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«Manifesto per il Sud»

di Giusy Raffaele

Pubblicato il: 26/01/2021 – 19:02
«Manifesto per il Sud»

Sono duecento i firmatari di Manifesto per il Sud che si fonda sull’uso dei fondi in arrivo dall’Ue per creare una vera «rivoluzione logistica» che accorci le distanze e riallinei l’economia del Mezzogiorno al resto dell’Italia grazie allo strumento del Recovery fund.
Il comitato promotore è formato da intellettuali (e non solo), tra i nomi prestigiosi il presidente dello Svimez, Adriano Giannola, il presidente dell’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia Gerardo Bianco, Vittorio Daniele, professore di politica economica all’Università Magna Grecia di Catanzaro, Antonello Fiore, presidente società italiana di geologia ambientale. Le firme sono non solo di meridionali, proprio per evidenziare l’indifferibilità del tema e l’importanza di “ricucire” le diseguaglianze del Paese.
L’incipit del Manifesto è che dei 209 miliardi del Recovery fund destinati all’Italia 111 – se si pensa alle priorità fissate dall’Europa, ossia coesione, disuguaglianze, sviluppo sostenibile e tecnologico, e ai parametri per attribuire le risorse, disoccupazione, reddito pro-capite, popolazione, perdita cumulata di PIL – richiamano al Sud. Una denuncia-monito per porre fine allo spreco di enormi potenzialità, arrestare la disgregazione frutto del crescente divario Nord-Sud e di quello, ancora più allarmante, tra Italia ed Europa. Secondo il presidente Giannola lo scopo del manifesto è di sostenere l’azione a favore del Sud e correggere i gravi errori strategici contenuti nel Recovery determinati da interessi politici fortissimi.
Nei tre punti fondamentali del Manifesto si legge:
– che le risorse siano utilizzate, in coerenza con i criteri individuati dall’ UE (in quota ben superiore al 50%), per promuovere la crescita economica del Meridione e riallinearne l’economia alle altre regioni italiane ed europee, affinché il Sud torni a contribuire allo sviluppo del Paese;
-che le risorse siano prioritariamente indirizzate a bloccare il crescente divario infrastrutturale tra regioni meridionali e settentrionali d’Italia: colmare il deficit di reti stradali, ferrovie veloci, infrastrutture portuali e autostrade del mare, è essenziale per mettere a sistema un territorio oggi frantumato con aree costiere, porti ed aree interne reciprocamente inaccessibili;
-che le infrastrutture siano funzionali alla rigenerazione urbana, alla mitigazione dei rischi naturali e in particolare del rischio vulcanico, che deve realizzarsi con la progressiva riduzione della residenzialità e densità abitativa nelle zone rosse, da riconvertire a vocazioni turistiche, culturali, di terziario avanzato e ad attività economiche compatibili con la natura dei territori. Tali interventi strutturali dovranno anche fornire un contributo decisivo alla mitigazione del rischio sismico ed idrogeologico. «Le infrastrutture — scrivono — siano funzionali alla rigenerazione urbana, alla mitigazione dei rischi (cominciando da quello vulcanico, sismico e idrogeologico)». Perché? «L’imperdonabile miopia — è scritto sempre nel manifesto — che ha determinato, con la ghettizzazione del Mezzogiorno, la dissipazione della rendita mediterranea pone l’assoluta priorità al Recovery plan di avviare la necessaria integrazione logistica per fruire appieno della rendita posizionale del Mediterraneo». In sostanza i firmatari del manifesto ritengono fondamentale avviare una «rivoluzione e integrazione logistica» che riposizioni l’intera Europa nel Mediterraneo con le grandi opere strategiche da realizzare. I sottoscrittori chiedono al governo «di far proprie le priorità esposte e di onorarle per le evidenze che la ragione impone, con l’urgenza che la situazione comanda».

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