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l’indagine sulle navi a perdere

Natale De Grazia, le nuove ricerche nei mari della Locride e l’ipotesi del traffico nucleare

Sono trascorsi 26 anni dall’enigmatica morte del capitano. Il Ram segue due filoni investigativi interloquendo con la Dda di Reggio Calabria. Lo stanziamento dell’ex ministro Costa. Il rapporto con…

Pubblicato il: 13/12/2021 – 10:59
di Francesco Donnici e Andrea Carnì*
Natale De Grazia, le nuove ricerche nei mari della Locride e l’ipotesi del traffico nucleare

REGGIO CALABRIA A distanza di 26 anni rimangono una serie di domande sull’indagine intorno alle “navi a perdere”. Sul tragitto dell’ultima missione del capitano Natale De Grazia. Sul suo rapporto con la marina militare anche in relazione alla sua partecipazione nel pool coordinato dall’allora sostituto procuratore reggino Franco Neri. Sull’enigmatica morte avvenuta nel salernitano nella sera tra il 12 e il 13 dicembre 1995. Un punto di rottura raccontato – per riprendere la definizione utilizzata da Nuccio Barillà nel contributo allegato al rapporto Ecomafie 2020 di Legambiente – attraverso «tre verità». Le inchieste, e l’impegno politico da evidenziarsi nella persona di Sergio Costa, oggi tornato in forze all’Arma dei carabinieri forestali dopo la parentesi come ministro dell’Ambiente nel governo “Conte-bis”, hanno puntato i fari su un nuovo solco, che condurrebbe ad un intrigo internazionale avente ad oggetto un traffico di rifiuti nucleari di cui lo stesso De Grazia avrebbe fiutato le tracce prima di altri.

L’enigma della morte

La foto del volto di Natale De Grazia allegata al fascicolo d’indagine sulla morte

Rimangono gli interrogativi dei familiari messi nero su bianco nella lettera inviata il 7 marzo 1997 alla procura di Nocera Inferiore – titolare del fascicolo d’indagine sulla morte di Natale De Grazia – e riportata nel precedente approfondimento del Corriere della Calabria. Il tribunale di Reggio aveva nominato consulente tecnico Simona Del Vecchio della Sapienza di Roma, che concluderà per la «morte improvvisa» dovuta a cause naturali. Il nome della professionista, finita negli ultimi anni al centro di un’inchiesta su presunte «autopsie fantasma» (e per tale condannata a 2 anni e 11 mesi dalla Corte d’Appello di Genova ad inizio 2020), tornava associato anche all’esame di altre morti misteriose come quella del tenente colonnello del Sismi, Mario Ferraro, ritenuto suicida dopo essere stato trovato impiccato su un appendiabiti fissato a 1,20 metri da terra. L’esame sul corpo di De Grazia – al quale parteciperà anche il consulente di parte, Alessio Asmundo – avverrà il successivo 19 dicembre 1995. «Aveva destato perplessità – ci racconta Nuccio Barillà – già solo il fatto che il consulente d’ufficio non avesse portato con sé una macchina fotografica» fornita da Asmundo. Verranno scattate ed allegate al fascicolo 17 fotografie “comparse” solo negli ultimi anni. Che la prima relazione, carente dell’esame tossicologico ed istologico non convincesse, lo si evince da quella successiva affidata a Giovanni Arcudi dalla Commissione Pecorella che, andando per esclusione, ipotizza la morte per «causa tossica». Legambiente chiede la riapertura delle indagini, ma «la risposta degli inquirenti, al tempo, fu che non c’erano elementi tali da propiziare la riapertura del fascicolo, con la riserva, tuttavia, di chiedere un parere al gip». La “riemersione” delle foto tra cui quella del volto tumefatto di De Grazia, porta a ipotizzare un terzo scenario nel quale il capitano sarebbe stato sequestrato e torturato prima di essere ucciso.

Lo stanziamento di un milione di euro e le nuove ricerche

L’ex ministro Sergio Costa durante il “question time” alla Camera dei deputati

A quella notte di 26 anni fa viene fatto coincidere lo stop dell’indagine sulle “navi a perdere”. Nel 2019 Fanpage, attraverso le rivelazioni di una fonte riservata, apre nuovi scenari. Al contempo Sergio Costa annuncia l’assegnazione della “benemerenza ambientale d’oro alla memoria” per il capitano di fregata e si prodiga per la riapertura delle indagini sulle “navi a perdere” proponendo lo stanziamento di un fondo dedicato di un milione di euro
L’iter per l’assegnazione della “benemerenza ambientale”, almeno in un primo momento, sarebbe stato bloccato dall’impossibilità – non prevista dalla legge, poi modificata su impulso dello stesso ministro – di assegnare il riconoscimento alla memoria. La scelta di Costa era motivata dal «lavoro profuso alla ricerca della verità e per le sue qualità di servitore dello Stato». Il secondo punto, relativo allo stanziamento, passò in una prima fase, dall’interlocuzione tra Costa e il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri. Delegato dal ministro per quel supplemento d’indagine è l’ammiraglio della marina Aurelio Caligiore, comandante del Reparto ambientale marino (Ram) delle capitanerie di porto dell’ex ministero dell’Ambiente. 
«Il milione di cui riferì l’allora ministro Costa – spiega l’ammiraglio Caligiore al Corriere della Calabria – era un’idea, un presupposto, ma nella sostanza non è stato mai stanziato. Non abbiamo avuto la possibilità, né il bisogno di utilizzarlo». Questo perché il fondo sarebbe stato attivato solo se si fossero rese necessarie ricerche di un certo tipo. «Quei soldi – aggiunge Caligiore – potevano essere utilizzati per una campagna di ricerca subacquea, ma non abbiamo mai avuto necessità di operare questo tipo di ricerche».
In una prima fase Costa riferì di alcune porzioni di mare dove effettuare ricerche: Cetraro – dove secondo la ricostruzione non supportata dalla verità giudiziaria sarebbe affondata la Cunsky – e Capo Spartivento relativamente alla Rigel.
Caligiore riferisce oggi di due filoni investigativi sulla base delle «intuizioni avute da De Grazia», ma non approfondite «dopo la sua morte» che non riguarderebbero quegli spazi di mare ed anzi seguirebbero delle piste “terrestri” non ricomprese nelle deleghe relative all’ultima missione del capitano.

Le ricerche nei mari della Locride e lo stabilimento di Bosco Marengo

Gli accertamenti sono ancora in corso e l’interlocuzione del Ram avviene oggi con la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria perché «procura che ha competenza diretta» sebbene, conferma l’ammiraglio, «avessimo avuto un’interlocuzione iniziale con la Dda di Catanzaro, che successivamente ha trasmesso gli atti all’antimafia di Reggio». La scelta iniziale di virare su Catanzaro sarebbe legata «alle verifiche che dovevamo operare nel 2019 nelle zone di Vibo Valentia e Paola secondo quanto indicatoci da alcune fonti riservate». 
L’attività investigativa in corso non riguarda la morte di De Grazia: «Sono trascorsi 26 anni quindi le ipotesi delittuose che possono ancora reggere non sono tantissime. Resterebbe in piedi l’assassinio, ma da qui a indurre una procura a riaprire l’indagine per l’omicidio, a distanza di tanti anni, è molto difficile». Diversamente, si seguono due strade che parrebbero condurre verso lo Ionio calabrese. «Il primo filone è quello relativo all’affondamento sospetto delle così dette “navi a perdere” e stiamo seguendo delle tracce che ci condurrebbero nella zona della Locride. Siamo quindi nell’area dello Ionio ricompreso tra Reggio Calabria e la costa di Locri, spingendoci fino a Roccella Ionica. Speriamo di poter compiere questa specifica attività di ricerca nella prossima primavera». Il secondo filone riguarda invece l’ultima missione di Natale De Grazia. «Stiamo cercando di capire, qualora il capitano fosse arrivato vivo a La Spezia, quale potesse essere il passaggio dell’indagine. Le supposizioni indiziarie ci condurrebbero, come posto di partenza, a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria».

L’ipotesi del traffico nucleare

 Perché Bosco Marengo? Il secondo filone ruoterebbe intorno all’impianto di produzione combustibile nucleare “Fn” (fabbrica nucleare). «In quel sito venivano assemblati combustibili per i reattori nucleari a carattere civile o di ricerca».

L’impianto “Fn” di Bosco Marengo (AL). Foto dall’archivio internet della Sogin

«Ho ragione di ritenere – dice l’ammiraglio – che De Grazia avesse visto qualcosa di diverso rispetto alle così dette “navi a perdere”. Ciò che lo avrebbe spinto a Bosco Marengo è legato al possibile arrivo in Italia di uranio arricchito dagli Stati Uniti. Lui, credo fosse interessato a capire chi importava questo materiale e per quali finalità».
Conferme arrivano al Corriere della Calabria da Nicolò Moschitta che però esclude Bosco Marengo tra le tappe del viaggio di dicembre 95. «È stata una coincidenza che siamo arrivati a Bosco Marengo – racconta – quindi non si può dire che stessimo andando a sequestrare l’impianto». Dopo aver seguito la traccia del carico di uranio «che ci dissero fosse stato sdoganato ad Alessandria», arrivarono alla centrale nell’Alessandrino: «Abbiamo guardato il cartello…guarda me lo ricordo come se fosse ora: Enea-Centrale Nucleare Bosco Marengo. Ci siamo guardati in faccia tutti e due: “Natale ch’amu a fari?” “Nicola nenti. Che ne sappiamo noi di materiale radioattivo?”»

Il viaggio della motonave Acrux

Carico di rifiuti radioattivi

Per capirne di più bisogna spostarsi verso il porto di Genova dove si recarono De Grazia e Moschitta, maresciallo dell’Arma insieme a lui durante l’ultima missione, come attesta una delega del 17 luglio 1995 a firma Neri. C’era da svolgere degli accertamenti su carichi e scarichi di materiali tossico-nocivi dal Ponte Libia e sul trasporto del materiale radioattivo da parte della nave Acrux. «Attraverso la documentazione acquisita e il confronto con la locale Autorità portuale – spiega Barillà – avevano accertato che da quel porto, tra il 1985 e il 1992, erano passate o avevano eseguito operazioni di carico e scarico ben 131 navi con materiale radioattivo». Un traffico che non si sarebbe interrotto neanche dopo il referendum del 1987.
«L’input per l’approfondimento sulla Acrux era scaturito anche dagli esiti della perquisizione effettuata in casa di Giorgio Comerio», principale indagato, evidenzia ancora Barillà. «Tra i materiali acquisiti e analizzati spuntarono vecchi appunti riguardanti il preventivato acquisto da parte della società di Comerio di alcune motonavi, tra cui la Jolly Rosso e, appunto, l’Acrux». Il nome della nave compare inoltre in un appunto dei Servizi del settembre del 2008, parzialmente declassificato il 20 aprile 2017, in cui si riferisce che Comerio nel 1987 si interessò all’acquisto di un’imbarcazione battente bandiera maltese che avrebbe dovuto utilizzare per assemblare le telemine. «Incaricati del montaggio», stando all’appunto dell’Aisi – ex Sismi – sarebbero stati «sei ufficiali o sottufficiali della marina militare italiana in congedo». Anche in questo caso rimangono diversi dubbi emersi dalla documentazione del Servizio che rilega la vicenda a «possibile tentativo di truffa» da parte di Comerio. 
In una nota trasmessa dal Sismi ai magistrati reggini, la nave avrebbe dovuto effettuare un viaggio trasportando «un carico di 8mila chilogrammi di uranio impoverito che doveva essere venduto all’Enea dalla statunitense General Electric». Barillà, nel suo contributo ad Ecomafie 2020 precisa che «De Grazia e il pool erano giunti alla conclusione che l’uranio non avesse viaggiato sulla motonave Acrux, ma su una nave italiana, l’Americana seguendo una linea diretta dagli Usa a Genova». Anzi, il giro “contorto”, che raccontava di un transito del carico in diversi Paesi tra cui la Francia, secondo Barillà, sarebbe servito «a nascondere l’ipotesi formulata allora dagli inquirenti che nella centrale Enea alias Fabbricazioni Nucleari Spa, di Bosco Marengo (e non in località estere) era avvenuta l’estrazione del plutonio».

Il (controverso) rapporto tra De Grazia e la capitaneria di porto di Reggio Calabria

Quello del rapporto tra De Grazia e i suoi superiori alla capitaneria di porto di Reggio Calabria, come scritto da Barillà nell’inserto al rapporto Ecomafie 2020, è ancora oggi un vero e proprio rebus. Difficile dividersi tra il lavoro d’ufficio e quello nel pool, tanto da portare il procuratore Scuderi – come già raccontato nel primo approfondimento – a scrivere alla capitaneria per chiedere di sgravare il capitano dai carichi che stavano indirettamente influendo anche sulle indagini. Carichi che la Commissione Pecorella richiama come «problemi burocratici e organizzativi» che avrebbero minato il lavoro del pool. «Il comandante della capitaneria – riporta Barillà riprendendo un passaggio dell’audizione di Moschitta in Commissione rifiuti – ritirò addirittura il permesso di applicazione in procura dell’ufficiale, richiamandolo esclusivamente alle incombenze ordinarie in guardia costiera. Nell’occasione gli avrebbe anche rivolto un avvertimento abbastanza esplicito, mostrandogli il foglio matricolare: “Attento che così ti giochi la carriera”».
Ci sono anche altri aspetti controversi. Il primo è riferito alla perquisizione a casa di Gerardo Viccica detto “Dino” il 13 maggio 1995. Viccica era un ex ammiraglio della marina e facoltoso uomo d’affari che, secondo la procura, avrebbe sostenuto Comerio nell’operazione Odm in alcuni Paesi tra cui la Costa d’Avorio. Sull’episodio, dirà Neri: «Erano emersi elementi circa un presunto coinvolgimento dei vertici militari della marina in fatti di corruzione legati alla realizzazione di boe». Il secondo si rifà alla testimonianza resa dal comandante della capitaneria di porto di Vibo Giuseppe Bellantone, che si era interessato delle operazioni successive al naufragio della Rosso. Bellantone avrebbe ribadito prima a De Grazia e poi (il 29 febbraio 1996) a Scuderi l’esistenza di un carico radioattivo a bordo della nave spiaggiata ad Amantea, ma la versione non verrà confermata nell’audizione del marzo 2011 alla Commissione parlamentare. Ultimo aspetto, richiamato anche nella lettera dei familiari di De Grazia, riguarda il ruolo degli ufficiali del Sios della marina militare. Poco prima del viaggio a La Spezia, il capitano sarebbe stato chiamato a Roma per incontrare alcuni ufficiali del Servizio che, in stretto contatto col Sismi – secondo quanto riferito nel rapporto del comitato parlamentare deputato ai Servizi e al segreto di Stato – per «controllare la situazione marittima complessiva, non solo militare, nell’area del Mediterraneo» e «la vendita d’ armi all’estero». (fine terza parte) 

*Dottore di ricerca Università di Milano e membro Legambiente-Circolo Reggio Calabria

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