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MALEFIX | Le fibrillazioni tra gli arcoti e il clan Libri

Dalle intercettazioni degli inquirenti nel corso dell’operazione contro le storiche cosche reggine emergono le tensioni con il clan De Stefano per la spartizione del denaro delle estorsioni. Ormai …

Pubblicato il: 24/06/2020 – 18:31
MALEFIX |  Le fibrillazioni tra gli arcoti e il clan Libri

di Fabio Papalia
REGGIO CALABRIA «Quando parli con me puoi dormire con tre cuscini». Sono le parole che Antonio “Totò” Libri –  secondo gli inquirenti che hanno portato a segno l’operazione Malefix contro le storiche cosche reggine – il reggente della cosca Libri (dopo le carcerazioni di Filippo Chirico, genero dello storico boss Pasquale Libri, e di Antonino Caridi, i quali annotano i pm comunque non hanno dismesso la leadership) pronuncia rivolto a un commerciante il quale lo informa “preventivamente” di essere in trattative per aprire un negozio in piazza Duomo. Intercettazioni che per l’accusa forniscono uno spaccato eccezionale sulle dinamiche interne di uno dei clan più potenti della città di Reggio Calabria. È intercettando Totò Libri che gli investigatori apprendono anche delle frizioni con gli arcoti della cosca De Stefano per la spartizione dei proventi delle estorsioni in città.
Il commerciante, con tono sottomesso, ragguaglia il reggente il quale chiede cosa sia successo «assolutissimamente niente, sto trattando il locale che c’è al Duomo», ricevendo le rassicurazioni di Libri, «Eh. Prenditelo che poi non ci sono problemi”. Il commerciante ci tiene a far sapere che la richiesta è preventiva: «Tu lo sai, prima che facciamo qualcosa” – ma il reggente lo rassicura più volte «Tu pensa a chiudere il discorso” – e ancora – “Eh. Tu pensa a chiudere il discorso che poi puoi stare, sempre al solito quando parli con me puoi dormire con tre cuscini».
Chi evidentemente non dormiva sonni tranquilli, però, era lo stesso Totò Libri, preoccupato per la iniqua spartizione del denaro estorto ai commercianti reggini.
Da un’altra conversazione tra Libri e un tale Ciccio, rimasto non identificato, gli inquirenti carpiscono anche informazioni sul presunto ruolo apicale dello stesso Libri nella raccolta estorsiva sul territorio, e dall’altro come i vertici che egli riconosceva quali destinatari della raccolta fossero Chirico e Caridi: «Ma Ciccio non ci sono problemi. Io quello che tiro, tiro per Filippo, per Nino Caridi, per i miei parenti a questo punto e ti posso dire che, sai qual è… tiro cazzi”.
Libri si lamenta dell’ammontare della raccolta: «quello che ti sto dicendo, non è che tiro, niente, perché, perché dimmi, quando si fanno cinquecento euro ogni due mesi, che fai? Dimmi? E secondo te, come è giusto, ti voglio dire io, Filippo e Nino, si meritano queste cose? Come non se li meritano le altre persone.. ah.. poi ognuno sa i propri cazzi, soldi nella tasca che ha. Sicuramente gli altri se la passeranno peggio di noi, perché onestamente, uno deve dire la verità, ti faccio un esempio… carcerato, loro ne hanno tre, ragazzi».
In questa conversazione Libri si lamenta di non avere ricevuto da Mico (che per i pm è da identificare in Domenico Tegano) la parte di una tangente che spettava ai Libri e che era stata riscossa dagli arcoti. Si trattava di una tangente frutto di un’estorsione consumata a Reggio centro. Una “usanza” che però andava già avanti da 5 anni, gli arcoti riscuotevano senza dividere come pure i Libri si erano comportati allo stesso modo: «No, non abbiamo mai preso cento euro e non gli abbiamo dato…». Da sei mesi, però, le cose erano state azzerate e le cosche si sarebbero dovute dividere il malloppo in armonia, ma in realtà si era tornati al vecchio sistema.
Ma l’inefficienza non influisce solo sul denaro, si finirebbe con l’andare più volte a riscuotere sempre dagli stessi commercianti, esasperandoli al punto di denunciare. E allora parlando con Edoardo Mangiola e Carmine Polimeni, Libri propone di istituire una sorta di commissione tecnica, in modo da evitare sovrapposizioni e fraintendimenti «Mettiamo uno voi ed uno noi». Una soluzione per evitare confusione e altre spiacevoli conseguenze, come osserva Mangiola: «Rischio di prendermi venti anni di galera, a parte questo a parte la brutta figura che facciamo». (redazione@corrierecal.it)

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