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il maxi processo

«Dei rapporti tra Pittelli e i clan parlai 20 anni fa. Ma non successe nulla»

Il pentito Farris racconta (di nuovo) l’incontro tra il boss Razionale e l’avvocato. Una storia che nessuno si preoccupò di approfondire. «Un militare mi fece capire che avevo chiuso con la Procura»

Pubblicato il: 08/03/2021 – 18:54
di Alessia Truzzolillo
«Dei rapporti tra Pittelli e i clan parlai 20 anni fa. Ma non successe nulla»

LAMEZIA TERME Le parole del collaboratore Luigi Guglielmo Farris nel corso dell’udienza nel processo Rinascita-Scott, lasciano intravedere un vero e proprio “sistema”, una rete nella quale è rimasto impigliato, negli anni ’90, non solo il mondo delle consorterie criminali ma anche quello dell’imprenditoria e della giustizia. Dal primo marzo scorso, a più di venti anni dalle sue prime dichiarazioni, i sostituti della Dda di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri, hanno ripreso a interrogarlo e le sue dichiarazioni stanno dando la stura a nuove indagini. Farris, 70 anni, è stato un imprenditore nella provincia di Catanzaro, legato da rapporti equivoci con le cosche vibonesi e catanzaresi, finito sotto usura da parte del boss di San Gregorio D’Ippona, Rosario Fiarè, legato a Saverio Razionale, ma anche di insospettabili come tale Enzo Fedi, padre della proprietaria di un negozio di pellicce a Catanzaro. È stato un informatore dei carabinieri e dal 1996 collabora con la giustizia. Ha denunciato i propri estorsori e ha raccontato tutto quello a cui ha assistito nel corso della propria rocambolesca vita di imprenditore. Ma, all’epoca, le sue parole non hanno sortito l’effetto che si aspettava, anzi.

«Hai finito di collaborare»

Quanto riportato nel verbale del primo marzo scorso era già stato disvelato, in parte, da Farris davanti alla Procura di Catanzaro 20 anni fa, senza sortire effetti. Il collaboratore – ha ribadito oggi in aula rispondendo alle domande dei pm Antonio De Bernardo e Annamaria Frustaci – ebbe modo di raccontare un episodio che vedeva protagonista l’avvocato, ed ex parlamentare di Forza Italia, Giancarlo Pittelli. Ha raccontato di essere stato testimone di un incontro tra Saverio Razionale e l’avvocato Pittelli nel supermercato di Razionale a Vena di Vibo Valentia. «Pittelli arrivò agitato per avere subito un pestaggio da parte di Peppe Mancuso per un processo che, secondo Peppe era andato male», spiega Farris il quale racconta che Pittelli voleva parlare con Razionale perché questi calmasse Peppe Mancuso «perché non succedessero altri episodi del genere». Poi i due si chiusero nell’ufficio di Razionale e Farris andò via senza sapere cosa si dissero Pittelli e Razionale. Fatto sta che di questo episodio venne a conoscenza anche la Procura di Catanzaro, 20 anni fa. Cosa accadde? «Dopo quella escussione la vicenda non è stata più ripresa», dice il collaboratore di giustizia. «Successivamente a quel verbale in cui si parlava di Pittelli incontrai un militare, un maresciallo del Ros, che dopo qualche ora mi portò copia di quasi tutti i verbali e mi disse: “La collaborazione finisce qui”. Mi fece capire che avevo chiuso con la Procura». «Con questa cosa che hai, detto, hai finito di collaborare. Prenditi copia di questi verbali, che un giorno ti potranno servire», gli avrebbe detto il militare sulla cui identità c’è il segreto istruttorio perché sono in corso accertamenti. «Non sono stato più chiamato dalla Procura – ha raccontato Farris collegato da sito riservato in udienza –. Sono passati 20 anni. Quell’ufficiale aveva ragione».

L’usura da parte di Fedi e il processo al collaboratore

Enzo Fedi prestava denaro a Luigi Farris con un tasso di interessi del 10%. In garanzia dei prestiti che gli aveva concesso, Farris gli girò degli assegni frutto della vendita di un ristorante a Villaggio Palumbo. Gli assegni gli erano stati dato da tale Nania e Vincenzo Infelise ma due assegni risultarono protestati. Farris minacciò di denunciare Nania il quale gli rispose che «non gli sarebbe successo nulla sul mancato pagamento del ristorante perché aveva parenti nella Corte d’Appello di Catanzaro». Al contrario Farris venne denunciato da Enzo Fedi che si era ritrovato due assegni protestati. Per giustificare quegli assegni Fedi disse che provenivano da alcuni acquisti fatti dal collaboratore nel negozio di pellicce della figlia. Farris finì imputato, e, nonostante collaborasse con la giustizia, vivesse in località protetta e avesse denunciato l’usura, il processo andò avanti senza che lui sia stato mai sentito. «Sono stato condannato a 8 mesi senza essere mai sentito».

«Qualcuno del Tribunale chiamò per farmi smettere di collaborare»

Luigi Farris da collaboratore ha effettuato 20 traslochi. Ha cambiato diverse città. Non lo lasciavano in pace e in più occasioni hanno cercato di farlo desistere dal collaborare. Riceveva telefonate, alcune anonime, perché non parlasse. Anche sua moglie venne contattata «tramite qualcuno del Tribunale di Catanzaro» perché l’imprenditore smettesse di collaborare.

«La massoneria e la pensione di mia madre in sei giorni»

Nel racconto di Farris non mancano riferimenti agli ambienti massonici dei quali ha fatto parte, tirato dentro da Emanuele Armellini, assicuratore di Vibo Valentia morto in un incidente stradale.
«Feci parte di una loggia massonica di rito scozzese. Una loggia ufficiale. Non partecipai mai alle riunioni – dice il collaboratore – ma Armellini mi agevolò quando morì mio padre e mia madre restò senza pensione per un anno. Lui me la fece avere in sei giorni». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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