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«Un porto sicuro per i bimbi nel mare dell’indifferenza»

di Maurizio Alfano*

Pubblicato il: 07/09/2019 – 8:42
«Un porto sicuro per i bimbi nel mare dell’indifferenza»

Tutti abbiamo bisogno di un porto sicuro, di un approdo, di un punto nel tempo e nello spazio da raggiungere per dare ristoro alle nostre paure, ansie, persecuzioni o delusioni. Uomini, donne, bambini, anziani, tutti ne abbiamo bisogno. Il solo fatto di sapere che esista ci aiuta a sperare, a sopravvivere e a compiere viaggi dentro e fuori dall’anima prima inimmaginabili.
Ne aveva bisogno Aylan che con i suoi cinque anni appena sperava proprio nelle braccia del padre, che lo potessero proteggere, trarre in salvo da quel mare in tempesta che lo rapì subito al mondo. Già, quelle braccia del padre che mancarono mentre erano in fuga dalla Siria martoriata dalle bombe del nostro essere mondo occidentale. Chi da bambino non ha almeno per una volta contato sulla presa sicura delle braccia del proprio padre durante i giochi dell’infanzia? Forse tutti noi, ma quando Aylan ne ebbe più bisogno, quelle braccia, quel porto sicuro mancarono poiché il padre in pochi secondi dovette decidere quale figlio trarre in salvo, mentre il mare in tempesta della nostra indifferenza reclamava ancora altri morti. Sì, dovette quel padre scegliere chi salvare e chi abbandonare a morte sicura e non era certo un gioco poiché con un braccio poteva tenere aggrappato a sé solo uno dei due figli e con l’altro tentare di rimanere a galla e nuotare, mentre sua moglie, la madre dei suoi figli si era già inabissata. Arrivò poi Aylan a riva, sì, ma come detrito tra i rifiuti di una società onnivora che ha perso il senso della sua esistenza e ancor più grave della sua stessa significanza. Era una famiglia di migranti quella di Aylan, che aveva bisogno di un porto sicuro, di un approdo, un rifugio, un luogo dell’anima e dello spirito che li sapesse accogliere, andare incontro, aprire le braccia e i porti. Ma così non è stato. Così ancora non è.
Aveva bisogno di un posto sicuro, di un luogo dove ritrovare le braccia di sua mamma anche il piccolo emigrante che, lasciato in un paesino della Calabria dopo essere nato e vissuto per cinque anni in un altro Paese europeo, si ritrovò di colpo senza i suoi genitori che continuarono ad emigrare. Volevano che lui potesse iniziare gli studi in Calabria dove sarebbero presto (forse) ritornati e così di colpo dovette abituarsi ad altri genitori (i suoi zii) e a imparare una nuova lingua in un mondo completamente estraneo a lui. Aveva anche lui cinque anni, ricorda che aveva bisogno di un porto sicuro, le braccia di sua madre che non trovava più. Resistette a quel dolore, forse, o forse no, ma ogni domenica un paio di anni dopo correva in chiesa a fare il chierichetto e a leggere la prima lettura – aveva imparato a leggere e parlare in maniera impeccabile per la sua età – e mentre di tutto ciò gioiva il parroco, lui, il piccolo figlio di emigranti italiani correva in quel posto poiché in fondo alla chiesa, ogni domenica soleva sedersi una signora che nel suo immaginario diventava sua mamma. Ecco perché era lì, ecco perché correva, per far vedere a lei, a quella che per un’ora a settimana diventava sua mamma, come sapesse leggere, cercandone approvazione, un sorriso. Una stretta tra le braccia sarebbe stato quel porto sicuro perso. Le migrazioni osteggiate o forzate, devastano alcuni momenti della nostra vita che nessuno potrà mai restituirci.
Aveva bisogno di un approdo sicuro quella bambina che amava il mare e che da grande nuota ancora per giorni interi e così a lungo da potere arrivare in quel posto dell’anima chiuso dentro di sé, da poterla fare guardare indietro respirando a polmoni pieni e vedere soddisfatta quante cose è riuscita a lasciarsi dietro. Tutti abbiamo bisogno di un porto sicuro, di un cuore capace di battere all’unisono con le sue sensazioni, con i suoi desideri, capace così di rompere ogni schema che ci riconduce alla prigionia dei sentimenti del mondo attuale. Tutti abbiamo bisogno di un porto sicuro, la conoscenza della sua esistenza disegnata nella mappa del nostro cuore, impressa nella nostra anima mai doma, ci aiuta a sopravvivere a quei momenti che ci scaraventano negli abissi dei cortocircuiti sociali come i nazionalismi, o dei sentimenti come l’abituarsi a se stessi mentre da qualche parte c’è chi sta attraversando il mare per raggiungerci. Dobbiamo imparare a tenere i cuori aperti alle emozioni e agli sbarchi improvvisi di amore che possono, questi sì, invaderci.

*Ricercatore e studioso dei fenomeni migratori

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