«Europa sola insieme, non può più vivere delle certezze del passato»
Draghi all’Ue: «Usa non più scontati, Cina non è alternativa»

«Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme». È il passaggio forse più forte del discorso pronunciato da Mario Draghi ad Aquisgrana, dove l’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Bce ha ricevuto il Premio Carlo Magno. Un intervento denso, attraversato da un messaggio netto: il mondo che aveva garantito all’Europa prosperità, sicurezza e stabilità non esiste più. E l’Unione, secondo Draghi, non può più permettersi di affrontare questa fase con strumenti incompleti, mercati frammentati e decisioni lente.
Un mondo più duro e senza le certezze del passato
Draghi ha descritto uno scenario internazionale profondamente cambiato. «Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista», ha detto, sottolineando come le vecchie garanzie geopolitiche ed economiche siano venute meno. Il riferimento è anzitutto agli Stati Uniti. «Dall’altra parte dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine del dopoguerra restino impegnati a preservarlo», ha affermato l’ex premier, aggiungendo che decisioni capaci di produrre «conseguenze profonde per le economie europee» vengono assunte sempre più spesso in modo unilaterale. Il tema riguarda anche la sicurezza. «Per la prima volta dal 1949, gli europei devono affrontare la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che davamo per scontate», ha osservato Draghi. E nemmeno la Cina, secondo l’ex presidente della Bce, rappresenta un’alternativa: Pechino genera «surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire senza svuotare la nostra stessa base produttiva» e sostiene «direttamente il nostro avversario, la Russia». Da qui la conclusione: «In un mondo di alleanze mutevoli, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme».
Il fallimento del mercato interno europeo
Nel discorso di Draghi, la vulnerabilità europea non nasce soltanto dall’esterno. È anche il risultato di una costruzione incompleta. «L’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno», ha detto. Il continente, secondo l’ex premier, è diventato «troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentato per mobilitare la propria stessa scala». La sensibilità europea ai cambiamenti delle politiche americane e cinesi, ha aggiunto, «non è semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno», ma «il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo». Draghi ha richiamato, tra le principali criticità, la frammentazione dei mercati dei capitali, i sistemi energetici ancora troppo poco integrati e il peso della regolamentazione.

Rapporti con gli Stati Uniti: «Serve una risposta più assertiva»
Una parte centrale dell’intervento è stata dedicata al rapporto transatlantico. Per Draghi, l’Europa ha provato a lungo la strada della negoziazione e del compromesso, ma «per lo più non ha funzionato». Il legame con Washington, ha osservato, è diventato più «conflittuale e imprevedibile». «Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque», ha detto l’ex presidente del Consiglio. Ogni shock assorbito senza una risposta adeguata, ha spiegato, riduce il margine di manovra europeo e rende più urgente una postura più equilibrata nei rapporti economici, tecnologici ed energetici con gli Stati Uniti.
Crescita, difesa e industria: il conto da 1.200 miliardi l’anno
Draghi ha poi collegato la questione geopolitica a quella economica. La crescita, ha spiegato, è «la precondizione» per tutto ciò che l’Europa dice oggi di voler fare: finanziare la transizione energetica, difendere il continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano. Il fabbisogno è enorme. «Quello che era già stato stimato intorno agli 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salito, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media», ha ricordato Draghi. Una cifra che, nella lettura dell’ex presidente della Bce, impone all’Europa un salto di capacità economica, industriale e finanziaria.
Il rischio di una governance troppo lenta
Secondo Draghi, uno dei problemi più gravi è la difficoltà dell’Unione a tradurre le ambizioni in decisioni efficaci. «La nostra esperienza attuale è che l’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe», ha affermato. Il problema, ha precisato, «non è una mancanza di ambizione tra i leader», ma ciò che accade quando quell’ambizione entra nei meccanismi decisionali europei. «Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano fino a quando il risultato non assomiglia più a quello che era stato previsto». Il rischio, per Draghi, è che l’azione europea risulti «talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione».
Difesa comune e obbligo reciproco tra Stati
L’ex premier ha insistito anche sulla necessità di rendere più concreti e vincolanti gli impegni europei in materia di sicurezza. «Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio», ha detto. Per Draghi, il compito dell’Unione è trasformare l’attuale mosaico di cooperazioni in «impegni chiari e vincolanti». Alla base di questa prospettiva c’è un principio politico: «Ogni comunità politica è in ultima analisi plasmata dalla sua comprensione dell’obbligo reciproco».
Mercato unico e politica industriale non sono rivali
Nel discorso di Aquisgrana, Draghi ha respinto l’idea che mercato unico e politica industriale debbano essere considerati in contrapposizione. «Il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali», ha affermato. «Se correttamente concepiti, l’uno rafforza l’altra». Un’economia europea davvero integrata, secondo Draghi, cambierebbe il terreno su cui può operare la politica industriale, permettendo all’Unione di competere su scala globale in settori decisivi: energia, semiconduttori, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale e difesa.
Il divario con gli Stati Uniti e la sfida dell’intelligenza artificiale
Draghi ha richiamato anche il tema della produttività. «Dal 2019, il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali», ha detto. Questo dato, ha precisato, non misura da solo le differenze nel tenore di vita, ma indica «una crescente divergenza nella capacità produttiva». Alla base del divario c’è anche la maggiore digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro negli Stati Uniti. Ora, ha avvertito Draghi, l’intelligenza artificiale rischia di ampliare ulteriormente questa distanza. L’IA «non è semplicemente un altro strumento digitale da adottare», ma richiede «una mobilitazione industriale su una scala mai vista da generazioni», con investimenti enormi in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. «Le economie che assembleranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente», ha avvertito.
L’Europa davanti a un momento di rivelazione
Pur descrivendo un quadro difficile, Draghi ha evitato toni puramente pessimisti. «Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La tensione cui è sottoposto il nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese», ha detto. Ma ha aggiunto: «Questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione». Le crisi degli ultimi anni, secondo l’ex premier, stanno spingendo gli europei a riconoscere «ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme». Una consapevolezza che dovrebbe dare fiducia, ma anche rendere l’Europa «lucida riguardo alla portata del compito che ci attende».
«I cittadini chiedono più unità»
Nella parte finale del discorso, Draghi ha richiamato il sostegno dei cittadini a un’Europa più forte. «I cittadini hanno già chiara la direzione che l’Europa deve prendere: nove su dieci vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità», ha detto. Secondo l’ex presidente del Consiglio, persino i partiti che hanno costruito la propria identità sulla sovranità nazionale riconoscono ormai che «nessuna nazione europea può difendersi da sola». L’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato la capacità dell’Europa di restare al fianco di una nazione che combatte per la propria libertà, mentre le tensioni sulla Groenlandia hanno dimostrato che l’Unione può «tenere testa al suo alleato più stretto» e scoprire capacità che non sapeva di avere. «Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione», ha concluso Draghi. «In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica».