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«Un’altra botta la prendo il 7, il 10 e poi…». L’usura e le estorsioni del “blocco mafioso” De Maio-Brandimarte

Strozzinaggio e spaccio, ma non solo, Il gruppo criminale operava su più fronti e poteva contare su «un reticolato molto ampio»

Pubblicato il: 05/04/2021 – 16:47
di Giorgio Curcio
«Un’altra botta la prendo il 7, il 10 e poi…». L’usura e le estorsioni del “blocco mafioso” De Maio-Brandimarte

GIOIA TAURO Un vorticoso e redditizio giro d’affari illeciti legato al traffico e allo spaccio di ingenti quantità di sostanze stupefacenti. E non si limitava alle sole zone della Marina di Gioia Tauro e alle piccole dosi. A ricostruirlo sono stati gli investigatori, coordinati dalla Procura di Reggio Calabria – guidata da Giovanni Bombardieri – tesi ritenute sufficienti dal gip che ha convalidato la richiesta d’arresto di 19 soggetti legati al clan ‘ndrangheta De Maio-Brandimarte. A parlare in più di una circostanza e conversazione captata dagli inquirente sono proprio Gaetano De Maio e Alessandro Cutrì, entrambi arrestati. Con arroganza e sufficienza, si legge nelle carte dell’inchiesta, i due si riferiscono a alla cessione di due “pacchi” consistenti dal valore di 50mila euro, e non 5mila come i piccoli spacciatori.
«…lavorare per 500 euro.. 50mila euro, pagato, poi l’hanno arrestato (…) era amico tuo. Io manco lo conosco.. Vedi come siamo combinati» dice lo stesso Gaetano De Maio a Cutrì.

Le dichiarazioni del pentito Trunfio

Che la famiglia di ‘ndrangheta De Maio – Brandimarte si occupasse proficuamente del traffico di droga, è emerso anche dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Francesco Trunfio. E’ lui a descrivere la famiglia come «vicina ai Molè» e Alessandro Cutrì come soggetto «che frequentava sistematicamente esponenti della cosca Pelle-Vottari».
«In quel gruppo – racconta il collaboratore il 14 dicembre 2018 – c’è Gaetano De Maio, il fratello Vincenzo, suo cognato Giovinazzo (non ricordo il nome), Totò “u Batissu” e poi Alessandro Cutrì detto “u barrittaru”, un trafficante di droga. Se non erro o lui o il fratello lavorano al porto». «Dieci giorni fa – racconta ancora Trunfio – un detenuto tale Domenico Pelle, figlio di Antonio, mi ha detto di aver conosciuto Alessandro Cutrì nel corso di una cena e che doveva reincontrarlo per chiarire una vicenda».

Gli stupefacenti e l’unico “blocco mafioso”

Secondo gli inquirenti, dunque, l’operatività della cosca De Maio-Brandimarte sarebbe stata accertata nel settore specifico del traffico degli stupefacenti. In continuità con quanto era già stato fotografato con l’operazione “Puerto Liberado”, la “specializzazione” dei Brandimarte diventa anche dei parenti De Maio (dopo diversi matrimoni), contribuendo a costituire, di fatto, un unico “blocco mafioso”. Il gruppo poteva contare su un reticolato molto ampio e anche di agganci al Porto di Gioia Tauro per importare la droga, così come confermato dal pentito Francesco Trunfio ed attestato anche dal “pizzino” ritrovatogli il 26 gennaio 2019 con su riportata la targhetta identificativa di un container transitato dal porto cittadino e che chiaramente trasportava droga. Per gli inquirenti si tratta di «un’organizzazione semplice e rudimentale ma anche complessa, dove ognuno deve attenersi al compito ritagliato e dove tutti sono chiamati ad “aggiornarsi” al “circolo pontile”, dove incontravano capi e altri affiliati».

L’usura

Oltre al traffico di droga, anche per la famiglia De Maio-Brandimarte l’usura rappresentava un’importante attività molto remunerativa. Dalle intercettazioni e la visione delle telecamere, gli inquirenti sono riusciti a ricostruire il giro di strozzinaggio ed estorsioni messo in atto dal clan, attraverso la gestione di assegni intestate a terze persone.
Gaetano De Maio, disoccupato e percettore del reddito di cittadinanza, in più di una conversazione parlava di somme di denaro dovutegli da altre persone, senza specificare però a che titolo. In una conversazione intercettata il 17 aprile 2018, Gaetano De Maio dice di aver operato un cambio assegni e con un soggetto non identificato concordava una somma di denaro di 2mila euro da versare a dicembre.
S: «A Vincenzo a dicembre e a marzo tiene l’assegno»
G: «E non sono duemila euro?»
S: «Eh, a dicembre ha preso duemila euro»
G: «A nome di tuo padre?»
S: «A nome mio».

Il ruolo di Gaetano De Maio e la collaborazione della moglie

In un’altra conversazione del 17 aprile 2019, gli inquirenti comprendono che le somme trattata dal Gaetano De Maio erano ingentissime. «In un anno e mezzo erano 28mila euro.. poi ha fatto a metà (…) a me li davano, ma erano fuori e volavano una settimana di tempo». A questa affermazione segue il commento di un soggetto non identificato che riferisce a De Maio: «Gli hai dato 5mila e ne hai preso 28mila, guadagnando 23mila euro». Inoltre, rilevano gli inquirenti, nell’attività di usura sarebbe coinvolta anche la coniuge di Gaetano De Maio, Soana Cento. «Domani appena mi pagano i ragazzi, vado subito a Palmi e li do a “cocca”» dice al marito in una conversazione, che risponde: «Un’altra botta la prendo il 7, il 10 e poi..». «Vedi che vado alla banca – dice la Cento a De Maio – che ne abbiamo troppi a casa. Tu hai 2.800 e io ho 1.800 però considera che 100 euro dicesti che me li dai domani per le scarpe». Per gli inquirenti, De Maio, chiaramente non parlando né di un suo lavoro né di un lavoro della moglie fa riferimento a delle entrate per 2.400 euro. Una cadenza temporale e un importo prestabilito di evidente natura usuraria.
Il coinvolgimento della moglie di Gaetano De Maio per gli inquirenti è evidente: era lei, infatti, ad incitarlo a non farsi alcuno scrupolo anche quando un creditore lamentava di non poter pagare per un “dissesto economico”.
S: «E di tutti ti dispiace di me non ti dispiace mai però»
G: «E se non era che gli dicevo di andarsi ad impiccare?»
S: «Si, perché se non ne avevi tu, lui ti suonava al campanello mille volte»
G: «Però la scorsa volta mi aveva detto “se li recupero ce li dividiamo”, 3.500»
S: «Quando li avevano si davano alla pazza gioia. Se va bene daglieli qualche 200 euro»
G: «Soldi dalla mia tasca non ne prendono nemmeno a morire». (redazione@corrierecal.it)

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