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l’intervista

Il ’68, la lotta alle mafie e la scrittura. L’ex magistrato Vitale si racconta

L’esperienza a Torino al tempo della contestazione. Gli anni a Lamezia da procuratore della Repubblica. Colloquio con lo scrittore

Pubblicato il: 06/08/2021 – 8:26
di Teresa Benincasa
Il ’68, la lotta alle mafie e la scrittura. L’ex magistrato Vitale si racconta

LAMEZIA TERME Incontriamo Marcello Vitale nella sua casa al mare, in Calabria, prima della presentazione del suo nuovo romanzo nel paese di Maida, questa sera alle 21, dove l’amministrazione comunale ha allestito un salotto all’aperto, proprio davanti allo storico Palazzo “Vitale” dove nel 1806 soggiornò il generale inglese Stuart nella notte della battaglia di Maida. Non nasconde l’emozione per il ritorno nel paese degli avi, e partendo dalla lettura del romanzo (qui la recensione) abbiamo formulato alcune domande all’autore.  

1968 a Torino: come ha vissuto nella realtà quegli anni tumultuosi, da sostituto procuratore? 
«Molto bene come ambiente giudiziario, lavoravo a stretto contatto con colleghi del calibro di Luciano Violante e Giancarlo Caselli. L’ufficio di Procura era in quei tempi ubicato nella via Milano prospiciente “Porta Pila”, la grande piazza torinese ospitante l’immenso mercato generale anche di prodotti alimentari. Spesso la sera la polizia ci invitava ad essere guardinghi nell’uscire perché sotto si erano scatenati gli scontri violenti tra gruppi di contestatori di vario tipo (per lo più studenti e operai della frangia più a sinistra) e la polizia che avanzava riparandosi con gli scudi. Volavano per aria sassi, bombe lacrimogene e qualche bottiglia molotov. Il livello di violenza aumentava quando entravano in azione gli infiltrati, antesignani degli odierni black block, che sfasciano tutto quello che trovavano a portata di mano. La procura, di cui facevo parte, arrestò il capo della locale contestazione studentesca, Guido Viale. Il giorno dopo tutti i muri della città erano tappezzate di scritte minacciose in cui si invitava a liberarlo “subito”».

Da procuratore capo a Lamezia Terme, città natale, ha avviato la prima stagione dei sequestri alla criminalità organizzata senza mai calcare il proscenio mediatico. Mentre la scrittura intrisa di atmosfere che ha vissuto per dovere d’ufficio, la consacrano all’opinione pubblica con meritati successi editoriali. Tornando indietro, farebbe come il protagonista del nuovo romanzo, che lascia la carriera della magistratura a favore di quella letteraria? 
«Ricordo bene quegli anni in cui diressi la Procura della Repubblica di Lamezia. Capii da subito che i mafiosi temono più che il loro arresto il sequestro dei beni personali e la consequenziale confisca degli stessi. Quale Procuratore della Repubblica applicai quindi in maggior misura rispetto a prima la normativa antimafia di cui alla legge 31 maggio 1965 numero 575. Ottenni ottimi risultati di cui però non menai mediaticamente vanto in quanto, agendo nell’interesse generale, facevo solo il mio dovere. Lo scoop lo lasciavo solo ad altri mestieri. Questa mia intima e autentica convinzione traspare evidente nei miei romanzi gialli dalla figura del procuratore capo Aurelio Rasselli che conduce le indagini con fare distaccato non amando calcare le scene. Sono i fatti omicidiari di cui si occupa a causa delle sue funzioni che, suo malgrado, lo catapultano sul proscenio, fosse per lui si eclisserebbe facendo perdere le sue tracce. Alla Procura di Lamezia qualche volta io personalmente ho dovuto calmare qualche comunicativa velleità giovanile di troppo, forse in foia di muscolare esibizione: quasi un rampante e poliziesco bollettino di guerra. Non avrei mai inteso lasciare anzitempo la magistratura, fonte di esperienze che, ben metabolizzate, hanno costituito ispirazione per i miei romanzi. Ma qui il discorso si fa più ampio e non voglio parlarne, posso dire che vari sono stati i motivi che mi hanno indotto a troncare il rapporto di lavoro in quel di Roma due anni prima del termine».

Nei suoi romanzi emerge un punto di vista nettamente emancipato rispetto a quello maschile tradizionale. Sia nel legal thriller “La donna della panchina” sia in “Nessuno mi può giudicare” risalta una considerazione importante della donna e del suo ruolo sia pubblico che privato. Secondo lei, il ’68 ha funzionato o c’è qualcosa che manca ancora nella consapevolezza sia degli uomini che delle donne?
«Io ho sempre convintamente propugnato, anche attraverso interventi in autorevoli convegni oltre che tramite i miei romanzi, la parità di genere. Il maschilismo in Italia è duro a morire anche se oggi più di qualcosa ha cominciato a cambiare. Ma non è solo attraverso l’intervento di nuove leggi che inaspriscono le pene per gli autori dei gravi reati di violenza sulle donne che si riuscirà ad arginare il triste fenomeno (si pensi ai femminicidi in perenne aumento) imperversante nel paese, la repressione non basta. Occorre prevenire attraverso interventi a carattere culturale già nei primi anni di scuola. Il discorso è lungo e non è questa la sede adatta. Aggiungo per completezza che il movimento giovanile del ’68 rivendicò, sulle ali dello spontaneistico entusiasmo, importanti riforme sociali, tra le quali molte a favore delle donne (aborto in primis), il che lo pose in aperta collusione, finendo per disciogliersi, col dominante potere clerical-borghese dell’epoca, di aperto stampo conservatore. Se questo, invece di contrastarlo, avesse saputo incanalare al meglio le emergenti e riformatrici energie giovanili, forse la storia del paese sarebbe cambiata in meglio». (redazione@corrierecal.it)

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