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Psicopatologia della sinistra italiana. L’immaginazione non è più al potere

Sono terrorizzati dall’idea di ammalarsi e morire Sono terrorizzati dall’idea di ammalarsi e morire (che è un po’ metafora dello “scomparire”). Non lo sanno che la malattia l’hanno presa e che son…

Pubblicato il: 04/08/2021 – 7:48
di Francesco Bevilacqua *
Psicopatologia della sinistra italiana. L’immaginazione non è più al potere

Sono terrorizzati dall’idea di ammalarsi e morire Sono terrorizzati dall’idea di ammalarsi e morire (che è un po’ metafora dello “scomparire”). Non lo sanno che la malattia l’hanno presa e che sono già morti dentro! Confidano nel genio dell’Homo sapiens. Sono razionalisti, neoilluministi, neopositivisti. Non sanno che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” come diceva Pascal. Tifano tutti per il transumanesimo: la morte è solo una malattia, che, prima o poi, la scienza deificata sconfiggerà con una pasticca. Si dichiarano atei; e pensano che gli altri, i credenti, siano tutti stupidi (ma non lo dicono, per convenienza: anche i credenti votano). E tuttavia hanno mutuato dal cristianesimo – come dimostrò Eliade – tante cose: il finalismo (ci salveremo tutti); l’universalismo (le nostre idee vanno bene per chiunque, dobbiamo esportare ovunque la democrazia, evangelizzare chi è rimasto indietro); il dogmatismo (la lotta fra il bene e il male, il mercato che si autoregola, il metodo scientifico, la crescita infinita, il PIL, il consumo interno).
Mancano di humor e di autoironia. Da veri moralisti pensano che solo loro possano legittimamente fregiarsi della patente di “buoni”. Mentre licenziano con sorrisetti sardonici i “cattivi”: tutti gli altri. Guardano, anzi, quelli che non appartengono alla loro casta come a dei minorati mentali. Li insultano, indistintamente (intendo: senza valutare a chi, in concreto, si stanno rivolgendo) con epiteti vari: oscurantisti, trogloditi, primitivi, superstiziosi, da ultimo anche novax, complottisti, terrapiattisti. Se un grande scienziato o un grande pensatore si permette di dissentire dalle loro tesi illuminate e salvifiche, dacché era un’icona, il malcapitato viene trasformato in un “rimbambito” (è successo perfino con Cacciari).
Occupano i posti più importanti nei mezzi di comunicazione. Per gran parte sono giornalisti. Solitamente hanno il “doppio stipendio”, uno dal giornale per cui lavorano, l’altro dall’azienda per la quale fanno i lobbisti (tutti lo sanno ma nessuno lo dice). Chiedono, come un mantra, alla Meloni e a Salvini se hanno fatto la miracolosa punturina (e se la faranno fare ai loro figli), ma dimenticano di fare la stessa domanda al ministro Speranza, a Franceschini o ad Orlando. La gente che protesta nelle piazze – per loro – è populista. Tutti quelli che dissentono vogliono trascinarci verso il sovranismo! Populismo e sovranismo sono parole tabù per costoro, salvo quando si deve difendere qualche sovranità amica, come quella di Cuba, ad esempio. Ancora oggi, quando rivedono Che Guevara proclamare “O patria o muerte” scendono loro i lacrimoni.


E già, perché, come forse avrete capito, quasi tutti questi salvatori del mondo della ragione, dell’ordine, delle regole, delle imposizioni e del “sorvegliare e punire” (come nel libro di Foucault) sono dichiaratamente di sinistra. Anzi, quelli più attempati appartengono a generazioni che hanno vissuto il Sessantotto, che manifestavano contro la guerra nel Vietnam, che ce l’avevano con gli americani, che erano marxisti-leninisti, maoisti, qualcuno perfino anarchico, molti figli dei fiori, che andavano in India ad immergersi nella spiritualità orientale, che avevano in camera il poster del “Che” con scritto “si può essere duri senza perdere la tenerezza”, che riguardano commossi i filmati di Woodstock e dell’Isola di Wigth, che gridavano “libertà” e “amore libero”, che inneggiavano alla disobbedienza civile di Gandhi e Thoreau, che hanno conquistato la libertà di divorziare e di abortire, che proclamano l’orgoglio gay, che si scagliano contro i razzismi e le discriminazioni, che tuonavano contro lo strapotere delle multinazionali, che urlavano “l’utero è mio e me lo gestisco io”, che chiedevano la liberalizzazione delle droghe leggere, che invocavano, con Marcuse, “l’immaginazione al potere”.
Ma cos’era “l’immaginazione al potere” di Marcuse? Era la possibilità di pensare un mondo nuovo, più equo, più giusto, più solidale, più libero. Era una critica del pensiero appiattito sulla sola dimensione produttivistica del profitto e del consumo, favorita dallo sviluppo tecnologico e dal prevalere della mentalità neopositivista. In “L’uomo a una dimensione” Marcuse espose la sua idea di unidimensionalità. Un’idea che muoveva dalla critica sia delle società capitaliste che di quelle comuniste, ree di aver cancellato la libertà individuale e sociale dell’uomo. Marcuse aveva forse già intravisto nella società industriale i germi del pensiero unico in voga nella società post-moderna e di cui i nostri sinistri neopositivisti sono paladini. E per questo insisteva sulla necessità di un pensiero critico che, se applicato anche oggi, ci consentirebbe di “vedere – cito testualmente dal libro – dietro all’apparato, coloro che lo usano, coloro che ne approfittano, coloro che lo pagano”. Ma, aveva scritto Marcuse all’inizio del libro: “in queste circostanze, i nostri mezzi di comunicazione di massa trovano poche difficoltà nel vendere interessi particolari come fossero quelli di tutti gli uomini ragionevoli” (quanta attualità!) E si affrettava ad ammonire, senza mezzi termini: “in questa società è il razionale, piuttosto dell’irrazionale, che diventa il più efficace veicolo di mistificazione”. Da qui la necessità di liberare l’immaginazione dal suo ruolo materialistico di strumento di potere e di controllo, che già all’epoca andava delineandosi. Povero Marcuse: i sinistri di oggi – alla Lilli Gruber o alla Concita De Gregorio, per capirci – lo definirebbero quantomeno “complottista”.
Ma dov’è finita quella voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo che predicava Marcuse, di tornare ad un pensiero critico, di ritrovare il desiderio di dissentire, di non dichiarare “conformista” chi dissente (come ha fatto, invece, di recente Michele Serra su Repubblica), di non essere sempre pronti a giudicare? Tutto questo non è più patrimonio della sinistra italiana. È come se la sinistra avesse rimosso le idee che l’hanno fatta crescere, produrre cambiamenti, generare progresso. Morti, finiti o invecchiati i suoi riferimenti ideologici, la sinistra attuale è rimasta impigliata nella rete della rimozione psicoanalitica. Ma siccome ogni rimozione è pronta ad esplodere nell’inconscio come una patologia, a volte grave, ecco che la sinistra è in piena crisi di identità e perde consensi quasi ovunque. Il buon Freud, ma forse ancor di più Lacan, direbbe che è venuta meno la “libido”, è evaporato il “desiderio”. Ecco perché la gente sceglie la destra! Nella sua rozzezza, nel suo opportunismo, nel suo nascondere dietro istanze libertarie il vizietto di restaurare l’ancien regime, la destra parla alla libido, al desiderio rimosso degli orfani della sinistra, li risveglia, li seduce. È un inganno forse. Ma è un fatto che proprio questo stia accadendo, e che a destra stiamo effettivamente andando a sbattere come un treno in corsa! Per colpa di una psicopatologia mal curata della sinistra. Perché la sinistra al potere ha calcato l’elmetto, imbracciato il manganello e perduto l’immaginazione. Con buona pace del suo vecchio idolo Herbert Marcuse.

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