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Tentata estorsione da parte di due sacerdoti: rinviati a giudizio

La vittima aveva ricevuto un prestito da don Graziano Maccarrone e don Nico De Luca per un totale di 9000 euro. La pennetta hard, le minacce per farsi ripagare un debito e i riferimenti alla parent…

Pubblicato il: 21/01/2021 – 19:53
Tentata estorsione da parte di due sacerdoti: rinviati a giudizio

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO Il gup di Catanzaro Francesco Rinaldi, ha rinviato a giudizio don Graziano Maccarone, già segretario particolare del vescovo di Mileto, e don Nicola De Luca, reggente della chiesa della Madonna del Rosario di Tropea, accusati di tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose nei confronti di Roberto Mazzocca. La prima udienza del processo è stata fissata per il prossimo 12 aprile davanti al Tribunale di Vibo Valentia.
Ammesse come parti civili lo stesso Mazzocca e sua figlia Francesca, difesi rispettivamente dagli avvocati Michele Gigliotti e Daniela Scarfone. Non è stata ammessa come parte civile un’altra figlia di Mazzocca, Danila.
LA VICENDA La vittima si era rivolta ai due sacerdoti perché lo aiutassero economicamente per evitare l’espropriazione dei beni pignorati alla figlia Francesca a causa di un debito contratto con una terza persona.
Don De Luca avrebbe consegnato la somma di 2.050 euro direttamente al debitore che l’avrebbe poi data al creditore con il quale la figlia era in debito.
Don Maccarone, invece, a ottobre 2012 avrebbe erogato 6.700 euro direttamente al creditore e in presenza dell’avvocato di questi.
Graziano Maccarone aveva concordato con il debitore che non fosse necessario restituire l’intera somma data in prestito e che in ogni caso la restituzione sarebbe avvenuta in diverse rate, non appena il debitore avesse avuto la disponibilità di denaro e comunque a partire da Pasqua 2013.
In quello stesso periodo il segretario particolare del vescovo di Mileto aveva iniziato a inviare messaggi a sfondo sessuale a un’altra figlia del debitore, Danila, una giovane affetta da epilessia parziale in trattamento, con crisi plurisettimanali e dichiarata invalida al 100%. Nell’arco di tre mesi gli investigatori, coordinati dal procuratore Nicola Gratteri e dalla pm Annamaria Frustaci (oggi in aula l’accusa era rappresentata dal pm Irene Crea), hanno registrato 3000 contatti telefonici tra don Graziano e la giovane: per lo più sms, qualche telefonata, e foto compromettenti che il sacerdote si faceva inviare dalla ragazza. Non solo. Tramite conoscenti don Maccarone si sarebbe fatto mandare anche indumenti intimi (cosa che la giovane acconsentiva a fare) e l’avrebbe invitata anche ad avere un incontro in un albergo di Pizzo Calabro. Incontro che tuttavia non ha mai avuto luogo.

LA PENNETTA HARD Nonostante la rassicurazione a pagare da Pasqua 2013, a rate, e così via, a dicembre 2012 don Graziano muta atteggiamento – ricostruisce l’accusa – e chiede al debitore l’immediata restituzione delle somme di denaro, per sé e per don De Luca. Dato che l’uomo non aveva pagato entro il termine stabilito del 31 gennaio 2013, i due sacerdoti pretendono di incontrarlo «per chiarire quanto accaduto» con la figlia con la quale il sacerdote aveva avuto lo scambio di messaggi, foto e indumenti intimi. «Vieni con tuo padre – dice don Maccarone alla ragazza – perché io ho bisogno di dimostrare tutto… e vi dico tutto». Il sacerdote afferma di avere allontanato la ragazza mesi prima, da skype e infine di avere troncato anche con i messaggi. «Allora voglio che tuo padre sappia che anche io ho dei messaggi da parte tua…». Tutto lo scambio avvenuto in quei mesi, avverte don Maccarone, era stato archiviato in una pennetta usb, e lui vuole che anche il padre sappia.
Visto che, nonostante tutto, i due prelati non riuscivano a ottenere il denaro richiesto, secondo l’accusa avrebbero deciso di percorrere due strade parallele chiedendo il doppio dell’importo preteso dal debitore. In più avrebbero proferito delle minacce al debitore avvisandolo di stare attento che avrebbe fatto «una brutta fine». Poi don Maccarone si sarebbe rivolto direttamente ai suoi cugini di Nicotera Marina. Se fosse stato per lui, avrebbe detto il segretario del vescovo a don De Luca, avrebbe mandato i parenti a picchiare il debitore ma le persone alle quali si era rivolto gli avrebbero detto che «non è il momento… perché ora il fuoco è troppo alto e ci bruciamo tutti». Poi lo avrebbe invitato a cercare «un compromesso per temporeggiare… e poi interveniamo».
IL CUGINO MIO «Il cugino mio… Luigi è quello che è uscito adesso a luglio il capo dei capi». Con queste parole don Graziano Maccarone si rivolgeva Mazzocca che doveva a lui e a don Nicola De Luca, reggente della chiesa della Madonna del Rosario di Tropea, circa 9000 mila euro, esattamente 6.700 euro a Maccarone e 2.050 euro a De Luca. Nel corso di un incontro tra i due sacerdoti e la vittima, a febbraio 2013, don Maccarone mette subito avanti la carta della sua parentela con i Mancuso, dicendo che i soldi che aveva prestato gli erano stati consegnati «dai cugini di Nicotera Marina… non vi dico il cognome… già lo avete capito… sono cugini miei».
A testimonianza della propria parentela chiama De Luca: «Digli tu chi sono i miei cugini… così capisce… adesso ci capiamo tutti e due… diglielo». E don De Luca pronto: «I Mancuso». E dato che i Mancuso sono tanti e ognuno appartiene a un capostipite, don Graziano Maccarone diventa più chiaro: «Parenti di Luigi… Eh… siamo nella combriccola… Il cugino mio… Luigi è quello che è uscito adesso a luglio il capo dei capi… no Luni… Luni ormai è quello che era… ma Luigi…».
Nel corso dell’udienza di oggi don De Luca è stato interrogato per oltre un’ora e don Maccarone ha fatto spontanee dichiarazioni affermando, tra l’altro di non avere la parentela che millantava con Luigi Mancuso, considerato a capo della criminalità vibonese. Sia Mazzocca che sua figlia saranno sentiti come teste nel maxiprocesso Rinascita-Scott. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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