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Pochi uomini per controllare l'epidemia e misure locali inefficaci. Il report completo sulla “zona rossa”

L’analisi degli indici che bocciano la Calabria. Non c’è soltanto Rt. Il ministero segnala una trasmissione del contagio «non gestibile» e risorse umane pari «a 0,8 per 10mila». Mentre l’impatto su…

Pubblicato il: 06/11/2020 – 8:25
Pochi uomini per controllare l'epidemia e misure locali inefficaci. Il report completo sulla “zona rossa”

di Pablo Petrasso
LAMEZIA TERME
Il monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità “ammette” che, per la Calabria, l’«attuale impatto del Covid-19 sui servizi assistenziali» è «basso». Lo dice il report sulla base del quale il governo ha deciso di classificare la regione come “zona rossa”. Le slide proiettate ieri durante la conferenza stampa del ministero della Salute riportano tutti gli indicatori – sono 21 – che hanno avuto un ruolo nella scelta di attuare il secondo lockdown in sette mesi.
IL CONTROLLO DELL’EPIDEMIA Il Corriere della Calabria vi offre il report completo (clicca qui) e ha potuto analizzare le valutazioni degli esperti. A partire dalle considerazioni sulla completezza dei dati. Uno degli indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio è il numero di casi sintomatici per mese in cui è indicata la data inizio sintomi sul totale di casi sintomatici notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo. È un modo per valutare quale sia il “controllo” delle autorità sanitarie sull’epidemia del nuovo Coronavirus. Anche questo parametro non è critico per la Calabria. Viene segnalato «in aumento, di poco sopra-soglia», cioè sostanzialmente positivo (in questo caso più cresce il numero più aumenta la capacità di monitoraggio. La Calabria è passata, nelle ultime due settimane a cui fa riferimento il monitoraggio, da 64 a 65,8. Stanno decisamente peggio Abruzzo (32,2), Basilicata (7,2), Liguria (49,4), Valle d’Aosta (19,2), Veneto (44,6).
LA TENUTA DEI SERVIZI SANITARI Il secondo gruppo di indicatori è relativo «alla stabilità di trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari». Tra questi c’è il famigerato indice di trasmissibilità Rt, che “condanna” la Calabria con il valore di 1,84, oltre la fatidica soglia dell’1,5. È uno dei dati più alti nel Paese (il monitoraggio è riferito ai dati del 27 ottobre). Fanno, comunque, peggio della Calabria la Lombardia (2,01; zona rossa), il Molise (2,1), il Piemonte (1,99; zona rossa) e la Provincia autonoma di Bolzano (1,92).
Sono, poi, molte le regioni per le quali vale più del 50% la probabilità di una escalation a rischio alto nei prossimi 30 giorni. La Calabria è tra queste. La sua classificazione, però appare peggiore rispetto alle altre per il parametro dell’aumento di trasmissione: «Alta», specifica il report, che la dichiara «non gestibile in modo efficace con misure locali (zone rosse)». Significa che non bastano gli interventi su scala sub-regionale, che sono attuati da mesi, ma è consigliabile una chiusura più estesa. La Calabria condivide questa sorte con la Sicilia, per la quale l’Istituto superiore di sanità non aggiunge la considerazione sull’inefficacia delle misure locali.

LE ALLERTE SUL CONTAGIO Veniamo poi alla classificazione complessiva del rischio per questa famiglia di indicatori secondo il ministero della Salute: «Alta, con probabilità alta di progressione (molteplici allerte di resilienza)». Le criticità di questo genere, secondo l’Iss, possono portare a una sottostima della velocità di trasmissione e del rischio. Accade quanto la tempestività nella notifica dei casi non è soddisfacente. E in questo senso nelle ultime settimane gli allarmi in Calabria si sono moltiplicati (ne trovate un esempio qui).
Ultima “dimensione” analizzata dagli esperti: la resilienza dei servizi sanitari preposti nel caso di una recrudescenza dell’epidemia da Covid-19. Anche in questo ambito i numeri della regione non sono tutti negativi. I numeri della pandemia sul territorio non preoccupano. Sia nella percentuale di tamponi positivi che per quanto riguarda il tempo tra data di inizio dei sintomi e data di diagnosi non si segnalano criticità. Sono altri i dati segnati in rosso nelle tabelle. Uno per tutti: il totale delle risorse umane, pari a 0,8 per 10mila. Il ministero, in sostanza, si incarica di valutare «il numero e la tipologia di figure professionali e di tempo per persona dedicato nei servizi territoriali al contact tracing e alle attività di prelievo/invio ai laboratori di riferimento e monitoraggio dei contatti stretti e dei casi posti in quarantena e isolamento». È la carenza di risorse umane ad aver segnato, almeno in parte, il destino della Calabria facendone una “zona rossa”. Carenze nella distribuzione degli uomini nei presidi di medicina territoriale (un vecchio refrain della nostra disastrata sanità) prima ancora che negli ospedali, dunque. Le ultime due colonne dedicate al monitoraggio suonano come una condanna. La prima è la «dichiarata trasmissione non gestibile in modo efficace con misure locali (zone rosse) di cui abbiamo parlato prima. La seconda analizza la resilienza dei servizi sanitari territoriali e rileva «due allerte segnalate, totale risorse umane sotto 1 per 10mila. Segnalata trasmissione non gestibile con misure locale». Su queste basi il governo ha deciso le misure che entrano in vigore da venerdì, con rischiose conseguenze sul tessuto economico della regione. Non, dunque, perché l’emergenza sia già esplosa in regione, ma per evitare che un sistema di controlli fragile per via della scarsa disponibilità di personale possa perderne il controllo nelle prossime settimane. Le perplessità rimangono (i dati della Calabria non sono certo gli unici a rischio) però è corretto spostare il dibattito sulle criticità segnalate. E intervenire per risolverle e “riaprire” la regione prima possibile. (p.petrasso@corrierecal.it)

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