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Rinascita, il pentito Farris: «Prima di morire Ortuso volle incontrare Pittelli. Disse: “È l’unico che può salvarmi la vita”»

«L’avvocato aveva rapporti con i Gaglianesi e i Mancuso». L’omicidio del commerciante a Catanzaro, i nomi eccellenti nella loggia massonica

Pubblicato il: 07/03/2021 – 9:59
di Alessia Truzzolillo
Rinascita, il pentito Farris: «Prima di morire Ortuso volle incontrare Pittelli. Disse: “È l’unico che può salvarmi la vita”»

LAMEZIA TERME Il commerciante Antonio Ortuso, detto Nino, è stato trovato morto il 4 settembre 1992 nel suo studio nel quartiere Gagliano di Catanzaro. Su questo fatto di sangue, 20 anni dopo, arrivano, pesanti come macigni, le parole del collaboratore di giustizia Luigi Guglielmo Farris, 70 anni. È un interrogatorio nuovo di zecca quello che Farris ha reso lo scorso primo marzo davanti al sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci. Un interrogatorio imbiancato da numerosi omissis ma dal quale traspare tutta la gravità dei ricordi dell’ex imprenditore originario di Messina, ben più gravi rispetto alle dichiarazioni che il collaboratore aveva reso lo scorso 8 febbraio nel corso del processo “Rinascita-Scott” al quale dovrà tornare lunedì 8 marzo per completare l’esame col pubblico ministero ed essere controesaminato dalle difese.

L’omicidio Ortuso e l’incontro da Pittelli

Per quanto riguarda l’omicidio Ortuso, Farris ha ripercorso gli oscuri contorni di quel fatto di sangue: «So che Ortuso per svolgere la sua attività aveva rapporti con tutti, sia con Gaglianesi, sia con i Mancuso, sia con gli Arena», racconta il collaboratore che Ortuso lo conosceva molto bene visto che il commerciante lo aveva aiutato ad aprire il suo negozio di elettrodomestici “Tutto In” sas. «La settimana antecedente all’omicidio, Ortuso mi aveva espresso la volontà di partire con me per Roma per avviare una nuova attività. Il viaggio era stato già programmato e venerdì prima dell’omicidio mi aveva riferito che era accaduto qualcosa di molto grave, senza tuttavia specificare di cosa si trattasse: era una divergenza che aveva avuto non so però se con la famiglia dei Gaglianesi o con quella dei Mancuso. Ricordo, tuttavia, – prosegue Farris – che era qualcosa di molto grosso, al punto che temeva per la propria vita. Quel venerdì mi disse: “l’avvocato Pittelli è l’unica persona che può risolvere la questione: è l’unico che può salvarmi la vita” e mi chiese di accompagnarlo presso lo studio legale perché aveva urgenza di parlargli». Il commerciante chiese a Farris di accompagnarlo all’appuntamento con l’avvocato Giancarlo Pittelli – attualmente imputato nel processo Rinascita-Scott con l’accusa di concorso esterno con la cosca Mancuso – «anche perché – riferisce il collaboratore – lo stesso Pittelli aveva rapporti con tutti, con i Gaglianesi, con i Mancuso».
Giunti allo studio del legale, Farris aspettò fuori dalla stanza mentre Ortuso parlò in maniera riservata nella stanza di Pittelli. «Non so cosa si siano detti, so però che all’uscita, Nino mi riferì che l’avvocato gli aveva assicurato che gli avrebbe risolto il problema, mentre noi, nel frattempo saremmo partiti, concordando la partenza per Roma per il lunedì successivo», dice Farris.

La morte di Ortuso e la paura di Farris

Quella partenza, però, non avverrà mai, spiega il collaboratore. Quel lunedì Nino Ortuso non era al deposito nella zona Santa Maria di Catanzaro, vicino alla stazione, né rispose nessuno quando Farris andò allo studio. «Mercoledì (non ricordo il giorno esatto) lo trovarono morto all’interno del suo studio a Gagliano». Anche a Farris cominciarono ad accadere cose strane: nella notte tra lunedì e martedì, dopo l’incontro allo studio Pittelli del venerdì precedente, «suonarono alla porta delle persone alle quali, vista l’ora, non aprii. Mi dissero che erano rimasti con l’autovettura in panne ma chiaramente mi sembrò una scusa, anche perché poco dopo udii una macchina sgommare, perché passava una pattuglia dei carabinieri». Avvisati i carabinieri, Farris venne fatto trasferire d’urgenza nella sua abitazione di Nocera Terinese. «Subito dopo mi trasferii a Montecatini di mia spontanea volontà, per non avere più problemi», racconta il collaboratore.
Un trasferimento repentino con la famiglia avvenuto pochi giorni dopo i funerali di Nino Ortuso. Anche in quella breve parentesi di tempo, oltre all’episodio dei due “visitatori” notturni, Luigi Guglielmo Farris ebbe altri incontri che gli fecero premere l’acceleratore sulla decisione di partire.

Quel «poi ci vediamo» da parte dei Gaglianesi

Il giorno dopo l’omicidio di Ortuso, Farris andò a trovare la moglie per farle le condoglianze. In quella occasione «Nicola Trapasso, uno dei Gaglianesi, mi ha minacciato dicendomi “poi ci vediamo”. Io l’ho intesa subito come una minaccia perché il Trapasso era “molto carico”». Sull’omicidio Luigi Farris afferma di non essere mai stato sentito. Una cosa, però, la sa per certo: non voleva avere più problemi. I ricordi li porta sulla mano sinistra, una cicatrice frutto, racconta, di una visita al suo negozio di elettrodomestici a Santa Maria di Catanzaro da parte di Gino Costanzo, capobastone della cosca dei Gaglianesi, che si presentò insieme ad altri due soggetti per acquistare degli elettrodomestici lasciando detto a un dipendente che sarebbero tornati a pagarli il giorno dopo. Il giorno seguente, effettivamente, si presentarono al negozio «Salvatore Vono, un certo Salvatore Mazza, detto “Stellina”, e altri personaggi di cui non ricordo il nome, ma anziché pagare la merce, mi aggredirono, colpendo la mia mano sinistra, tra il pollice e l’indice, con un tagliacarte», racconta il collaboratore mostrando la cicatrice. Farris se ne doveva andare, glielo dissero in faccia, non poteva avere quel negozio perché «non ero un loro affiliato». E poi non lo volevano perché parlava coi carabinieri.
A fare cambiare idea ai Gaglianesi è stata, il giorno seguente, la visione, nel negozio, di Michele Pardea, boss dell’omonima famiglia di Vibo Valentia, il quale, riferisce Farris, «si trovava lì casualmente» perché era venuto a trovare un suo dipendente.

Pittelli, le botte da parte di ‘Mbroglia e l’incontro con Razionale

Farris racconta di essere stato testimone di un altro episodio significativo che vide protagonista l’avvocato Giancarlo Pittelli. In quella occasione l’attuale collaboratore di giustizia si trovava nel supermercato di Saverio Razionale, boss di San Gregorio D’Ippona. O meglio, il supermercato era intestato a un uomo tenuto sotto usura da Razionale che utilizzava l’ufficio del negozio per fare pubbliche relazioni. «Io ero all’esterno del supermercato insieme a Saverio – ricorda Farris – e mentre stavamo parlando arrivò la macchina di Pittelli, che era a bordo con un suo collaboratore. Dalla macchina uscì l’avvocato, che si presentava malconcio e su di giri, perché riferiva di essere stato picchiato da Peppe Mancuso, detto ‘Mbroglia, per un processo che, secondo Peppe era andato male». Per il prosieguo di quella visita Farris venne tenuto fuori mentre Razionale e Pittelli si chiusero nell’ufficio del boss.

Pittelli controllato a casa di Fiarè

Farris riferisce, inoltre, di essere a conoscenza del fatto che Pittelli sia stato «controllato a casa di Rosario Fiarè, unitamente a una donna, che non so se fosse una segretaria o una collaboratrice studio». «Rispetto a tale controllo non so se sia stato fatto un verbale», dice il collaboratore che racconta di avere appreso questo episodio durante la propria collaborazione «parlando del fatto con il maresciallo Alibrandi che mi parlò dell’episodio atteso che stavo riferendo elementi proprio su Rosario Fiarè».

Il caso Pasquin

Nei ricordi di Luigi Guglielmo Farris rientra anche il caso di Patrizia Pasquin, ex presidente del Tribunale civile di Vibo Valentia condannata in via definitiva per corruzione in atti giudiziari a due anni e quattro mesi. «Sono stato sentito a Salerno (Tribunale competente per i reati che riguardano i magistrati del distretto di Catanzaro, ndr) per alcuni fatti relativi alla famiglia Mancuso ed ai rapporti degli stessi con la dottoressa Pasquin, in quanto nel procedimento denominato “Tornio” io e il mio collaboratore Giovambattista Moschella eravamo stati utilizzati dalla polizia giudiziaria per l’installazione di alcune “cimici” al telefono della falegnameria di Mario Narciso, luogo che veniva utilizzato da Antonio Mancuso come “ufficio” a Vibo Valentia per intrattenere relazioni. Successivamente – racconta Ferris – quando sono stato sentito a Salerno, ho compreso che io e il mio collaboratore eravamo stati messi in pericolo di vita per ciò che avevamo fatto, atteso che la stessa dottoressa Pasquin all’epoca aveva rapporti con la famiglia Mancuso».

Le forze dell’ordine

Luigi Farris non nasconde il fatto di essere stato, prima della collaborazione con l’autorità giudiziaria iniziata nel 1996, un informatore delle forze dell’ordine. E le forze dell’ordine le tira spesso fuori nei propri racconti. Farris è stato per parecchio tempo sotto usura. Il fatto emerge anche nei suoi verbali inseriti tra le carte di Rinascita: «Proseguendo nella narrazione delle vicende usuraie di cui sono rimasto vittima, ho accennato come per far fronte alle pretese del Mantino, fui costretto a rivolgermi ad altre persone, e per cominciare a Rosario Fiarè», racconta. Ma non solo. Quando cominciò a collaborare rese dichiarazioni su tale Enzo Fedi, «suocero di un vice comandante della Guardia di finanza che lavorava a Roma». Fedi gli concesse dei prestiti a tassi usurai, afferma il collaboratore. «Nonostante le mie dichiarazioni fui io a subire un processo, senza peraltro essere mai stato sentito». Processo per il quale Farris è stato condannato a 8 mesi di reclusione. «Che io sappia Fedi non ha subito alcun processo per usura», racconta Farris il quale aggiunge, non senza un punta di acredine e sospetto: «Ritengo che ci sia stata malafede in questa vicenda, non solo per il tenore delle dichiarazioni rese nei confronti di un soggetto che successivamente è emerso essere suocero di un ufficiale della Guardia di finanza, ma anche perché, nonostante io abbia delle nuove generalità a seguito della mia adesione al programma di protezione, la sentenza è stata annotata nel casellario giudiziale recante il mio nuovo nome».

Il tentativo di sequestro della figlia di Farris

L’episodio del tentativo di sequestro della figlia di Farris è coperto da numerosi omissis e parte dalla sentenza di condanna che il collaboratore subì e che collega «ad un ulteriore episodio che si verificò tempo prima presso l’ufficio della Procura di Catanzaro OMISSIS… e quando feci il nome dell’avvocato Giancarlo Pittelli OMISSIS… Peraltro dopo queste dichiarazioni ci fu un tentativo di sequestro di persona nei confronti di mia figlia, a seguito del quale io e la mia famiglia venimmo trasferiti d’urgenza dalla località protetta di Ravenna a quella di Cesena».

Guai (anche) a Montecatini

Farris non era entrato subito nel programma di protezione, nonostante avesse ricevuto telefonate, alcune delle quali anonime, da parte di persone che gli chiedevano di non proseguire nella collaborazione. Anche sua moglie ricevette telefonate dello stesso tenore. A fargli cambiare idea sul programma di protezione fu la visita a Montecatini, dove si era trasferito con la famiglia dopo l’omicidio di Nino Ortuso, di Rosario Fiarè, capobastone dell’omonima cosca di San Gregorio D’Ippona, insieme a tale «Pinuccio Altomonte di Firenze» e ad altri due giovani. Rosario Fiarè gli comunicò che aveva fatto supervisionare da Altomonte il negozio di alimentari che Farris aveva aperto perché aveva intenzione di rilevarlo «ritenendo – racconta Farris – che io fossi ancora debitore nei suoi confronti di undici milioni delle vecchie lire più interessi, in ragione dei prestiti usurari che mi aveva in precedenza concesso». I problemi seguono Farris anche a Montecatini dove si presentano, racconta, Mario e Mimmo Narciso, arrivati a nome di Antonio Mancuso «per il pagamento di merce che avevano venduto per mio conto e su cui ritenevano di vantare una percentuale». I due presero l’auto di Farris, la riempirono di prosecco e vini prelevati dal negozio per portarli ad Antonio Mancuso. Il giorno dopo gli fecero ritrovare l’auto vicino alla stazione, aperta e con le chiavi sotto il tappetino.
A Montecatini si presentò un giorno anche «il capitano Stranges», racconta il collaboratore che già in precedenti verbali ha raccontato dei rapporti del capitano con i Cracolici e con Peppe Mancuso «con il quale il predetto capitano era in stretti rapporti». «Il capitano Stanges mi invitò a una cena che presumevo si potesse trattare di una trappola ordita dallo stesso Peppe Mancuso o da qualcun altro collegato allo stesso Peppe». Pertanto, tutta la conversazione con l’ufficiale venne registrata insieme al Ros di Catanzaro, racconta Farris il quale consegna agli inquirenti una serie di verbali datati 22.01.1997 resi dinnanzi alla dottoressa Chiaravalloti nei quali si riporta la conversazione registrata con Stranges.

La Massoneria e i suoi nomi

Luigi Guglielmo Farris afferma di avere fatto parte della massoneria, prima da apprendista e poi con la tessera di maestro, «sebbene io, nei fatti, non abbia preso parte ad alcuna riunione», dice. Farris fa i nomi di persone appartenenti alla massoneria Fortunato Mantino, Francesco Fortuna, l’avvocato Preiti, un certo Pisano di Pizzo Calabro, Maria Lo Gatto, Nicola Tripodi. Il collaboratore fa anche i nomi di diversi esponenti della famiglia Mancuso di Limbadi: «Cosmo Michele Mancuso, Luni Mancuso, detto il biondo, e forse anche lo stesso Luigi Mancuso». «Facevano altresì parte della massoneria Antonio Mancuso, detto Zì ‘Ntoni. Sapevo che ne faceva parte anche il procuratore Lombardi perché questo mi venne detto da Fortunato Mantino e dall’avvocato Antonio Preiti. Entrambi, infatti, partecipavano alle riunioni e sapevano chi fossero gli altri partecipanti, specialmente l’avvocato Preiti. All’epoca, il gran maestro della loggia che seguiva il rito scozzese era Vigorito. Sono in grado di produrre – prosegue Farris – il libro delle onorificenze cavalleresche relative a quel periodo, avendo io stesso il grado di cavaliere: i cavalieri ivi indicati sono in diverse logge della massoneria. Per quanto a mia conoscenza anche Bellantoni faceva parte della massoneria». Dichiarazioni scottanti quelle di Farris, ancora tutte da verificare, che preannunciano, lunedì, una lunga udienza. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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