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l’intervista

Gangemi: «Sono un pentito dei romanzi di ‘ndrangheta. Alimentano il mito di terra irredimibile»

Lo scrittore ospite all’Altro Corriere Tv: «Protagonista del mio ultimo libro è la ribellione di un anarchico e di un jazzista, negli Usa di fine 800»

Pubblicato il: 24/12/2021 – 15:35
di Anna Colistra
Gangemi: «Sono un pentito dei romanzi di ‘ndrangheta. Alimentano il mito di terra irredimibile»

LAMEZIA TERME «Sono un pentito dei romanzi di ‘ndrangheta, nei miei libri l’ho raccontata per farla conoscere e comprendere, ma non mi piace mitizzare il fenomeno criminale, altrimenti si finisce col renderlo il principale tratto identitario della Calabria». Si presenta così Mimmo Gangemi, scrittore e giornalista, negli studi de L’altro Corriere Tv durante la trasmissione “In primo piano” condotta da Antonio Chieffallo. Un autore originario di Santa Cristina d’Aspromonte che con le sue opere si è imposto sullo scenario letterario italiano. Uno dei suoi testi più conosciuti “Il giudice meschino”, è diventato una fiction Rai di successo interpretata da Luca Zingaretti. «Mi piace alternare i generi delle mie pubblicazioni – ha detto Gangemi durante l’intervista – dopo aver scritto un giallo mi sento sazio di quel tema e di quelle atmosfere e la mia esigenza di scrittura mi trasporta verso altre dimensioni narrative». “Il popolo di Mezzo” è il suo ultimo libro edito da Piemme, un vero e proprio viaggio in un’America crudele, ancora schiavista e razzista verso gli immigrati. Gangemi ricostruisce quel volto spietato del nuovo continente, che abbiamo dimenticato, e che ha segnato la storia di molte famiglie emigrate. «I calabresi nelle carte ufficiali del governo americano erano definiti ‘non visibilmente neri’ – ha spiegato l’autore – Crispi dovette protestare ufficialmente per ottenere la cancellazione di questi appellativi, ma chiaramente diverse espressioni discriminatorie continuarono ad essere usate». Lo scrittore fa un’incursione nella Little Italy di fine 800 per mostrare ai lettori le diverse forme di ribellione che potevano nascere dalla rabbia di vivere la condizione di emigrato in una terra ostile. Nel suo romanzo i figli del protagonista scelgono strade diverse per dare sfogo alla propria rabbia: il maggiore diventa un anarchico e partecipa all’attentato di Wall Street – probabilmente il più grosso attacco subito dagli Usa prima delle Torri gemelle – mentre il più piccolo per stemperare l’odio sceglie un’altra forma di ribellione, ovvero la musica jazz. «Sono personaggi di fantasia che incontrano la vera storia dell’America del tempo – ha commentato Gangemi – è poco noto ad esempio che in quel periodo il jazz nasce dalla commistione di due culture: quella africana e quella siciliana. Gli italiani del Sud infatti hanno affiancato alle sonorità nere gli strumenti a fiato, non presenti nella tradizione africana. Così è nato il jazz». C’è tanta italianità, anzi forse bisognerebbe dire meridionalità, nei movimenti culturali e nei fatti storici che hanno segnato l’America e che continuano a segnarla. Si potrebbero fare tantissimi esempi, e tra questi, Gangemi cita la presa di potere di “Cosa nostra”, che in quegli anni nel quartiere Little Italy soppianta “Mano nera”, cambiando totalmente il contesto e la storia del sobborgo.

«Vorrei che i giovani restassero per costruire un futuro migliore qui»

«A molti miei conterranei è toccato il destino di abbandonare la propria regione, io invece ho avuto la possibilità di restare e penso sia importante che molti giovani comincino a scegliere di non partire per far rifiorire la Calabria anziché diventare la fortuna delle regioni del Nord – ha raccontato l’autore – non dobbiamo più farci abbagliare dall’idea che altrove la vita è migliore e costruire un futuro migliore qui, dove siamo nati». Gangemi ha seguito la vocazione per la scrittura mettendo da parte il suo precedente lavoro: «Ho scritto per disintossicare l’ingegnere, e ogni tanto mi restituisco ingegnere per disintossicare lo scrittore». Ha detto per spiegare la sua “chiamata” alla letturatura «ho assecondato l’istinto, c’erano tante storie dentro di me che chiedevano spazio». In molte di queste storie è presente la Calabria, come terra e come cultura, «ho scritto di ‘ndrangheta – ha concluso l’autore – perché è un fenomeno ancora da capire, ma dobbiamo uscire dall’equazione di terra irredimibile che ci hanno assegnato gli intellettuali, molto ascoltati, della tv. La letteratura aiuta ad approfondire e divulgare, ma scrivere tanto e solo di ‘ndrangheta può alimentare questo mito danneggiando la nostra terra».


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