari, dicono gli investigatori, avrebbe chiesto a Tortorella una contropartita in termini di appoggio elettorale per sé e per altri. Quanto al lavoro per affermazioni politiche altrui – ha chiarito però il procuratore capo Giovanni Bombardieri – «non abbiamo trovato elementi di riscontro su questo».
IL VETO SU TORTORELLA Di certo, affermano gli investigatori, l’ex consigliere regionale del Pd con Tortorella aveva un rapporto solido, stabile. Eppure Naccari – affermano gli investigatori – sapeva perfettamente di che pasta fosse fatto, non a caso lo aveva allontanato. E anche la sua famiglia acquisita, i Falcomatà, lo sapeva bene. Per questo – sottolinea il gip – Rosetta Neto, vedova di Italo Falcomatà e madre dell’attuale sindaco Giuseppe, come di Valeria, moglie di Naccari, su Tortorella aveva messo il veto. È lo stesso Tortorella a raccontarlo – assai poco felice – a Paolo Romeo. «Tu sai che a me non mi hanno chiamato» racconta, quasi indignato. «Mi incontra, perché io la incontro, loro abitano qua, li incontro se non ti dico tutti i giorni, un giorno sì e l’altro no– si lamenta lo stratega elettorale dei Libri – (inc.) lei non mi ha mai detto a me “c’è Giuseppe”. E in che pensi che vengo io ? (…) Anche perché la verità qual è…che non è Giuseppe, è sua mamma che dà le carte, se tu vai alla segreteria di Giuseppe, vedi a sua mamma che da le carte».
«HANNO PAURA CHE LO INQUINI» Insomma, per Tortorella l’attuale sindaco sarebbe un “pupo” nelle mani della madre e sarebbe stata lei a mettere il veto. Motivo? Lo stratega elettorale dei Libri ragiona: «Ma per Paolo (Romeo, ndr) può essere pure, può essere pure che pensano che sono amico di Paolo qua e là, perché chissà che pensano, tieni conto che sono… (inc.)… qui il problema è, è fatto di mafia, non c’è il problema il fatto di cosa… il fatto di mafia». Solo Naccari – spiega – avrebbe continuato a mantenere i contatti e a lui Tortorella si sarebbe proposto per lo staff dell’allora giovane aspirante sindaco, ma dall’ex consigliere regionale avrebbe ottenuto solo un vago «ci vediamo nei prossimi giorni».
A BATTERE CASSA Quando Falcomatà viene eletto, nonostante Naccari non abbia alcun ruolo nell’amministrazione, Tortorella spera di poter “contare su di lui”. Anzi, sembra essere certo di poterlo fare. «Che ci faccia qualche due assunzioni pure… ma no a livello pure nostro, a livello di amici… cazzo entrano tutti», commenta nel suo studio. Dalle carte non emerge se effettivamente la richiesta sia stata avanzata e con che esito. Di certo, Tortorella bussa alla porta di Naccari quando ha necessità di sbloccare l’assegnazione di un appalto per l’amico Sartiano, esponente di livello del clan Libri. La banca comproprietaria dell’immobile da ristrutturare aveva dato luce verde – si legge fra le carte – ma mancava l’ok della Regione. Per questo, Tortorella chiede a Naccari di intervenire sul dirigente (non indagato) cui la pratica era assegnata non solo perché «l’ha messo lui», ma anche perché da tempo in attesa di un trasferimento a Reggio. A detta di Tortorella, le migliori condizioni per un do ut des.
APPALTI E AMICI La richiesta – confessa involontariamente lo stratega dei Libri – viene formulata di persona e a quanto pare ben accolta da Naccari, che si attiva subito per incontrare il dirigente. Che esito abbia avuto quella pratica non è dato sapere, né che ruolo abbia avuto l’ex consigliere regionale del Pd, ma un dato è certo. Il dirigente nel giro di poco viene comandato a Reggio. E per gli inquirenti «Naccari aveva adempiuto a quanto richiestogli dal duo Tortorella-Sartiano e da qui se ne inferisce che il politico si sia interessato per soddisfare i desiderata di due esponenti della cosca Libri».
RICHIESTE DI OGNI TIPO Ma per Tortorella – lo mettono nero su bianco gli investigatori che per lungo tempo lo hanno ascoltato – Naccari è un punto di riferimento stabile. A lui pensa di rivolgersi e spesso lo fa per ogni tipo di richieste: dal posto di lavoro per il figlio Ninni all’appoggio elettorale ad uno dei candidati alle elezioni di Motta San Giovanni. Lo interpella e sembra coinvolgerlo persino nella costruzione di un comitato referendario. Anche in quell’occasione Naccari non si tira indietro, nonostante – ammette Tortorella – «per dire la verità, con l’amico mio di Gallico noi avevamo pensato questa cosa, di organizzare questa cosa, poi ho visto che l’ha fatto Galati a Lamezia e allora mi sono premurato a chiamarti».
L’OMBRA DI PAOLO ROMEO «L’amico di Gallico» è Paolo Romeo, oggi imputato come elemento di vertice della direzione strategica della ‘ndrangheta reggina, ma all’epoca già condannato in via definitiva per concorso esterno come eminenza grigia del clan De Stefano. A detta dello stesso Naccari, che nei primi anni Duemila aveva allontanato Tortorella proprio per il rapporto ombelicale con lui, una persona da cui stare lontani. Ma circa quindici anni dopo, la sua presenza ombra non sembra sconvolgerlo più di tanto. «Logica vuole – annotano gli investigatori – che Naccari, di fronte ad una richiesta proveniente dal binomio Tortorella/Romeo e conoscendone l’elevatissima caratura ‘ndranghetista, rispedisse al mittente la proposta. rifuggendo ogni contatto con personaggi di tale estrazione criminale. E invece il politico, evidentemente interessato a mantenere un legame foriero di reciproci vantaggi, dopo aver parlato con il Tortorella, si attivava immediatamente per verificare la fattibilità del progetto». Con Romeo, aggiungono poi gli investigatori, risulta anche un contatto diretto. L’eminenza grigia dei clan si sarebbe infatti sentito libero di contattare Naccari per un convegno da lui organizzato. E «occorre valorizzare – si legge nelle carte – come dalle conversazioni emerga un rapporto di notevole familiarità tra gli interlocutori».
CONTATTI IMBARAZZANTI Romeo è sicuramente quello di maggior livello, ma non è l’unico personaggio imbarazzante finito nell’orbita dell’ex consigliere regionale. Già in passato erano emersi i rapporti con l’imprenditore del clan Serraino, Vincenzo Carriago, che deluso per la mancata “ricompensa” in appalti e lavori, avrebbe negato a Naccari l’appoggio elettorale offerto in passato. «Quando siamo venuti e abbiamo preso l’impegno era in questa maniera e in quella maniera, e voi non l’avete mantenuto!” (…) Vincenzo Carriago non ha la possibilità di potervi fare la campagna elettorale perché non gliene avete dati lavori», urla l’imprenditore, raccontando l’incontro con il politico. E nel riportare quella conversazione aggiunge «mi ha preso e mi voleva fare una trattativa privata per un centinaio di milioni, gli ho detto io: “vedete che non ne ho bisogno”. Gli ho detto io: “oggi non ne ho bisogno! a me non mi legate con i cento milioni… alla campagna elettorale!”».
LE RIVELAZIONI DI MESIANO Di accordi elettorali con il clan ha parlato anche il pentito Carlo Mesiano, che ai magistrati racconta «conosco politici che si sono accordati con mafiosi per prendere voti, alle ultime elezioni provinciali Demetrio Naccari ha chiesto aiuto a Fiorindo Nucera di Reggio Calabria e Giuseppe Trapani di Roghudi». Il primo – racconta – appoggiava Naccari, il secondo Romeo. «Erano in grado di reperire numerosi voti, attraverso un’attività diretta a promettere vantaggi a seguito della eventuale elezione: in sostanza vi era uno scambio politico-mafìoso. Chiaramente l’eletto era un uomo del Trapani e del Nucera: si sarebbe mosso seguendo le direttive dei predetti». E Mesiano ne ha contezza perché – afferma – Naccari «lo conosco molto bene, tanto da dargli del tu, in quanto frequentavo assiduamente la segreteria di questi». E alla cena durante la quale tali accordi sarebbero stati presi afferma di aver assistito. E non è l’unica occasione conviviale che potrebbe portare guai all’ex consigliere regionale.
CENE SOTTO OSSERVAZIONE Nel 2010 – annotano gli investigatori – «la sera dell’1 Marzo, quando si era nel pieno della campagna elettorale per le elezioni regionali», Naccari «da assessore regionale al Bilancio in carica della Giunta Loiero, aveva partecipato ad un incontro con gli uomini del boss Pasquale Condello. In particolare, nella sera tra 1’1 ed il 2 marzo 2010 Francesco Lampada aveva inviato un sms alla moglie comunicandole di essere a cena con l’assessore Naccari». Ed in effetti, quella sera gli investigatori lo hanno visto uscire dalla villa di Giacinto Polimeni, zio dei Lampada, seguito a distanza di poco tempo dal boss Francesco. Per il gip il quadro è serio e grave, quanto emerso dimostrerebbe a suo dire non solo l’evidente disinvoltura  di Naccari nel relazionarsi con la ‘ndrangheta sotto elezioni, ma anche un rapporto stabile con Tortorella, stratega elettorale dei Libri, di cui Naccari ben conosceva le frequentazioni criminali, tanto da imporgli le dimissioni quasi vent’anni fa. Ma per disporre l’arresto in carcere chiesto dalla Dda – valuta il giudice – mancano alcuni presupposti, a partire dalla possibilità di reiterare il reato da parte di un politico senza più incarichi, né ruoli, ma con in dote una serie di relazioni – a detta di inquirenti e investigatori – a dir poco pericolose. (a.candito@corrierecal.it)

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