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Rinascita Scott, l’omicidio di Nicola Lo Bianco e le frizioni tra i cugini “Piccinni” e “Sicarro”

Il collaboratore di giustizia Andrea Mantella racconta la scomparsa del 28enne per un debito di droga. Carmelo Lo Bianco trovò i soldi per liberarlo ma non arrivò in tempo. «Il ragazzo non c’è più»…

Pubblicato il: 04/06/2021 – 7:08
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, l’omicidio di Nicola Lo Bianco e le frizioni tra i cugini “Piccinni” e “Sicarro”

LAMEZIA TERME «Quando ero con la semilibertà per l’omicidio Manco già coltivavo propositi di autonomia. Facevo azioni di ribellione nei confronti dei Mancuso e dei sangregoresi, mi facevo notare. La verità è che io mi sono ribellato davanti al colosso Mancuso-Razionale-Fierè-Gasparro. E alla fine ai miei capi stava pure bene perché loro non avevano avuto il coraggio di metterci la faccia, di affrontarli. Quindi scaricavano tutti su di me quando qualcuno si ribellava. Dicevano: “Portami da Andrea “Guscia” che lo voglio ammazzare. Le richieste arrivavano da tutte le parti ai Lo Bianco. Però i Lo Bianco non mi hanno mai portato a subire un caso di lupara bianca. Perché io con Paolino Lo Bianco tutte le sante sere uscivo a cena. Quando io avevo un problema fuori provincia, Paolino Lo Bianco si impegnava per me e io sono andato dagli Alvaro, sono andato a Gioia Tauro, da Mommo Mazzaferro. Andavo in giro ma loro, alla fine, non mi hanno mai venduto. Nonostante questo, pure a me mi giravano per la testa delle fantasie. Pensavo: “Domani a questo lo devo ammazzare”. Alla fine non me la sono sentita. Anche perché, come ho già specificato: se oggi avevo, per dire, organizzato l’agguato, domani di pomeriggio si presentava Paolino Lo Bianco all’interno della mia azienda, dove c’erano i cavalli, con la figlia più grande e i figli piccolini e il mio cuore si scioglieva e mandavo tutto a monte».
Il collaboratore di giustizia Andrea Mantella lo racconta tutto d’un fiato il suo rapporto e la scissione dalla cosca Lo Bianco-Barba. In seno a quella consorteria dominava su Vibo Valentia. Ma i Lo Bianco-Barba, come Mantella ha già raccontato nel corso di altre udienze del processo Rinascita-Scott, erano proni ai Mancuso ai quali corrispondevano anche parte delle entrate delle attività illecite. «Nel 2006 ho preso più autonomia, pedalavo da solo», racconta il collaboratore che creò un gruppo autonomo e cominciò a gestire autonomamente le estorsioni e il traffico di droga su Vibo Valentia.

Renda imprenditore «funzionale»

Un esempio di questa autonomia e di questo affrancamento si manifesta con la vicenda dell’estorsione all’Eurospin che doveva essere aperto dall’avvocato Vincenzo Renda. Rispondendo alle domande del difensore Diego Brancia, Mantella spiega che nel 2009, a fine giugno, inizi di luglio, incontrò Renda al Cin Cin bar di Gianfranco Ferrante che fece da tramite all’incontro. All’inizio, spiega Mantella, l’avvocato Renda aveva tirato fuori la carta della conoscenza con Pantaleone Mancuso “Scarpuni”. «Renda si sentiva forte e sicuro dell’appoggio di “Scarpuni”. Io gli feci capire che si doveva accordare con me. Siamo rimasti che due volte l’anno doveva tirare fuori qualche pensierino. All’inizio l’avvocato Renda ha subito una minaccia implicita da parte mia e a niente valeva una conoscenza con Luni Scarpuni. Alla fine Renda era diventato una sorta di imprenditore a me funzionale. A un certo punto non era più una vittima. Alla fine non dava solo 5000 euro all’anno ma anche il quadruplo, perché io ero molto esigente».

Entrature in Cassazione

«Io sapevo da Renda e Ferrante che l’avvocato aveva entrature in Cassazione tramite uno zio», dice Mantella. Da queste entrature però Mantella non ricavò molto se non quello che definisce “un regalo”». Tratto in arresto con l’operazione “Nuova Alba”, Mantella era uscito dal carcere e finito ai domiciliari nella clinica Villa Verde simulando una depressione, come ha più volte raccontato nel corso delle udienze. «Per essere scarcerato pagai 65mila euro – spiega nel corso dell’udienza di giovedì –. La Procura si appellò in Cassazione». E fu in questa circostanza che ricevette «il regalo» del rinvio di qualche mese che gli garantì qualche altra settimana di libertà. «Ottenni il rinvio e questo era il regalo che mi venne fatto, mi fece capire Renda. Poi la Cassazione mi ha rimandato ai domiciliari a Villa Verde».

I rapporti «stagionali» tra “Sicarro” e “Piccinni”

L’avvocato Brancia chiede al collaboratore com’erano i rapporti tra due esponenti apicali del clan Lo Bianco: Carmelo Lo Bianco “Piccinni” e Carmelo Lo Bianco “Sicarro”. «Tra i due cugini – spiega Mantella – il problema nasce quando Sicarro esce dal carcere e rimprovera Piccinni di non essere stato in grado di tutelare il su unico figlio maschio, ossia Nicola, il figlio di Sicarro». Nicola Lo Bianco, infatti, è scomparso il due maggio del 1997, a 28 anni. Secondo le rivelazioni di alcuni pentiti si tratterebbe di un omicidio dovuto a un grosso debito di droga.
«I due cugini hanno fatto un incontro al cimitero di Vibo Valentia dove il mio capo, Carmelo Lo Bianco ha spiegato a Sicarro la situazione, quali erano gli errori fatti da Rosario Lo Bianco, suo genero, alias “Sarino Pompa”, di suo figlio Nicola Lo Bianco, e dello stesso Totò Mazzeo che avrebbero comprato della droga e non avrebbero pagato la droga ai fratelli Campisi, nonostante Pino Campisi fosse detenuto al carcere di Spoleto». Piccinni avrebbe detto a Sicarro: «Tu lo hai messo in mano a tuo figlio ai Mancuso e ai Campisi con questa cacchio di droga. Altrimenti tuo figlio poteva campare cent’anni. Gli dice pure che il figlio era stato tradito da Gianfranco Ferrante». Ma Carmelo Lo Bianco non era convinto nonostante i suoi nipoti, i figli di Domenico Lo Bianco che abitano a Pannaconi, gli confermassero la vicenda: «Sì zio, vedi che ha ragione zio Carmelo “Piccinni”. Nicola lo abbiamo visto noi, stavamo facendo un lavoro dal terrazzo, Nicola è stato spinto dentro e c’era Gianfranco».

«Il ragazzo non c’è più»

Alla fine Carmelo Lo Bianco Sicarro aveva propositi di autonomia «addirittura non parlava nemmeno più la lingua vibonese, parlava il riggitano», dice Mantella. Sicarro criticava il cugino Carmelo Lo Bianco “Piccinni” «che aveva fatto tutto quello che si poteva fare». «Sì è vero, è arrivato in ritardo – dice Mantella –. Ha preso i soldi, non ricordo se erano 100 o 150 milioni di lire e li ha dati ad Antonio Mancuso. Erano pronti. Antonio Mancuso gli porta indietro la cosiddetta imbasciata e gli dice che ormai non c’era niente da fare, che il ragazzo non c’è più».

Rapporti ambigui tra i due cugini Lo Bianco

Secondo Mantella, dopo quel tragico episodio, i rapporti tra i due cugini diventano «ambigui, stagionali, semestrali. Per sei mesi andavano d’accordo, si frequentavano, dicevano “il capo lo fai tu, poi lo faccio io”. Altri sei mesi Carmelo Lo Bianco, alias Sicarro si faceva il gruppo dei “lucheida” che erano i suoi nipoti». Alla fine Carmelo Lo Bianco Piccinni fa capire a Sicarro che se si fosse messo di traverso Andrea Mantella, che era rimasto fedele a Piccinni, lo avrebbe ucciso. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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