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Povertà: il lascito tossico della pandemia

In un anno 7.291 famiglie calabresi sono scivolate sotto il livello di sussistenza. Bruciati sull’altare della crisi 23.472 posti di lavoro. Licursi: «Necessarie politiche attive e coordinate»

Pubblicato il: 05/06/2021 – 10:00
di Roberto De Santo
Povertà: il lascito tossico della pandemia

CATANZARO È presto ancora per comprendere appieno l’esatta dimensione dei contraccolpi che l’emergenza scatenata dalla diffusione del Coronavirus riverbererà sul tessuto socio-economico calabrese. Un lascito tossico che, come ogni guerra – così da più parti è stata definita la lotta al Covid – svilupperà effetti negativi nel breve e nel lungo periodo anche nella fase post-pandemica. Ad iniziare da quanti già, prima dell’esplosione dell’epidemia da Coronavirus, vivevano in un precario equilibrio economico.
Un esercito senz’armi i cui ranghi con la diffusione del virus si è via via ingrossato. Inghiottendo anche chi fino all’inizio di questa devastante stagione che dura ormai da più di un anno non ne sarebbe stato coinvolto. Proprietari di piccole realtà imprenditoriali, titolari di esercizi commerciali che assieme ai precari del lavoro e al popolo delle partite Iva sono stati travolti in pieno da una crisi che non ha risparmiato nessuno. Ma che in un territorio con un’economia storicamente debole come quello calabrese si è tramutata in un fattore moltiplicatore di quei limiti strutturali. Incrementando il livello di sofferenza socio-economica del sistema produttivo locale e della popolazione con un inevitabile scivolamento sotto la soglia della povertà di una nuova e più ampia fetta di calabresi. Se non si correrà rapidamente ai rimedi, si rischia che le risorse – previste dalle varie misure del Governo assieme alla ingenti somme in pancia alla programmazione comunitaria e del piano Next generation Eu – non potranno svolgere il compito principale per cui sono state stanziate: fare uscire dalla marginalità le aree depresse come la Calabria.

«Dati da terza guerra mondiale»

La Calabria ha risentito degli effetti della pandemia

I primi dati che provengono dai principali osservatori socio-economici indicano quanta sia cresciuta dopo la pandemia la massa di popolazione che rischia di non arrivare a fine mese. Un fenomeno in ascesa in tutta Italia tanto che Giancarlo Blangiardo, presidente dell’Istat ha detto che  nel corso del 2020 – l’anno buio della pandemia –  si è registrato il «livello più alto mai osservato della quota dei poveri». In occasione della presentazione all’università Bicocca di Milano del rapporto Benessere equo e sostenibile (Bes),  Blangiardo ha parlato di «terza guerra mondiale». E l’effetto più drammatico – oltre al numero di decessi da Covid – è stato appunto l’incremento del numero di persone che vivono in condizione di assoluto disagio.

Proprio rileggendo i numeri dell’Istituto di statistica emerge che gli italiani che si trovano in povertà assoluta sono 5,6 milioni. Nel solo 2020 ce ne sono stati un milione in più rispetto all’anno precedente. Oltre 335mila famiglie in più che in termini percentuali significano un passaggio da 6,4% del 2019 al 7,7% dello scorso anno.
Numeri da brividi a cui si sommano quelli che  sono a rischio di povertà relativa (parametro che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale, ndr). In questo caso ad offrire un quadro della devastazione causata dalla crisi economica post covid è Demoskopika. Secondo le stime dell’Istituto demoscopico, oltre 369mila famiglie sono scivolate nell’anno buio della crisi in questa condizione. In particolare, aumenterebbe del 2,1 per cento l’incidenza delle famiglie con difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi, sul totale dell’universo dei nuclei familiari italiani: si passa dall’11,4 per cento del 2019 al 13,5 per cento del 2020. 
Ed è anche l’ufficio studi della Caritas, a segnalare i contorni del disastro economico e conseguentemente sociale generato dalla crisi pandemica. «Al momento i nuovi poveri sono la metà delle persone che si rivolgono alle nostre strutture – Federica De Lauso dell’ufficio studi Caritas italiano – stiamo parlando del 48%, rispetto al 31% della pre-pandemia. Aumentano gli italiani, le donne con figli minori e le fasce giovanili, toccate dal precariato e dai contratti a tempo determinato».
Tracciando l’identikit dei poveri creati dalla pandemia, De Lauso, elenca: «sono principalmente i giovani e le donne che ci chiedono aiuto. Donne che molte volte si fanno portavoce dell’intero nucleo familiare». «Ci hanno chiesto aiuto – continua De Lauso – anche molte persone in cassa integrazione, laddove ci sono situazioni già a basso e mono reddito l’80% dello stipendio può essere un problema, e tanti lavoratori autonomi. Tutte persone che si sono aggiunte a quelli che già conoscevamo, come casalinghe e pensionati». Stando strettamente ai numeri assoluti l’esponente della Caritas afferma che «in tutto il 2020 abbiamo aiutato circa un milione e 800mila persone».

La Calabria degli ultimi

Per stimare l’impatto della crisi pandemica sulla condizione socio-economica della popolazione calabrese soccorrono alcuni indicatori che ritraggono – seppur ancora in modo parziale – un quadro decisamente a tinte fosche.  Su tutti, le stime di Demoskopika che pone la Calabria tra le sei regioni in Italia «più fiaccate» dalla crisi economica causata dall’epidemia. Passando in rassegna l’indicatore Iser – sistema introdotto per classificare il livello si sofferenza economica dei territori – l’Istituto ha inserito la Calabria tra le regioni nell’area dei sistemi economici e sociali con un livello di sofferenza “molto elevato”: 104,7 punti (quarta regione nella classifica nazionale di questo indicatore) con una flessione quantificabile in oltre 23 mila occupati in meno (-4,3%). Da qui l’incremento del numero di famiglie precipitate nella condizione di povertà. Si è passato dal 23,4% del tasso di incidenza della povertà relativa del 2019 al 24,3% del 2020. Demoskopica ha calcolato che in un solo anno l’incremento delle famiglie povere è stato pari a 7.291 con un tasso di crescita pari a circa l’ 1% (0,9% per l’esattezza).
L’area del disagio è aumentata a causa del calo dell’occupazione che soprattutto nelle famiglie monoreddito ha determinato un peggioramento di un quadro che già poneva la Calabria all’ultimo posto in Italia per reddito lordo disponibile pro capite (13.160 euro) con un  tasso di rischio di povertà pari al 30%, un livello di grave deprivazione materiale pari a 8,6 persone su 100.

Secondo sempre il report di Demoskopika, tra il 2019 e il 2020 sono stati bruciati sull’altare della crisi 23.472 posti di lavoro tra occupati a tempo pieno e parziale. Con una flessione pari a 4,3 punti percentuali.
Per comprendere la dimensione del disagio economico diffuso tra le famiglie calabresi a seguito della pandemia vengono in soccorso anche i numeri forniti dall’Osservatorio statistico dell’Inps. Leggendo il report trimestrale pubblicato ad aprile scorso, emerge infatti che i percettori di almeno una mensilità di Reddito di cittadinanza (Rdc) o Pensione di cittadinanza (Pdc) sono enormemente cresciuti in Calabria: passando da 73.725 nuclei del trimestre aprile dicembre del 2019 a 97.734 dei primi tre mesi del 2021.  Quasi un terzo in più (esattamente il 32,6%).
Il numero delle persone coinvolte in questo lasso di tempo ha raggiunto le 225.210 unità (era 186.086 nel 2019). Dati e numeri che dimostrano il cataclisma socio-economico che solo in parte il sistema di welfare italiano è riuscito a contenere. Ma che rischia di abbattersi con conseguenze ancora più devastati sulle condizioni generali dell’economia complessiva calabrese. Scatenando nuove e più pericolose fughe verso le aree più ricche del Paese e impoverendo maggiormente i territori marginali. Facendo franare ancora una volta la Calabria tra le ultime regioni del Vecchio Continente.

Licursi: «Politiche attive e coordinate per contrastare la povertà»

Sabina Licursi, professoressa associata di Sociologia generale all'Unical
Sabina Licursi, professoressa associata di Sociologia generale all’Unical

Sabina Licursi, professoressa associata di Sociologia generale è in prima linea nella ricerca e studio delle politiche di contrasto alla povertà. Per conto del dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria segue alcuni progetti su povertà, homelessness e, appunto, politiche di contrasto.

Professoressa, la Calabria nonostante le ingenti risorse investite, soprattutto europee, per creare sviluppo e dunque occupazione resta tra le regioni più povere. Secondo lei cosa non ha funzionato?
«È opportuno premettere che le risorse europee sono un’opportunità importante per i territori svantaggiati. Regioni come la Calabria non possono superare senza risorse mirate e aggiuntive le situazioni di disuguaglianze multiple che sperimentano, ad esempio, nei livelli di occupazione, nella dotazione di servizi di cittadinanza (scuola e salute), nelle infrastrutture. Tuttavia, diversi indicatori segnalano che, nell’ultimo ventennio, nonostante gli aiuti comunitari, le disparità territoriali in Italia si sono riprodotte e aggravate rispetto all’insieme delle regioni europee, come mostra Gianfranco Viesti nel suo recente libro “Centri e periferie”, edito da Laterza. Come spiegare questo apparente paradosso? In primo luogo, ripercorrendo la storia degli interventi a favore del Mezzogiorno, ci si accorge che, dopo la fine dell’Intervento straordinario, non ci sono state politiche di coesione territoriale particolarmente significative, e dagli anni ’90 in poi – fatto salvo il tentativo tra il 1998 e il 2000 della Nuova programmazione di Carlo Azeglio Ciampi e Fabrizio Barca – le risorse centrali destinate al Mezzogiorno si sono ridotte in maniera drastica, sia quelle rivolte al potenziamento del capitale fisso sociale sia quelle tradotte in incentivi alle imprese. Senza trascurare che, rispetto alle risorse ordinarie, quelle europee diventano sempre più sostitutive e non aggiuntive. Inoltre, la programmazione unitaria delle risorse si è dimostrata lenta ed estremamente segmentata su obiettivi tematici specifici, generando una moltiplicazione dei programmi simultaneamente attivi, che ha richiesto elevati investimenti di tempo e risorse per la rendicontazione della spesa più che sui risultati attesi. Un altro elemento critico riguarda le capacità (non solo tecniche ma anche di organico) delle amministrazioni regionali e locali, di seguire e coordinare i processi di investimento basati su risorse europee e, soprattutto, di assicurare il funzionamento nel medio-lungo periodo delle opere che esse consentono di realizzare. Insomma, non basta realizzare la ferrovia se poi non puoi farvi circolare i treni per mancanza di risorse ordinarie».

Fonte: Osservatorio statistico dell’Inps

Il reddito di cittadinanza e la pensione di cittadinanza che sono stati introdotti per aiutare i nuclei familiari più in difficoltà stanno svolgendo un ruolo di contrasto alla povertà diffusa nella nostra regione?
«Le misure di reddito minimo costituiscono un insostituibile strumento per combattere la povertà. Infatti, pur trattandosi di un fenomeno complesso e multidimensionale, la povertà ha una sua importante manifestazione nella mancanza di reddito. Queste misure sono arrivate tardi nel nostro Paese e in poco tempo hanno subito anche diversi cambiamenti, si pensi al passaggio dal Rei -Reddito di Inclusione del 2017 al RdC – Reddito di Cittadinanza del 2019. Quest’ultimo ha una natura complessa poiché si definisce congiuntamente come politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà. Tornando alla sua domanda, proverei a formulare una risposta che focalizza l’attenzione su due livelli. Il primo è quello più strettamente economico. Tecnicamente una misura di reddito minimo consiste in una integrazione del reddito per quanti non dispongono di risorse autonome sufficienti per raggiungere standard di vita dignitosi. Il Rapporto annuale 2020 del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali segnala che in Calabria i nuclei familiari che hanno beneficiato della misura dall’avvio della stessa sono circa 95 mila, comprensivi di Reddito e Pensione di cittadinanza. Quelli che ne fruiscono al 30 giugno 2020 sono quasi 80 mila, di cui oltre il 90% titolare di Reddito di cittadinanza. Il valore medio dei trasferimenti economici in corso di erogazione alla data richiamata è in linea con il valore medio nazionale, pari a poco meno di 510 euro mensili».

Persone in difficoltà economica in fila per ottenere un pasto alla mensa

Passando a quello che lei ha definito il secondo livello: qual è l’impatto che la politica ha in termini di attivazione, vale e dire quanto riesce a intervenire per favorire un cambiamento duraturo delle condizioni di vita dei beneficiari?
«Il Reddito di cittadinanza prevede l’attivazione e l’inclusione sociale per coloro che non siano occupati o per le famiglie che necessitino di un percorso di accompagnamento per l’integrazione nella società. Nella politica è presente la declinazione dell’attivazione, diventata dominante in Europa dopo la crisi del 2008, che tende a un rafforzamento delle condizioni e dei vincoli posti ai beneficiari in termini di una contropartita, come ad esempio rendersi disponibili a frequentare un corso di formazione oppure garantire l’obbligo scolastico dei propri figli. Per tornare ai dati, dal monitoraggio del ministero emerge che all’incirca la metà dei nuclei familiari beneficiari viene indirizzato ai Centri per l’Impiego e l’altra metà ai servizi sociali. Su questo doppio binario, il Reddito di cittadinanza inevitabilmente subisce i condizionamenti del contesto locale, delle dotazioni di personale presenti negli enti chiamati a sviluppare i Patti per il lavoro o per l’inclusione, delle opportunità di occupazione e di integrazione che offre il territorio di riferimento. Nonostante siano previste e in parte utilizzate le risorse finanziarie dedicate, ad esempio, al potenziamento dei servizi sociali, accade che quello che nella norma si configura come un diritto/dovere, e quindi come livello essenziale, non sia garantito allo stesso modo nei diversi territori».

E poi c’è stata la pandemia che ha creato nuove difficoltà, dal vostro osservatorio avete riscontrato un peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie calabresi?
«Certamente la pandemia, soprattutto nei suoi effetti sociali ed economici, non ha avuto su tutti lo stesso impatto. Chi è partito da una condizione di maggiore svantaggio e con minori risorse private su cui poter contare, ne ha avvertito (e ne sentirà) maggiormente le conseguenze. Una valutazione più completa si potrà fare in un tempo medio-lungo. Al momento però sono almeno due i punti di osservazione che si possono utilizzare per farsi un’idea. Il primo è quello di chi lavora sul campo, a contatto con la povertà, soprattutto nelle aree urbane della regione: i tanti attori di terzo settore o le Caritas diocesane, che in questo anno pandemico hanno continuato a garantire servizi per i più fragili e hanno visto aumentare i numeri e diversificarsi i profili delle persone e delle famiglie in difficoltà. Il secondo è quello dei dati sull’economia regionale. La Banca d’Italia ha stimato un arretramento del 10% circa della ricchezza complessiva nel corso del 2020, pari in valore assoluto ad oltre tre miliardi di euro (in media una perdita di 1.500 euro procapite), in una condizione che era già prima della pandemia segnata da una lunga recessione».

Quali soggetti hanno risentito di più della crisi innescata dal Covid-19?
«In questo quadro, le donne e i giovani sono sicuramente fra i soggetti maggiormente penalizzati, non solo sotto l’aspetto economico e per l’elevato rischio di trovarsi senza lavoro o in una condizione occupazionale ancora più precaria, ma anche per le ricadute non materiali della crisi da Covid-19. Pensando a bambini e ragazzi, in particolare, la pandemia ha significato una trasformazione radicale e duratura delle relazioni con i pari e del rapporto con la scuola. Con essa sono anche esplose pesantissime disuguaglianze in istruzione e si sono estese le aree della povertà educativa. La Dad è stata utilizzata in misura maggiore nelle regioni del Mezzogiorno, come mostrano le indagini di “Save the Children” e della Banca d’Italia. La Calabria è tra le ultime regioni in Italia per ore di didattica offerta in presenza sia nel primo che nel secondo ciclo della formazione, tra marzo 2020 e febbraio 2021. Ed è anche una regione in cui è forte il divario digitale rispetto al resto del Paese, tra aree della regione e tra famiglie. L’effetto combinato di questi elementi, lascia immaginare che aumenteranno i divari negli apprendimenti tra bambini e ragazzi che provengono da contesti socio-economici familiari diversi, e il rischio di dispersione scolastica».

Per fronteggiare questa nuova situazione è stato previsto il reddito di emergenza, ha sortito effetti in Calabria?
«Si tratta di una misura pensata per affrontare appunto la situazione di emergenza, introdotta a maggio 2020 con il decreto Rilancio (DL 34/2020), recependo molte delle proposte avanzate da “Forum disuguaglianze diversità e Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile”. Coerentemente con le finalità dichiarate, il Rem ha fornito una risposta tampone alle famiglie economicamente più svantaggiate ed escluse dal Rdc. Da quest’ultimo si distingue anche perché più generoso e diretto ad intercettare una platea più ampia di beneficiari, tra cui gli stranieri. Il Rem si presenta come misura temporanea, il cui rinnovo – l’ultimo con il decreto “Sostegni” – si lega all’andamento della pandemia. Dai dati disponibili si può dire che la distribuzione delle domande sul territorio nazionale segue quella del Rdc, con una maggiore concentrazione nelle regioni del Sud».

Al di là della pandemia, i numeri indicano che la Calabria soffre tanto anche per una incapacità di formare ad alti livelli i giovani e quelli con maggiori professionalità vanno via. Come contrastare entrambi i fenomeni?
«Per rispondere a questa domanda può essere utile fare una premessa di carattere generale, ovvero che i divari di cittadinanza si definiscono in larga misura in rapporto alla scuola. Ne sono indicatori gli anni che mediamente si trascorrono sui banchi, la frequenza dell’asilo nido e del tempo pieno, di istituti dotati di aule moderne, palestre, biblioteche e laboratori, le competenze acquisite a conclusione dei cicli scolastici. Bisogna tuttavia considerare che, anche sotto questo profilo, la Calabria non è un’area omogenea. Al suo interno, infatti, coesistono situazioni molto differenziate e non mancano esperienze formative, in tutti i livelli dell’istruzione, di estremo valore. La presenza delle università ha poi consentito di registrare un aumento del tasso della popolazione laureata e, soprattutto, offre opportunità per percorsi formativi di “alto livello”. Inoltre, la scuola può favorire un attivo coinvolgimento civico dei più giovani. E questo sovente accade. Ad esempio, i primi risultati della ricerca “Ripartire”, che stiamo conducendo nel dipartimento di Scienze politiche e sociali, finalizzata al contrasto della povertà educativa, mostra che quando la scuola si apre al territorio e alla società locale i giovani si lasciano coinvolgere con entusiasmo e sviluppano atteggiamenti propositivi. Non possono, evidentemente, essere la scuola e l’università da sole a “trattenere” in Calabria i giovani con elevata istruzione. Come si potrebbe fare? Una delle strade percorribili è quella di partire dai territori, adottare cioè un approccio “basato sui luoghi” (place based), che tenga conto delle caratteristiche delle istituzioni e delle culture locali, delle dinamiche socio-demografiche, del capitale sociale e delle dotazioni specifiche di risorse naturali e produttive. Questo è il “modello” utilizzato per favorire la rivitalizzazione delle aree interne, in Italia e in Calabria. E su questo stiamo lavorando come Scuola Superiore di Scienze delle amministrazioni pubbliche, in accordo con il nucleo regionale di Valutazione della Regione Calabria. Crediamo che conoscere in profondità i territori marginalizzati e capire cosa e con chi si possa intervenire per frenarne l’abbandono sia un’opportunità per l’intera regione. Le aree interne, e la Calabria, non sono segnate da un destino immodificabile. Per intervenire servono le persone, le loro idee e le loro capacità, le risorse che possono mettere a valore, ma servono anche politiche, locali e centrali, mirate a valorizzare le potenzialità endogene».

Quali politiche in particolare andrebbero avviate, anche a livello regionale, per far uscire i calabresi dalla situazione di bisogni più estremi?
«Ritornando alla povertà e alle politiche di contrasto, aggiungo che il reddito minimo è uno strumento efficace, ma è opportuno precisare che sotto questa etichetta si possono definire interventi assai diversi. Seguendo l’idea che la povertà va contrastata con maggiori risorse lì dove si manifesta di più e in forme più acute, occorre definire con attenzione i criteri di accesso e aumentare la platea dei beneficiari, italiani e non. Considerando invece le difficoltà strutturali che in alcuni territori si presentano rispetto all’occupabilità delle persone in povertà – a cui non si può rispondere solo con una riqualificazione dell’offerta di lavoro –  bisognerebbe definire l’attivazione (la cosiddetta componente attiva della politica) soprattutto in termini di accesso a servizi e opportunità di inclusione sociale e di rafforzamento delle capacità delle persone e dei nuclei beneficiari. Per fare questo è necessario favorire una gestione coordinata delle politiche e dei fondi, investire sui territori e sulla stabilizzazione delle professionalità che nei servizi pubblici possano realizzare la presa in carico dei beneficiari».  (r.desanto@corriercal.it)

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