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La “Laura C” e l’attentato (che per molti è una bufala) che «cambiò la storia della Calabria»

Informative dei servizi. Il (presunto) coinvolgimento della ‘ndrangheta. E sullo sfondo la carriera politica di Scopelliti. Che replica: ho combattuto i clan

Pubblicato il: 14/06/2021 – 22:50
La “Laura C” e l’attentato (che per molti è una bufala) che «cambiò la storia della Calabria»

REGGIO CALABRIA «Anche se l’episodio è datato, dimostra la necessità di regolamentare i rapporti tra gli uomini dei servizi e i politici».
L’inchiesta “Laura C: bombe e spie” di Report andata in onda su Rai3 questo 14 giugno riparte da uno dei tanti misteri che giacciono sui fondali marini a largo delle coste calabresi.
Circa 80 anni fa, durante la seconda guerra mondiale, poco a largo delle coste di Reggio Calabria, due siluri inglesi affondavano la Laura Cosulic (piroscafo militare noto come “Laura C”).
Nell’estate del 1941 l’imbarcazione era partita da Venezia diretta a Tripoli carica di circa 200mila tonnellate di esplosivo. Il relitto si trova oggi a meno di 150 metri dalla spiaggia di Saline Ioniche e secondo una relazione del Sismi, all’epoca guidato da Nicolò Pollari, parte di quell’esplosivo sarebbe stato utilizzato dalla ‘ndrangheta e per la strage di Capaci.
Motivo che convinse l’attuale Procuratore Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho – durante la sua esperienza reggina – a definire il relitto «supermarket della ‘ndrangheta». Tesi che non convince proprio tutti.

Il presunto attentato a Palazzo San Giorgio del 2004

La storia è in qualche modo legata a quella del tritolo ritrovato nella notte tra il 6 e il 7 ottobre del 2004 in uno dei bagni di palazzo San Giorgio, sede del Comune di Reggio Calabria. «Lo stesso tipo di tritolo a bordo del relitto», secondo un’informativa dei servizi segreti militari. Ma non è tutto.
Secondo la ricostruzione dell’epoca, la bomba era stata piazzata nel comune reggino da una ignota mano criminale che mirava all’allora primo cittadino Giuseppe Scopelliti. «Quello che è certo è che quella bomba cambierà la sua carriera politica e, in generale, la politica calabrese». Affermazione ricostruita grazie a tre informative firmate dall’allora dirigente del Sismi, Marco Mancini, al centro della spy story sulla quale il programma condotto da Sigfrido Ranucci si sta soffermando da diverso tempo.
Il dirigente del Sismi già agli ordini di Nicolò Pollari firmò tre informative: la prima fece scoprire i panetti di tritolo dietro il water del Comune collocato dall’altra parte del palazzo rispetto alla stanza del sindaco; la seconda svelò che l’ordigno l’aveva collocato la ‘ndrangheta; la terza individuò l’obiettivo dell’attentato nell’allora sindaco Giuseppe Scopelliti di An al quale fu assegnata la scorta. La prefettura, all’epoca, riunì urgentemente il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica addirittura 24 ore prima che gli agenti della questura mettessero le mani sul tritolo segnalato dai servizi segreti.

La crisi e il ricompattamento della giunta Scopelliti

«Qual era il motivo di quell’attentato? Ce lo siamo chiesto in molti, nessuno lo ha mai capito» dice Lucio Musolino, cronista del Fatto Quotidiano che già al tempo trattò da vicino la vicenda. L’ordigno, nella specie, era senza innesco quindi non sarebbe potuto esplodere. Altro particolare da non trascurare. Massimo Canale, avvocato e consigliere comunale di Reggio tra il 2002 e il 2007 sostiene che quell’accaduto ha costituito una «svolta nella carriera politica di Scopelliti».
«Eravamo nella fase del “decreto Reggio” e la ‘ndrangheta aveva interesse che la giunta si consolidasse proprio ai fini della spesa» aggiunge l’ex deputato Pcdi Fernando Pignataro, che sostiene come fosse quantomeno sospetto che dietro quell’episodio potesse esserci la regia delle cosche.

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Report ha raccontato una telefonata inedita tra Gasparri e Basile

Prima dell’attentato a Reggio, Alleanza Nazionale era spaccata tra la corrente di Gianni Alemanno e quella di Maurizio Gasparri, alla quale apparteneva l’allora sindaco Giuseppe Scopelliti. Il commissario provinciale del partito, Wanda Ferro (oggi deputata di Fratelli d’Italia) minacciò le dimissioni rischiando di mettere definitivamente in crisi la giunta comunale.
Gasparri, ministro delle Comunicazioni del governo Berlusconi, in una telefonata inedita con un perplesso Domenico Antonio Basile, assessore regionale (dal 2002 al 2005) di An, due giorni dopo il presunto attentato tira in ballo il fatto per ricompattare la scricchiolante maggioranza politica di Palazzo San Giorgio. «Quello sta in guerra – riferendosi a Scopelliti – e uno si va a dimettere», dice Gasparri. Poi aggiunge: «Questo tritolo viene da una partita sequestrata dal Sismi in Calabria» sostenendo che le informazioni, condite dalla “verità” sulla matrice criminale dell’attentato, gli fossero pervenute proprio da Nicolò Pollari.
Circostanza «categoricamente negata» dallo stesso ex numero uno del Sismi, che in una lettera afferma di non aver mai parlato con Gasparri.
Intervistato da Report, il politico sostiene che con la telefonata volesse capire come stessero le cose: «Chi sostiene una tesi diversa, (da quella secondo cui l’attentato fosse di matrice criminale, ndr) la sostiene ma non è che l’abbia dimostrata».

La versione emersa nel processo Gotha

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Il neopentito Seby Vecchio

Nel 2006 Massimo Canale scrisse una lettera al prefetto. «Percepii che nulla sarebbe stato come prima. Sapientemente venne fatta passare all’esterno l’immagine di un sindaco che lottava contro il malaffare e la ‘ndrangheta». Tanto che alle elezioni successive Scopelliti venne rieletto con oltre il 70% dei consensi salvo poi dimettersi a metà mandato per fare il salto verso il governo regionale.
Nella sua giunta era assessore Sebastiano Vecchio, amico di Scopelliti (che fu suo testimone di nozze). Vecchio oggi è un collaboratore di giustizia che oltre ad essere ex politico e poliziotto si professa anche ex ‘ndranghetista e massone.
Dietro a quell’episodio, dice Vecchio alla Corte del processo reggino, ci sarebbe stata proprio la regia del Sismi, nella specie di Nicolò Pollari. «I servizi erano interessati a blindare la persona di Peppe Scopelliti affinché, sia dal lato politico che dal lato personale, ne uscisse un’immagine di successo (…) Più che di fortificarlo c’era bisogno di inventarlo».
Scopelliti, nella ricostruzione del pentito, non solo non poteva essere un sindaco antimafia, quanto addirittura «uomo dei De Stefano» che quindi ci tenevano a far sì che quel momento di turbolenza politica potesse essere superato.

Scopelliti: «Da me lotta incisiva contro la ‘ndrangheta»

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Dichiarazioni e circostanze oggi smentite da Pollari e dallo stesso Scopelliti che a Report scrive di non aver mai avuto rapporti con la ‘ndrangheta e «l’attentato era finalizzato a interferire sulla gara pubblica del palazzo di giustizia», un appalto da 81 milioni di euro che la sua giunta si sarebbe trovata a “governare” aggiungendo di aver svolto «durante la sua carriera politica, un’incisiva lotta contro la criminalità organizzata» e di aver ricevuto più volte minacce, anche contro la propria famiglia.
La verità su quanto davvero accaduto nel 2004 non è mai venuta a galla, ma le operazioni per svelare la minaccia del tritolo costarono circa 300mila euro di fondi pubblici. (f. d.)

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