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L’INTERVISTA

Violenza nelle carceri: il problema è culturale. «Penitenziari calabresi ancora sovraffollati»

Il Garante regionale: «Serve formazione specifica per gli agenti. Quello che accade oltre le mura rimane oscuro». A Crotone 142 detenuti per 88 posti

Pubblicato il: 04/07/2021 – 7:06
di Francesco Donnici
Violenza nelle carceri: il problema è culturale. «Penitenziari calabresi ancora sovraffollati»

REGGIO CALABRIA «Come evidenziato anche dal Garante nazionale (Mauro Palma, ndr) non è nemmeno corretto trasmettere immagini di persone quando ancora sono indagate. Prima bisogna accertare ogni singola responsabilità. Certo, poi, è venuto fuori quel video e per quanto doloroso sia mostrare immagini che mortificano la dignità delle persone, siano esse le vittime o i carnefici, è altrettanto vero che vedere diventa fondamentale perché al di là delle mura di un carcere avvengono cose che restano oscure. Mi auguro che quanto avvenuto serva per intraprendere azioni significative, soprattutto da parte del ministro della Giustizia, affinché fatti di questo genere non avvengano più».

Agostino Siviglia

A volte le immagini si rivelano mezzo necessario per arricchire una ricostruzione altrimenti opaca. È questo il caso dei gravi fatti accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, e del successivo “depistaggio”, che dimostrano come nell’Italia del 2021 ci siano luoghi con mura ancora troppo spesse. Non fu così – come ha ricordato lo stesso Mauro Palma – durante il G8 di Genova nel 2001, dove fu proprio quel blackout di immagini a celare una verità che si manifestò nella tragedia.
Dopo le recenti cronache, il Garante calabrese dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà, Agostino Siviglia, insieme alle altre autorità ha stigmatizzato «l’inaudita gravità delle condotte commesse dai 52 agenti di polizia penitenziaria. Azioni non sono accettabili in uno stato di diritto; profonde violazioni della Costituzione repubblicana».
La pandemia da Covid ha di fatto sospeso il carattere rieducativo che dovrebbe essere alla base dell’istituzione penitenziaria ed anzi ha incentivato le preoccupazioni intorno al problema del sovraffollamento, divenuto ormai atavico – e per certi versi insuperabile – nelle carceri, calabresi e italiane. In un’intervista al Corriere della Calabria il garante calabrese fa il punto sui fatti avvenuti nel penitenziario campano e sullo stato dei dodici istituti penitenziari della nostra regione prima, dopo e durante l’avvento del Covid.

santa maria capua vetere
Estratto del video che mostra le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

I fatti di Santa Maria Capua Vetere risalgono ad aprile 2020. Nonostante le denunce, soltanto oggi, grazie a testimonianze e immagini, assistiamo a un moto di indignazione e ad azioni concrete, come la sospensione degli agenti penitenziari coinvolti.
«Le immagini agghiaccianti che abbiamo potuto vedere sono anche frutto di una denuncia che per primo il Garante campano, Samuele Ciambriello, aveva fatto alle autorità competenti dopo aver ricevuto le segnalazioni dai detenuti a Santa Maria Capua Vetere. Ovviamente – va detto fin da subito – il fatto che queste inaudite violenze siano state commesse da una parte della polizia penitenziaria non muta il pensiero che abbiamo rispetto alla grande maggioranza degli agenti, che svolgono il loro compito con umanità in un ambiente estremamente difficile qual è il carcere».

Il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, ha parlato di vera e propria “ferita per la Costituzione”.
«Abbiamo apprezzato l’intervento immediato del ministro, che ha anche convocato il capo del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ndr) al fine di stabilire una strategia che possa mutare radicalmente il sistema culturale della custodia in carcere. Una strategia che si fondi su una rinnovata formazione delle forze di polizia penitenziaria».

Sono stati fatti dei parallelismi con le “rivolte” di marzo 2020 culminate nella morte di nove detenuti. Moti che pare abbiano risparmiato i penitenziari calabresi.
«Nel caso campano non possiamo nemmeno parlare di “rivolte”, al massimo di una protesta dei detenuti avvenuta il giorno prima dei fatti. Ammesso e non concesso che non esiste nulla tale da giustificare vere e proprie torture. Alcune testate stanno pubblicando anche le immagini di quanto avvenuto in altri penitenziari durante la prima ondata, ma rimangono punti oscuri. In regione Calabria, fortunatamente, non ci sono stati episodi di violenze. La situazione è stata sotto controllo, grazie all’attività del personale di polizia, ma anche al senso di responsabilità dimostrato dai detenuti, soprattutto dopo che erano stato vietate le visite e i colloqui coi familiari. Una situazione pian piano tornata alla normalità e tenuta sotto controllo con la concessione di telefonini e apparecchi, da parte dell’amministrazione penitenziaria, per intrattenere i colloqui a distanza».

Il carcere si conferma un mondo parallelo, costellato da reticenze e spesso anche “abusi di potere”. Quali le possibili soluzioni per uscire da questa condizione?
«Io sostengo, insieme agli altri Garanti, che sia necessaria una rivoluzione culturale. Gli agenti di polizia penitenziaria hanno anche un mandato che per legge afferisce alla risocializzazione del condannato che di certo non può essere raggiunta attraverso atti esecrabili di violenza che sconfinano in torture vere e proprie. Il reato di “tortura” è stato introdotto nel nostro ordinamento, ma pare non essere ancora sufficiente come stigma. Ecco perché si rende necessaria una nuova cultura dell’esecuzione penale. Il video ha squarciato un velo di oscurità, spesso tipico delle strutture “totali” come il carcere. Per questo, stiamo premendo per una formazione specialistica, per le forze polizia penitenziaria, che metta al centro la funzione rieducativa della pena affinché il personale possa superare una volta per tutte questa logica del branco non ammissibile in uno stato di diritto».

Alcuni sostengono sia necessario “fare luce” incrementando la videosorveglianza. Altri ancora parlano di numeri identificativi e bodycam per gli agenti.
«Più diventa trasparente la vita all’interno del carcere, meno occasioni potranno esserci di vedere situazioni come quelle di questi giorni. È chiaro che più il carcere si rende trasparente e visibile all’esterno, più avrà possibilità di svolgere la sua funzione alla base del principio costituzionale dell’articolo 27 comma 3».

In questa narrazione aleggia sempre lo spettro del problema principale: il sovraffollamento penitenziario. Qual è la situazione attuale in Calabria?
«A Crotone, a fronte di una capienza regolamentare di 88 persone ci sono 142 persone detenuti. A Rossano ci sono 282 detenuti a fronte di una capienza di 242. Anche qui si registrano carenze di personale di polizia penitenziaria ed è ovvio che questo diventa un tema di scottante attualità. La pandemia ha aggravato la situazione a fronte della necessaria sospensione delle attività trattamentali finalizzate alla rieducazione dei detenuti. Ma presto dovrebbero riprendere: nella prossima settimana, come annunciato dal ministro, riprenderanno i colloqui in presenza nella modalità più completa. Dovranno riprendere tutte le attività formative, pedagogiche, scolastiche, teatrali, ludiche per poterci pian piano rimettere in carreggiata. Il carcere, a seguito della pandemia, registrata come una priorità, si è limitato a una custodia dei detenuti e il trattamento rieducativo ne ha risentito».

E nonostante la pandemia fosse una priorità, non è stato facile stimolare l’attenzione delle Istituzioni con riguardo al fronte vaccini. Lei definì «evitabili» i decessi Covid nel carcere di Catanzaro.
«Abbiamo dovuto fare molti appelli a fronte delle iniziali dimenticanze, com’è stata quella della Regione Calabria che non aveva inserito la popolazione carceraria nel piano vaccinale (fatta eccezione per gli agenti penitenziari, ndr). Lo stesso commissario Figliuolo ha preso atto della mancanza ed ha chiesto alle Regioni di intervenire. Oggi siamo a oltre l’80% della popolazione detenuta vaccinata. La maggior parte anche con seconda dose. C’è stata anche un’ottima risposta da parte dei detenuti, in un primo momento titubanti a fronte della polemica che c’era stata sulle somministrazioni di AstraZeneca. Adesso si sta somministrando soprattutto Pfizer e le vaccinazioni stanno procedendo in tutti e dodici gli istituti calabresi». (redazione@corrierecal.it)


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