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«Qui decide la mafia sanità». Gli appetiti di cosche e politica sulla clinica del pentito a Gioia Tauro

Dai verbali di Fondacaro emerge il ruolo di Barillaro, ex direttore sanitario dell’Asp di Reggio. C’è la villa costruita con i soldi dei clan

Pubblicato il: 25/03/2021 – 7:03
di Pablo Petrasso
«Qui decide la mafia sanità». Gli appetiti di cosche e politica sulla clinica del pentito a Gioia Tauro

REGGIO CALABRIA «La mafia sanità ha deciso così». È così che Salvatore Barillaro, ex direttore sanitario dell’Asp di Reggio Calabria – che sarebbe, secondo la Dda, legato al clan Piromalli – avrebbe spiegato a Marcello Fondacaro, oggi pentito, la fine della sua struttura sanitaria. Fondacaro – altro medico vicino alle cosche prima di scegliere la strada della collaborazione – lo avrebbe appreso nel 2008, una volta uscito dal carcere. È così che si chiude la sua esperienza nel settore. Il tentativo di ottenere l’accreditamento per una clinica va inizialmente a buon fine, poi forze superiori si mettono in moto. E lavorano per appropriarsi di quella “licenza” ottenuta dalla Regione per lavorare sotto l’ombrello dei contributi pubblici. Quelle forze, secondo il suo racconto, tengono insieme professionisti, uomini vicini al clan Molè e anche il parente di un politico del Reggino. Geometrica potenza, si sarebbe detto in altri contesti, dalla quale non si scappa. 

La villa costruita grazie ai favori per il pre-accreditamento

Il collaboratore di giustizia capisce che «i Piromalli stavano coltivando un progetto ambizioso per impossessarsi della mia struttura». Grandi manovre attorno alla sanità privata non sono mai mancate. È in questo contesto che nei primi anni del 2000 Fondacaro e Barillaro discutono della possibilità del primo di fornire un locale per un’altra clinica, della quale era titolare un soggetto che al dirigente sarebbe stato «raccomandato dalla mafia-sanità».

Salvatore Barillaro, foto Gazzetta del Sud

Attorno al settore fioriscono privilegi e illeciti: «Barillaro – il racconto è sempre del pentito – mi disse che aveva costruito una villa nella zona di Reggio, i cui materiali (o il loro valore economico) sono stati avuti (probabilmente forniti, ndr) da soggetti che avevano avuto “favori” nella fase della procedura del pre-accreditamento delle strutture sanitarie».
«Marcello, che vuoi – si sarebbe vantato – quando uno occupa un posto come il mio i regali arrivano e l’ho costruita in zona reggina». Una villa in cambio dei contratti controfirmati dal manager che diceva all’attuale pentito: «Io non sono qui per la gloria». È intorno al concetto di «mafia-sanità» che ruota buona parte del ragionamento. Barillaro, secondo Fondacaro, si sarebbe trasferito da Milano per «rendersi conto» di questa «struttura» che governava una fetta dell’economia del territorio. 

Una valigetta con 2 milioni e mezzo di euro all’Euro

L’arresto di Marcello Fondacaro, foto da antimafiaduemila 

Il progetto della “scalata” a Villa Bianca (la clinica di Fondacaro) finisce male perché l’architetto sbaglia a redigere del progetto. Ma inizia nel 2005, quando Franco e Antonio Tripodi – i due medici che per i magistrati antimafia sarebbero stati estensione diretta dei voleri del clan Piromalli – raggiungono Fondacaro a Roma: «Mi chiesero, anzi mi volevano imporre (vennero coi soldi in una valigetta, vi erano all’interno 2 milioni e mezzo di euro) la vendita di Villa Bianca». L’incontro «nella zona Eur, vicino al ristorante “Il Fungo” ove fu arrestato Peppe Piromalli con Saro Mammoliti» finisce con una fumata grigia: «Non raggiungemmo l’accordo sul prezzo del fabbricato. Io chiesi 4 milioni e mezzo di euro. Mi dissero “se non la vendi a noi, non la vendi a nessuno”». In effetti Fondacaro non riuscì a completare alcuna transazione. Neppure nel 2013, quando il clan si mosse per completare l’operazione attraverso un altro dei suoi imprenditori di riferimento, oggi defunto. «Mi disse – continua il verbale – “guarda, ho un terreno dietro l’opificio. Voglio realizzare la struttura, se mi cedi il tuo accreditamento posso operare. Mi cedi Villa Bianca”». Quell’uomo aggiunse, secondo il collaboratore di giustizia: «Ne ho parlato già con la famiglia e mi ha dato l’assenso. Ho amici in Regione, compreso un avvocato». L’allusione era ovviamente alla cosca Piromalli. Ma non ci fu tempo di portare avanti le trattative: Fondacaro fu infatti nuovamente arrestato. 

«Al servizio della cosca»

Sullo sfondo di questa vicenda si snodano i rapporti tra l’ex direttore sanitario dell’Asp di Reggio Calabria e i medici considerati «bocca e orecchie» del clan Piromalli. Tanto che i magistrati della Procura guidata da Giovanni Bombardieri considerano il manager un «soggetto legato alla cosca e diretto dagli esponenti della famiglia Tripodi, grazie alla quale ha ottenuto l’incarico di direttore sanitario dell’Asp reggina, fornendo in cambio il pieno controllo del settore sanitario alla cosca, così da implementare la propria forza in un ambito strategico». Un altro professionista «al servizio dell’associazione di stampo mafioso» che, dalla propria postazione, «ratifica le nomine imposte dai referenti mafiosi, avalla scelte di trasferimento di dipendenti e pianifica le operazioni di liquidazione dei mandati di pagamento» dando priorità alle imprese care alla filiera ‘ndranghetista, come il laboratorio Minerva. In due parole: la «mafia sanità». (p.petrasso@corrierecal.it)

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