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Indagine “Amico”, soldi a strozzo e poi ti “compri” una città

L’inchiesta rivela come Raso, titolare di un bar a Lamezia, vivesse molto al di sopra delle proprie possibilità grazie alla presunta attività illecita. Nessuna denuncia da parte della vittima

Pubblicato il: 11/11/2021 – 16:11
di Alessia Truzzolillo
Indagine “Amico”, soldi a strozzo e poi ti “compri” una città

LAMEZIA TERME Nessuna denuncia contro Massimiliano Raso, nonostante la presunta vittima fosse sotto strozzo dal 2014. Solo dopo «reiterate sollecitazioni» da parte della Guardia di finanza di Lamezia Terme, il titolare di una ditta di trasporti della città della Piana si è deciso a raccontare tutta la verità ai militari che, coordinati dalla Procura lametina guidata da Salvatore Curcio, hanno ricostruito la vicenda.
Secondo l’accusa, da gennaio 2014 ad agosto 2021 l’imprenditore avrebbe consegnato a Massimiliano Raso assegni per un totale di 169.897 euro.
Oggi i finanzieri, su ordine del gip Emma Sonni, hanno posto Massimiliano Raso, classe 1976, agli arresti domiciliari per il reato di usura ed esercizio abusivo del credito e hanno eseguito il sequestro preventivo, nella forma per equivalente, di circa 170.000 euro, corrispondente agli interessi percepiti attraverso l’attività di usura, nonché il sequestro del patrimonio mobiliare ed immobiliare dell’indagato, per un valore di oltre 470.000 euro, ritenuto frutto dell’attività illecita.

Prestiti a strozzo e tassi di interesse al 60%

Stando alle ricostruzioni degli inquirenti, il titolare della ditta di trasporti avrebbe, in più occasioni, chiesto prestiti a Massimiliano Raso (proprietario del Bar del Corso a Lamezia Terme) per comprare degli automezzi.
Per l’acquisto di un Iveco Stralys la vittima si è fatta prestare 10.500 euro con la promessa, tramite scrittura privata, di restituire il dovuto versando 1000 euro al mese «per almeno venti mesi e che di fatto – è scritto nell’imputazione – gli versava per importi ben maggiori mediante emissione di assegni» per un totale di 56mila euro dei quali 45mila a titolo di interessi.
Altro acquisto è quello di un Opel Movano, per il quale l’imprenditore ha chiesto un prestito di 6000 euro. In questo caso Raso di sarebbe fatto promettere, sempre tramite scrittura privata, la restituzione della somma tramite assegni da 500 euro al mese per almeno venti mesi, ricevendo, fino all’agosto 2021, un totale di 41.500 euro di cui 35.500 a titolo di interesse.
Per un prestito da 12mila euro – è scritto in un altro capo di imputazione – il patto siglato prevedeva l’erogazione di 750 euro al mese per 24 mesi. Da gennaio 2020 ad agosto 2021 sarebbero stati versati 15mila euro dei quali 3000 di interessi.
I finanzieri hanno, inoltre, calcolato che Raso da gennaio 2014 a dicembre 2020 si sarebbe fatto consegnare dall’imprenditore una serie di assegna post datati a 30 giorni, alcuni dei quali emessi da altri soggetti, per un totale di 105.864,00 euro dei quali 64mila a titolo di interessi «il cui tasso annuo, del 60,83%, risulta superiore a quello legale».

Assegni in bianco dagli “amici” per coprire i debiti

Se l’imprenditore riusciva a versare del denaro a Raso, hanno scoperto gli inquirenti, questo era dovuto anche al fatto che l’indagato ha acquisito assegni da altre due persone legate alla vittima. A luglio 2021 i finanzieri e il pm Marta Agostini, titolare del fascicolo, hanno convocato in caserma l’imprenditore, le due persone che consegnavano gli assegni e lo stesso Raso, lasciandoli tutti insieme nella sala d’attesa della caserma. È emerso che Raso non conoscesse gli altri due soggetti che erano, invece, vicini all’imprenditore usurato. Era a loro che la vittimi si rivolgeva, stando alle ipotesi investigative, «per ottenere prestiti per pagare il suo strozzino». Ad un certo punto gli assegni sarebbero stati addirittura consegnati in bianco all’imprenditore perché li compilasse e li girasse a Raso.

Nessuna denuncia spontanea

L’imprenditore non ha mai denunciato né aveva intenzione di farlo. Stando a quanto riportato nelle carte dell’indagine denominata “Amico”, la vittima, nel corso dei primi incontri convocati dalla Finanza, aveva cercato di giustificare gli strani rapporti finanziari che intratteneva con Raso affermando che si trattasse di acquisti di automezzi effettuati in società. Solo ad agosto scorso, «messo di fronte all’evidenza delle acquisizioni investigative», l’imprenditore ha chiarito la natura vera dei suoi rapporti economici con Massimiliano Raso.

Acquisto di fabbricati, polizze e attività 

Diversi fabbricati a Lamezia Terme (in via S. Tropea, in via Adda, in via Antonio Gramsci), un immobile sul lungomare di Falerna, un fabbricato a Gizzeria, polizze vita, depositi di risparmio, rapporti bancari con saldo attivo, interventi edilizi fatti nella propria casa, l’interesse ad acquistare un tabacchino in località S. Minà per il quale aveva già versato 45mila euro, acquisti fatti senza mai ricorrere a mutui in banca. Investimenti troppo costosi per il semplice titolare di un bar senza nessuna, apparente, altra entrata.
Le risorse finanziare delle quali Massimiliano Raso disponeva, secondo le indagini «non trovano giustificazione con i redditi dichiarati». Dall’inchiesta “Amico” è emersa una «netta sproporzione tra i redditi dichiarati e le spese che avrebbe dovuto sostenere per il fabbisogno della famiglia». La conclusione alla quale arrivano gli inquirenti è che «l’indagato non poteva disporre di denaro tale da poter realizzare il patrimonio mobiliare e immobiliare» di cui disponeva.
«Alla luce di ciò – è scritto nei brogliacci dell’ordinanza – i beni individuati nell’arco temporale in cui è stato accertato che l’indagato ha, in maniera continuata, commesso il reato di usura, sono da considerarsi in toto realizzati con proventi di natura illecita, poiché non vi è alcuna plausibile giustificazione alla disponibilità finanziaria per realizzare tale patrimonio».
A Lamezia Terme, dimostrano le sempre più numerose indagini sul tema dell’usura, il trend è sempre lo stesso: presti soldi a strozzo e poi ti compri una città. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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