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«La Calabria nel feudalesimo della sanità»

di Emiliano Morrone*

Pubblicato il: 15/01/2021 – 7:22
«La Calabria nel feudalesimo della sanità»

Se fossero confermati i fatti, per Vincenzo Cesareo sarebbe un guaio, al di là dei risvolti penali della vicenda che lo riguarda. E lo diventerebbe soprattutto per l’Asp di Cosenza. Si dovrebbe infatti capire se i vari capi, funzionari e dipendenti dell’azienda conoscessero i comportamenti contestati al direttore sanitario dell’ospedale di Paola-Cetraro, raggiunto dalla misura interdittiva della sospensione dall’incarico. Ciò – a prescindere dalle specifiche di legge e di diritto – sul presupposto che nessuno possa agire a piacimento, abusare del ruolo e farsi gli affari propri senza essere notato e tollerato dai colleghi di lavoro.
La presunzione di non colpevolezza vale per Cesareo come per chiunque altro, ma – sottolineo, a parte – all’Asp di Cosenza si registrano precedenti di malcostume indimenticabili, peraltro con sentenze passate in giudicato. Ancora inquieta il caso del – come lo classificarono Le Iene – «furbetto del cartellino», cui i superiori risparmiarono il licenziamento e che infine ebbe un primariato alla faccia della giustizia e del pudore.
In simili storie c’è un aspetto che la magistratura fatica a chiarire, in quanto altro dal suo compito e perché soggetta agli accertamenti possibili, ai tempi e alle regole del procedimento. Alludo alla questione morale negli uffici, cioè alla compartecipazione interessata od indiretta, piena o passiva, del personale in servizio – e degli esponenti politici – rispetto all’utilizzo privato di beni strumentali da parte di un dirigente pubblico. Chi vede, chi sa, dovrebbe restare zitto anche se non ne ricavasse vantaggio? E se così fosse, quale governo, commissario, procuratore, manager o Tavolo di monitoraggio potrebbe risollevare le sorti magnifiche e progressive del Servizio sanitario calabrese?
Secondo gli inquirenti, Cesareo – che al momento è soltanto indagato – avrebbe reso disponibili tamponi e vaccini anti Covid a persone che non ne avevano diritto, avrebbe scorrazzato con l’auto di servizio per motivi squisitamente suoi: spese, pranzi, cene e perfino l’acquisto di merce contraffatta. Dalle carte emerge una personalità sicura, audace, orgogliosa della propria posizione. A un amico, lo stesso direttore sanitario avrebbe chiesto di portare «tutti, anche i gatti», per un presunto screening (in omaggio) durante la pandemia. Ma come, si chiederebbe la nonnina di Domanico o la casalinga di Albidona, l’Asp di Cosenza non era quella con maggiori difficoltà di gestione dei tamponi? E Cesareo, domanderebbe l’operaio di Grisolia, non era lo stesso dirigente che avviò un procedimento disciplinare a carico del primario radiologo Antonio Lopez – poi annullato dal commissario aziendale – per aver raccontato su Facebook le modalità di conservazione dei test molecolari eseguiti dall’Asp di Cosenza? E questi interrogativi legittimi, osserverebbe qualche erede del compianto penalista Federico Stella, non dovrebbero farci preoccupare della tenuta dell’imparzialità e della credibilità amministrativa, soprattutto in una regione in cui l’analisi dei disservizi e disavanzi si ferma spesso alla sola virulenza della ’ndrangheta, che pure (r)esiste e aggredisce gli organismi e le risorse del sistema pubblico?
La magistratura, spiegava il filosofo del diritto Luigi Lombardi Vallauri, ha dei limiti: nella portata delle leggi vigenti, nella loro interpretazione, nella macchina burocratica e nella natura umana. Pertanto negli Stati democratici può succedere che le migliori inchieste falliscano e le peggiori arrivino a compimento. Non sempre la verità giudiziaria coincide con quella effettiva, che comunque va oltre il diritto e la procedura penale, legata com’è alla biografia dei singoli, al contesto in cui essi vivono ed operano.
Alla società contemporanea manca la capacità di giudizio morale, soffocata dal giustizialismo 2.0, impostosi come forma di pensiero dominante, come cultura politica insuperabile e redditizia, alimentata dalla frustrazione collettiva, che nei post, nei soliloqui digitali si tramuta in delirio soggettivo di perfezione e di onnipotenza. Davanti alla notizia di un avviso di garanzia o di una misura cautelare, scattano le requisitorie e le sentenze simultanee degli utenti della rete; spesso gli stessi che, parafrasando Raf, definiscono la Costituzione italiana «la più bella del mondo», pur dimenticandone l’articolo 27 – secondo cui «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva» – e ignorando la Direttiva 2016/343/UE, che rafforza codesto principio basilare. Poi, però, le archiviazioni e le assoluzioni non frenano la furia iconoclasta dei giustizialisti, cui non importa un tubo della differenza profonda tra giudizio penale e giudizio morale.
Bisogna quindi insistere sulla questione morale nell’amministrazione pubblica della Calabria, e intanto nella sanità della regione. A riguardo i partiti non possono tirarsi indietro, e nei suoi discorsi il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra, non dovrebbe fermarsi alla mera, frequente citazione di Franco Fortugno, il cui assassinio maturò in ambito sanitario.
Ci sarebbe da verificare in che modo siano gestite le prenotazioni degli esami e delle visite nelle singole aziende del Servizio sanitario calabrese, nonché i tempi di esecuzione; come vengano tenute e aggiornate le liste di attesa; quale sia nel merito l’effettiva disponibilità di personale e di apparecchiature diagnostiche, per queste controllando i contratti e le condizioni di manutenzione e di utilizzo, anche in rapporto ai concorrenti privati nel territorio, di cui andrebbe valutato il budget stabilito per le relative attività. Bisognerebbe, inoltre, accertare l’appropriatezza dei ricoveri ospedalieri e le eventuali situazioni di commistione tra dirigenza sanitaria e rappresentanza politica, come le ipotesi di inconferibilità di incarichi dirigenziali a personale sanitario con precedenti esperienze di candidature e quelle di incompatibilità con lo svolgimento di mandati elettivi. Occorrerebbe, quindi, ricostruire il quadro dei rapporti tra responsabili della sanità pubblica e partiti, posto che anche i primi hanno il diritto di avere le loro idee e di esprimere il proprio voto, ma astenendosi dalla partecipazione alle campagne elettorali, da iniziative di convincimento degli elettori a favore di candidati che, una volta a palazzo, potrebbero ricompensarli con promozioni di carriera, con il pennacchio discrezionale di referente di qualcosa ed anche con protezioni politiche. È proprio qui che dovrebbero entrare in gioco i partiti, ormai assuefatti e inclini all’invettiva giustizialista, che non sposta la realtà di un millimetro, limitandosi a descriverla (in termini esasperati e riduttivi).
Aldilà dall’inchiesta che ha coinvolto Cesareo, in Calabria sopravvive un feudalesimo della sanità, che i partiti non vogliono superare perché crea consenso, vantaggio personale e indotto politico. Molte volte i diritti passano come favori e le cure dipendono dalla sudditanza o compiacenza rispetto al connubio politica-dirigenza sanitaria. In proposito serve a nulla la presentazione dei certificati penali dei candidati. Il problema è tutt’altro. Ma è più comodo, più utile romanzarla alla Gomorra e buttarla in caciara.
*giornalista

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