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«Smart working: il ritorno al passato del ministro Brunetta»

Che la nomina di Brunetta avrebbe avuto come conseguenza naturale il lento declino dello smart working era prevedibile, ma le tesi difensive utilizzate nella sua lettera pubblicata sul Foglio sann…

Pubblicato il: 21/09/2021 – 17:12
di Giusy Raffaele
«Smart working: il ritorno al passato del ministro Brunetta»

Che la nomina di Brunetta avrebbe avuto come conseguenza naturale il lento declino dello smart working era prevedibile, ma le tesi difensive utilizzate nella sua lettera pubblicata sul Foglio sanno molto di fumo negli occhi. La verità non troppo nascosta è che il caro ministro ha sempre nutrito seri pregiudizi nei confronti dei dipendenti statali e il suo primo mandato nel governo Berlusconi ne è una testimonianza. Con questo non voglio difendere la categoria dei dipendenti pubblici a prescindere. Chi lavora nella pubblica amministrazione sa che una buona percentuale di lavoratori si trastulla nelle stanze o si dedica ai tanti incarichi extralavorativi che vengono svolti durante l’orario di lavoro. Il tutto a discapito dei pochi costretti a lavorare il triplo per compensare l’inefficienza dei colleghi dormienti. L’incipit della lettera rivolta “ai difensori (ipocriti) dello smart working nella PA” è abbastanza tendenziosa: perché chi difende il lavoro agile sarebbe ipocrita? Vorrei rassicurare il ministro Brunetta su un dato inconfutabile: chi non lavorava in presenza in fase pre-pandemica ha continuato a non lavorare da casa, durante l’emergenza Covid e anche dopo. Il rientro forzato in ufficio comporterà semplicemente un aumento della presenza fisica, con possibili rischi per la sicurezza, e non aiuterà (come lui sostiene) le attività di ristorazione ad aumentare gli incassi. La maggior parte dei dipendenti pubblici ha la consuetudine di portarsi il pranzo da casa (saranno parsimoniosi o seguiranno rigide diete alimentari non si sa!?!). Un dato è sicuro: il loro rientro in ufficio non farà di certo girare l’economia! Tornando alle tesi elencate nella lettera. Prima obiezione: “Lo smart working applicato in Italia è una forma di lavoro domiciliare forzato, realizzata nel giro di pochi giorni trasferendo meccanicamente all’esterno delle amministrazioni alcune delle attività che prima venivano svolte in ufficio, e solo quelle che, nell’emergenza, potevano immediatamente essere delocalizzate in funzione dei processi e delle tecnologie esistenti, senza una scelta organizzativa e strategica di fondo”. E’ vero sì, da marzo a luglio 2020 lo smart working è stato obtorto collo un telelavoro domiciliare forzato, giustificato dallo scoppio di una pandemia. Dal mese di agosto di forzato non c’era più nulla, considerato che chi voleva poteva rientrare ordinariamente in ufficio (ad onor del vero, alcuni sono stati costretti a rientrare dal dirigente di turno, senza il rispetto dei protocolli di sicurezza). Chi ha continuato a lavorare da casa lo ha fatto per scelte personali, giustificate dal dover conciliare vita personale e lavoro.

Seconda obiezione: “Il presunto aumento di produttività delle pubbliche amministrazioni non è provato da statistiche ufficiali. Al momento non possediamo una panoramica completa delle informazioni relative all’andamento della produttività collegata al lavoro agile nel 2020. Piuttosto abbiamo registrato lamentele da parte di imprese e cittadini che hanno sperimentato (comprensibili) ritardi nella loro interlocuzione con le amministrazioni pubbliche, a causa della mancanza di personale sul posto di lavoro”. Quindi, secondo il Ministro, i dati dei vari Osservatori italiani non offrono panoramiche complete, mentre vale la pena di evidenziare le lamentele di imprese o di cittadini, sotto stress magari per mancanza di ristori adeguati a condurre una vita dignitosa.

Altra obiezione: “Il paragone con il settore privato, in particolare con quello dell’high tech, dichiara Brunetta, è del tutto fuorviante. Le aziende private possono anche eliminare il front office o l’interazione fisica con il cliente. Se lo facesse la Pubblica amministrazione, invece, priverebbe dell’accesso ai servizi ampie fasce della popolazione. C’è, inoltre, un ulteriore motivo per cui il confronto è improprio: molte delle aziende citate ricorrevano allo smart working, con regole e obiettivi prefissati, già ben prima della pandemia”. Anche su questo punto va ricordato che lo smart working era già in fase di sperimentazione nella PA da circa tre anni, ingiusto parlare di impreparazione del settore pubblico. Il discorso del front office poco ha a che fare con lo smart working, non essendo un’attività “smartabile”. La presenza agli sportelli dovrebbe essere garantita sempre attraverso turni prestabiliti che non prevedono deroghe. Infine il ministro ritiene immeritata e fuori luogo l’accusa di neoluddismo e di ritorno al passato. “Grazie alla spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza – si legge nella lettera -, il governo sta attuando una delle più grandi rivoluzioni che il paese abbia mai conosciuto. Come lo sblocco dei concorsi e la semplificazione delle procedure ed eliminato i colli di bottiglia che potrebbero frenare le transizioni digitale ed ecologica, introdotto modalità di selezione del personale rapide e moderne, in linea con gli standard europei. Che si ritornerà al passato in fatto di smart working non ci sono dubbi, un privilegio per pochi, in particolare per chi ha la fortuna di avere un dirigente sensibile o compiacente. Sul discorso sblocca concorsi e semplificazione delle procedure viene in mente il grande flop del “Concorso per 2800 tecnici per il Sud”. Più che sblocca concorsi sembra di assistere ad una vera e propria “fuga dal posto fisso”!

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