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Il franchising mafioso delle pizzerie in mano a un uomo vicino ai clan Mancuso e Pesce

La Dda di Milano svela la rete di prestanome dietro la catena Tourlé. Sequestrati locali e un albergo di Cinisello Balsamo. Il ruolo di Giuseppe Carvelli: per lui un cumulo di pene di 22 anni per n…

Pubblicato il: 08/11/2019 – 12:44
Il franchising mafioso delle pizzerie in mano a un uomo vicino ai clan Mancuso e Pesce

MILANO Avrebbero gestito i ristoranti appartenenti alla nota catena di “giro-pizza” Tourlé, marchio “in franchising”, nel nord Italia con «meccanismi propri della criminalità organizzata nella gestione delle attività commerciali», attraverso intimidazioni, prestanome, professionisti, e al “vertice” ci sarebbe stato Giuseppe Carvelli, pluripregiudicato per narcotraffico “vicino” alle cosche calabresi. Lo scrive il gip di Milano Natalia Imarisio nell’ ordinanza sul blitz che ha portato a 9 arresti, confermando lo spessore dell’infiltrazione ‘ndranghetista al Nord.
LA LONGA MANUS DEI CLAN Giuseppe Carvelli, alle spalle un cumulo di pene di 22 anni per traffico internazionale di stupefacenti, risaputi collegamenti con la ‘ndrangheta dei Mancuso di Limbadi e dei Pesce di Rosarno ma investimenti da milioni di euro in una catena di ristoranti estesa in tutto il nord italia. È questo il profilo del principale indagato nell’indagine Amleto Tourlé (dal nome della catena di ristoranti) che ha portato a 9 misure di custodia cautelare, e al sequestro di circa 10 milioni di euro in quote societarie e 300 mila in contanti. L’indagine operata dalla squadra mobile di Milano e dalla divisione anticrimine della questura, e coordinata dalla Dda milanese con il servizio unità anticrimine e servizio centrale operativo della polizia, rappresenta «un cambio di passo e un salto di qualità» nel modo di aggredire la criminalità organizzata «ormai diventata particolarmente raffinata», come ha affermato il direttore del servizio centrale anticrimine, Francesco Messina, questa mattina in conferenza stampa: «È una nuova frontiera nell’azione di contrasto alla mafia – ha aggiunto -, che non abbandona l’azione di contrasto all’apparato militare delle organizzazioni mafiose ma attacca patrimoni e aree nelle quali la criminalità organizzata non esercita il potere militare, ma quello economico».

DALL’AFFIDAMENTO AI SERVIZI SOCIALI AL BUSINESS CRIMINALE Nell’ordinanza si legge che Carvelli, ora tornato in carcere, «con fine pena al 2026» quattro anni fa è stato ammesso «al lavoro esterno» alle dipendenze di una cooperativa a Bollate (Milano) e dal marzo 2017 beneficiava «dell’affidamento in prova ai servizi sociali».
L’attività imprenditoriale nella ristorazione della presunta associazione per delinquere capeggiata da Carvelli, smantellata dalle indagini della polizia, coordinate dal procuratore aggiunto della Dda milanese Alessandra Dolci e dal pm Sara Ombra, sarebbe stata portata avanti tramite le «società Jenever prima ed Heigun poi» e per il tramite di Marco Bilotta, «insieme al socio Luigi Cannella». L’inchiesta ha documentato gli “sviluppi” delle attività della banda «in espansione» fino «all’apertura» anche di un locale a Torino, oltre alle pizzerie del marchio già presenti nell’hinterland milanese e non solo.
L’apertura del ristorante-pizzeria a Torino, scrive il gip, ha «determinato il trasferimento» di una persona «nel Nord Italia 
per curare le incombenze relative sotto la costante direzione» di Carvelli, a cui erano riconducibili, in pratica, i ristoranti a marchio Tourlé e che dimostrava la sua «indiscussa autorità». C’era un «chiaro riconoscimento di posizioni in ordine gerarchico (sotto Carvelli il socio Francesco Bilotta, ndr)».
Il gip segnala anche la «raffinatezza degli strumenti giuridici adottati», tra cui la «costituzione di nuove società e successioni nelle rispettive compagini» e l’utilizzo «del marchio Tourlé», come quello continuo di “prestanome” e il ricorso «sempre agli stessi professionisti di comprovata fiducia», tra cui un notaio di Garbagnate Milanese. Carvelli, tra l’altro, rivendicava «il suo “livello criminale”, che gli ha assicurato la buona accoglienza a Torino da parte del “livello superiore”» e si metteva, spiega sempre il gip, ad intimidire anche i dipendenti quando serviva.


LA RETE DEI PRESTANOME Quattro delle società sequestrate sono proprietarie di altrettanti ristoranti-pizzerie riconducibili al marchio franchising; un’altra società è proprietaria dell’Hotel Lincoln di Cinisello Balsamo. L’attività è iniziata con indagini di prevenzione in materia di Antimafia effettuate dalla Divisione anticrimine della Questura di Milano. Gli esiti favorevoli dello screening effettuato dall’Anticrimine su alcuni soggetti sottoposti a sorveglianza speciale hanno consentito alla Squadra Mobile, con il coordinamento della Dda, di disarticolare l’associazione per delinquere capeggiata da Carvelli. Le indagini hanno svelato l’esistenza di un sistema di intestazioni fittizie di beni e società, orchestrato dall’uomo ritenuto legato alle cosche di Vibo e Reggio Calabria, il cui fine era quello di mettere al riparo il patrimonio accumulato illecitamente nel tempo dal pregiudicato, attraverso l’utilizzo di persone incensurate, per evitare aggressioni patrimoniali da parte dello Stato.
GLI ARRESTATI Gli arrestati sono (per il gruppo Carvelli) Giuseppe Carvelli, Francesco Bilotta, Marco Bilotta, Luigi Cannella, Salvatore Vona, Gaetano Ierardi; (per il gruppo Ciapetta) Fausto Ferruccio Ciapetta, Vittorio Ciapetta e Oscar Di Gioacchino.
IL SISTEMA DEI FRANCHISING Le indagini avrebbero fatto emergere che Carvelli, già destinatario nel 2008 di un provvedimento di sequestro, prodromico alla confisca, per i beni di cui si era accertata la provenienza illecita per un valore di 2.250.000 di euro, ha investito, negli anni, ingenti somme di denaro di provenienza illecita nelle pizzerie con formula “giropizza” creando, con la complicità dei sodali, il franchising a marchio Tourlé. I locali, per i quali è stata accertata la riconducibilità a Carvelli, venivano gestiti tramite società create ad hoc con la complicità dei soggetti legati all’uomo dei clan, alcuni anche con vincoli di parentela, che prestando la loro opera nei locali e nelle società, avrebbero favorito il disegno criminale.

I LOCALI E L’HOTEL DEI PARENTI CALABRESI Alle origini della “fortuna” Tourlé vi sarebbe la pizzeria Heigun di Bovisio Masciago dove, per prima, è stata sperimentata la formula del “giropizza”; da qui la creazione, nel 2014 da parte dei sodali, della Myob srl, società appositamente creata per la gestione – con la formula dell’affiliazione commerciale del franchising – del marchio Tourlé. È emerso, secondo l’accusa, come la Myob srl oltre alla gestione del marchio, detenga attualmente quote di partecipazione dirette in alcuni Tourlé. Le società sequestrate sono la Pmg srl (che gestisce il Tourlé di Sesto San Giovanni), la Cologno Food srl (che gestisce il Tourlé di Cologno Monzese), la Torino Food srl (che gestisce il locale di Torino), la Milano Food srl (che avrebbe dovuto gestire la pizzeria di Via Ripamonti a Milano, in realtà mai aperta) e la F&G Immobiliare srl. È stata, inoltre, sequestrata la Lincoln sas – società che gestisce l’omonimo hotel a Cinisello Balsamo – riferibile a alcuni parenti calabresi dei principali indagati, da tempo stabilitisi nel citato comune a Nord di Milano. In particolare, uno degli indagati, in virtù dei precedenti problemi giudiziari, si era avvalso, per eludere le disposizioni di legge in materia di confisca e prevenzione patrimoniale (spostando peraltro la propria residenza all’estero), della complicità di propri familiari, i quali, anche in qualità di teste di legno, si sono attribuiti la proprietà e la gestione della struttura alberghiera e, per un breve periodo di tempo, anche della Cologno Food, di fatto consentendo di mantenere la gestione e la titolarità occulta in capo al congiunto.
«LE COSCHE INVESTONO NEL FOOD LOMBARDO» «Questa operazione rappresenta un momento significativo perché dimostra gli investimenti della criminalità organizzata nel campo del food in Lombardia». Così Alessandra Dolci, capo della direzione distrettuale antimafia di Milano, descrive l’indagine “Amleto Tourlé”. «Bisogna capire definitivamente che qui le cosche hanno soprattutto un potere economico, più che militare – ha commentato Francesco Messina, direttore centrale dell’Anticrimine -. Il modello Milano di prevenzione deve essere esportato».

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