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il processo

L’accusa chiede 7 anni e 11 mesi di reclusione per Lucano

Conclusa la requisitoria del processo Xenia. Sono 23 le condanne sollecitate. «Associazione a delinquere per sfruttare i fondi dei progetti di accoglienza»

Pubblicato il: 17/05/2021 – 20:05
di Francesco Donnici
L’accusa chiede 7 anni e 11 mesi di reclusione per Lucano

LOCRI  «La tesi difensiva, più volte ribadita nel corso del processo, è che si tratti di un “processo politico” avviato dalla prefettura su impulso governativo. Come tale ha o avrebbe una conclusione predeterminata. Questa narrazione è stata pacificamente smentita dall’istruttoria dibattimentale».
Sono in tutto 23 le richieste di condanna (e 3 assoluzioni) avanzate dalla procura di Locri, nel processo “Xenia”, al collegio del tribunale di Locri presieduto da Fulvio Accurso. Per Mimmo Lucano, principale imputato rappresentato in aula dagli avvocati Daqua e Pisapia, i sostituti procuratori Michele Permunian e Marzia Currao hanno chiesto 7 anni e 11 mesi di reclusione.
L’analisi dell’Ufficio requirente presieduto da Luigi D’Alessio (qui la sua introduzione alla requisitoria), verte sui principali capi d’imputazione, dall’abuso d’ufficio all’associazione a delinquere, contestati con riferimento all’arco temporale tra il 2014 e il 2017.
Un’attività d’indagine partita, nelle parole del pm, «dall’azione di Francesco Ruga», commerciante di Riace «che, come emerso dall’istruttoria, aveva rapporti di credito con l’associazione “Città Futura” e che, stremato dalle richieste di Capone e Lucano, decideva di sporgere querela». Il resto della storia, dalle misure cautelari eseguite lo scorso ottobre 2018 porta fino ad oggi.

«Accoglienza fatta per un tornaconto politico-elettorale»

L’accoglienza a Riace veniva «fatta esclusivamente per tornaconto politico-elettorale». La linea del pubblico ministero Permunian si basa sulle presunte mire politiche alla base del “sistema Riace”.
«Un comportamento – quello di Lucano – motivato, alla base, dall’avere un tornaconto politico, scegliendo ad hoc Tizio, Caio e Sempronio per ricoprire ruoli all’interno dell’associazione», spesso anche «senza competenze in materia di immigrazione».
I presunti illeciti sono riferiti alla gestione dei sistemi Sprar e Cas nel Comune della Locride, che non avrebbero assolto al compito di «emancipare il migrante» beneficiario. «I così detti laboratori, più volte pubblicizzati da Lucano, – dice Permunian – erano lo specchietto per le allodole. Funzionavano per le personalità e per i turisti». E così, associazioni e cooperative sarebbero servite per dare lavoro «non solo a chi dava sostegno politico a Lucano, ma anche ai parenti».
Il pm richiama le relazioni ispettive dei funzionari, «che segnalavano una serie di criticità», a supporto dell’impianto accusatorio.

«Lucano era “sciolto” dalla legge»

«All’interno del Comune – dice Permumian – Lucano era diventato il “dominus” assoluto e “legibus solutus”, sciolto dalla legge». Il pm cita un’intercettazione dove l’ex sindaco di Riace dice di «odiare» lo Stato che «richiedeva determinati requisiti per rilasciare le carte d’identità» oppure «perché richiedeva a tutti di pagare i diritti di segreteria». Dettami ai quali non si sarebbe attenuto.
Al centro del sistema l’associazione “Città Futura” di cui «Lucano era “dominus” di fatto». Un dato che si evincerebbe da diverse intercettazioni come quelle del rappresentante legale, Fernando Antonio Capone, per il quale sono stati chiesti 7 anni e 5 mesi, che in una conversazione si autodefinisce «il braccio» della «mente», che era il sindaco. «Capone – sostiene l’accusa – è una testa di legno eterodiretta da Lucano stesso anche se col tempo ha assunto un’autonomia di gestione illecita».
Altra figura centrale nella narrazione dell’accusa è Cosimina Ierinò, per la quel sono stati chiesti 4 anni e 10 mesi. L’imputata rivestiva un doppio ruolo, come responsabile operativa del progetto Sprar e responsabile della banca dati. Nei fatti, dice Permunian, sarebbe stata «lo strumento amministrativo della volontà di Lucano». Loro, insieme ad altri, avrebbero così composto «un’associazione a delinquere» di cui Lucano è il «capo indiscusso», finalizzata a «perseguire un programma criminoso che consisteva nell’utilizzare tutti i possibili sistemi e schemi illeciti per massimizzare la percezione dei fondi pubblici» connessi ai progetti dell’accoglienza. Nelle prossime udienza la parola passerà alle difese che porteranno poi alla decisione di primo grado, fissata per fine settembre.

Viminale chiede 10 milioni di risarcimento

Il ministero dell’Interno, tramite l’avvocatura dello Stato, ha chiesto un risarcimento danni da 10 milioni agli imputati nel processo Xenia. Il legale del ministero, intervenuto dopo la requisitoria del pm, ha chiesto una provvisionale di 2 milioni di euro.

Xenia, le altre richieste

Chieste le condanne per:
Abeba Abraha Gebremarian 4 anni e 1 mese
Giuseppe “Luca” Ammendolia 3 anni e 2 mesi
Nicola Audino 4 anni
Assan Balde 2 anni
Oberdan Pietro Curiale 4 anni e 2 mesi
Prencess Daniel 2 anni
Oumar Keita 2 anni
Domenico Latella 1 anno e un mese
Cosimo Damiano Musuraca 2 anni
Gianfranco Musuraca 4 anni e un mese
Salvatore Romeo 4 anni e 3 mesi
Maurizio Senese 1 anno
Domenico Sgrò 6 mesi (di arresto)
Maria Taverniti 3 anni
Lemlem Tesfahun 4 anni e 4 mesi
Fimon Tesfalem 2 anni
Jerri Cosimo Ilario Tornese 4 anni e 2 mesi
Renzo Valilà 1 anno e 6 mesi
Rosario Antonio Zurzolo 1 anno
Annamaria Maiolo 4 anni e 3 mesi

Chiesta l’assoluzione per:
Alberto Gervasi
Nabil Moumen
Antonio Santo Petrolo

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