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“Il carcere” (anzi la libertà) di Pavese in Calabria

Cesare Pavese è “long seller”, nonostante siano passati settantun anni dalla sua tragica morte. Lo confermano librai e lettori nuovi e vecchi che lo scrittore di Santo Stefano Belbo, in Piemonte -…

Pubblicato il: 25/09/2021 – 19:07
di MIMMO NUNNARI
“Il carcere” (anzi la libertà) di Pavese in Calabria

Cesare Pavese è “long seller”, nonostante siano passati settantun anni dalla sua tragica morte. Lo confermano librai e lettori nuovi e vecchi che lo scrittore di Santo Stefano Belbo, in Piemonte – che il fascismo confinò a Brancaleone in Calabria – è ancora uno dei narratore più amati, soprattutto dai giovani che cercano nel romanzo contaminazione con la poesia, meditazioni sulla vita, riflessioni sull’esistenza; peculiarità che Pavese scrittore inquieto ha travasato nei suoi libri, in particolare ne “Il mestiere di vivere” (Einaudi, pagine 549, euro 16), u, libro iniziato il 6 ottobre 1935 durante i giorni del confino politico, che lo accompagnerà fino al 18 agosto 1950, nove giorni prima del suicidio in uno dei più noti alberghi di Torino. Einaudi ripubblica periodicamente i libri di Pavese e non è difficile per il lettore scegliere tra i “Dialoghi con Leucò”, “Paesi tuoi”, “La casa in collina”, “La bella estate”, il già citato “Il mestiere di vivere”, o “Il carcere”, il romanzo che racconta l’esperienza al soggiorno obbligato a Brancaleone, di cui lo scrittore riferisce in una lettera al suo professore Augusto Monti: ”Esercito il più squallido dei passatempi. Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo un’inutile castità”. Spiegazioni che ritroviamo ne “Il carcere”, il libro pubblicato nel 1948 che aveva avuto anticipazioni in “Terra d’esilio” e in “Memoria di due stagioni”: racconti che contengono i richiami costanti di Pavese al mito, agli amori problematici, alla solitudine, alla malinconia. Anche “Il carcere”, in un certo senso, è una storia di privata solitudine. Pavese, riprende in terza persona (l’ingegner Stefano) quanto aveva cercato di narrare in “Terra d’esilio”: il racconto dell’esperienza di vita al confino in un luogo così lontano dal suo mondo piemontese. U n soggiorno (obbligato) che lascerà tracce nel mestiere dello scrittore che scopre un mondo arcaico, antico, immobile che non si ribella mai. Gianni Carteri, che è stato critico letterario attento alla letteratura meridionale, ed alle sue contaminazioni con la letteratura nazionale, Pavese lo ricordava con una testimonianza familiare: “Mio padre era un uomo solitario e silenzioso. Non amava il chiacchiericcio e aveva un rapporto carnale con la madre terra. Quando una sera però vide tra le mie mani seduto accanto intorno alla ruota del braciere scoppiettante un libro di Cesare Pavese, “Prima che il gallo canti”, si illuminò in viso e si mise a raccontare con ampie gesti delle mani, quasi a rivivere i suoi ricordi, aneddoti di quel professore mandato al confino di Brancaleone dal regime fascista e che lui spesso incontrava in compagnia del cugino Angelino Palermiti nelle tante scampagnate a Brancaleone Superiore. Pavese era estasiato dalle nostre vigne che gli ricordavano le colline delle sue Langhe e aveva con sé sempre qualche libro e l’ombrello appoggiato sul colletto del pastrano. Da dietro gli spessi occhiali ascoltava in silenzio le ultime novità che il cugino portava dalla Marina tra le case basse e le strade lucenti del borgo antico, crocevia di civiltà. Da queste premesse nacque il mio interesse per lo scrittore di Santo Stefano Belbo. Un rapporto che dura ormai da quarant’anni in un lavoro costante di ricerca che ha riportato il confino pavesiano nella mia Brancaleone al centro della sua poetica”. Carteri, poi raccontava che Pavese aveva lasciato ampia traccia del suo passaggio in Calabria nelle poesie di “Lavorare stanca” e nelle “Poesie del disamore”, oltre che nel romanzo “Il carcere” e poi nei racconti: “Feria d’agosto” e “Dialoghi con Leucò”. Sull’esperienza di Pavese in Calabria fu realizzato pure un film, da Vittorio De Seta, con la regia di Mario Foglietti. L’ ingegner Stefano nel film tornò a chiamarsi Cesare Pavese. Attorno a lui apparivano le donne frequentate a Brancaleone che avevano attenuato il suo senso di solitudine e la mancanza di affetto: Elena, Concia, donne belle e selvagge, col viso di pietra scolpita e dal sangue di terra dura come le descrive Pavese in una poesia, e poi il coro di uomini: giovanotti in attesa di un tempo migliore, il maresciallo dei carabinieri, un microcosmo in una provincia del Sud nel periodo fascista. Era stato Pavese stesso a parlare, in una lettera di com’era stato accolto in Calabria: “Qui i paesani mi hanno accolto umanamente, spiegandomi che, del resto, si tratta di una loro tradizione e che fanno così con tutti. Il giorno lo passo “dando volta”, leggicchio, ristudio per la terza volta il greco, fumo la pipa, faccio venir notte; ogni volta indignandomi che, con tante invenzioni solenni, il genio italico non abbia ancora escogitato una droga che propini il letargo a volontà, nel mio caso per tre anni. A Brancaleone Pavese vi resta fino al 15 marzo 1936 quando scrive sul suo diario solo due parole: “Finito confino”. E’ lungo il parallelismo tra la Calabria e Piemonte, Brancaleone e Santo Stefano Belbo e Torino che sono i luoghi da cui Pavese ha guardato alla vita vivendo quei drammi intimi che lo hanno consumato e un’inquietudine dalla quale non riuscì mai ad affrancarsi.

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