Scalea, un appartamento come «base del narcotraffico». I proventi confluivano in una bacinella comune
E’ quanto emerge dall’inchiesta della Dda di Catanzaro che traccia un «cospicuo volume di affari del sodalizio»

SCALEA L’inchiesta “Baia Bianca” – coordinata dalla Dda di Catanzaro – ha svelato la presenza sul Tirreno Cosentino di una presunta struttura associativa e individuato la base logistica nell’abitazione di Luigi Ricci e Maria Grazia Cortese (entrambi indagati), quest’ultima soprannominata “Rosy Abate” da uno dei soggetti coinvolti nella medesima indagine. Il gruppo sarebbe stato in grado di gestire «ingenti quantitativi di stupefacente» e attraverso un collaudato sistema avrebbe rifornito le piazze di spaccio dell’hinterland. Di droga si parla nelle intercettazioni, con gli interlocutori attenti a camuffare i dialoghi facendo costante ricorso al linguaggio criptico e utilizzando termini che gli investigatori riconducono alla “droga parlata“. Termini che in alcuni casi – sempre secondo le indagini – avrebbero consentito di stimare un «cospicuo volume di affari del sodalizio». Accanto ai classici strumenti di indagine, l’attività investigativa si è avvalsa delle dichiarazioni rilasciate da assuntori e acquirenti di sostanze stupefacenti.
La presunta organizzazione
Ricci e Cortese sarebbero «promotori, finanziatori, dirigenti e organizzatori dell’associazione, ricoprendo all’interno della consorteria una posizione di vertice». Gli stessi avrebbero svolto l’attività di narcotraffico nella propria abitazione, assumendo «le decisioni di maggiore rilievo in ordine all’approvvigionamento e alla commercializzazione dello stupefacente, individuando anche nuovi sodali per l’attività di spaccio». Ed ancora, sempre i due indagati sarebbero detentori della «bacinella comune, dove confluiscono i proventi illeciti, e svolgono, all’interno della suddetta abitazione, anche attività stoccaggio e confezionamento del narcotico, oltre a quella di spaccio».
Alcuni dialoghi captati cristallizzano, per chi indaga, il ruolo di «Ricci, a capo del sodalizio» intento ad «occuparsi dello spaccio di stupefacente di diversa qualità, ricomprendente anche la marijuana. Cortese, oltre «alla gestione del narcotraffico (…) ha ricoperto anche il ruolo di controllo e custodia del denaro, frutto e provento dell’illecita attività, oltre che quello di coordinamento dei diversi spacciatori».
L’alt della pattuglia e il tentativo di nascondere la droga
Nonostante le adeguate accortezze, Cortese viene fermata da una pattuglia della polizia stradale. La donna teme che l’alt intimatole sia propedeutico alla ricerca di sostanze stupefacenti. L’indagata si attiva e informa «la sua rete di spacciatori affinché gli stessi occultassero lo stupefacente che era custodito all’interno della sua abitazione (…) all’interno della culla del figlio, metaforicamente indicato con il termine giubbino». Uno dei soggetti chiamati a nascondere la sostanza stupefacente si attiva come da direttive. Tuttavia, le forze dell’ordine nel corso di un successivo controllo troveranno il soggetto in possesso di una modesta dose di marijuana. (f.benincasa@corrierecal.it)
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