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La lunga (e faticosa) strada verso la “rivoluzione” della sanità in Calabria

Programmi ambiziosi e carenze strutturali. Cosa e cosa non va nei progetti di case della comunità, assistenza domiciliare e Telemedicina. E quel “buco” alla Regione: il dipartimento Salute ha 31 di…

Pubblicato il: 23/02/2022 – 6:53
di Emiliano Morrone
La lunga (e faticosa) strada verso la “rivoluzione” della sanità in Calabria

CATANZARO Entro il prossimo 28 febbraio la Regione Calabria dovrà trasmettere ad Agenas le schede delle 91 strutture di assistenza territoriale da realizzare con i circa 129 milioni del Pnrr assegnati dallo Stato. Si tratta di 15 Ospedali di comunità, 19 Centrali operative territoriali e 57 Case della comunità. Seguirà una fase di controllo e confronto. Il 31 maggio è il termine per la firma del relativo Contratto istituzionale di sviluppo, che l’Ue dovrà ricevere non più tardi del 30 giugno 2022.
I tempi dettati dalla Commissione Ue e dalla Presidenza del Consiglio sono strettissimi, dunque non consentono ulteriori passaggi tecnici o politici. Gli uffici regionali e le Aziende sanitarie provinciali corrono per rispettare le scadenze. Il commissario Roberto Occhiuto preme sull’acceleratore insieme a Iole Fantozzi, da poco nominata dirigente generale del dipartimento Tutela della salute, che i due hanno trovato con 31 dipendenti fissi a fronte dei 135 previsti dalla pianta organica. Il fatto è vero quanto incredibile, anche perché la sanità assorbe quasi il 70% del bilancio della Regione. A quanto pare, poi, non si trovano altri funzionari regionali disposti a lavorare in quel dipartimento. Servirebbe allora un moto di coscienza e di responsabilità individuale.

Le conseguenze del commissariamento

I quasi dodici anni di commissariamento della Sanità calabrese hanno determinato effetti molto gravi, anche per causa dei vari avvicendamenti alla guida del Piano di rientro dal disavanzo sanitario e ai vertici delle 9 aziende del Ssr. Decretata nel 2010, la chiusura di una ventina dei circa 60 ospedali della Calabria ha comportato, insieme al lungo blocco del turnover del personale sanitario, una crisi assistenziale progressiva, legata al mancato sviluppo dei servizi territoriali; alla diffusa carenza di medici di base; allo scarso collegamento fra ospedali e distretti; all’insufficienza della prevenzione; all’inadeguatezza delle reti predisposte; alla penuria cronica di profili con capacità organizzative e gestionali; all’esiguità delle risorse umane in un contesto segnato dalla dipendenza politica di diversi dirigenti, talvolta perfino interni alle vicende elettorali.
Nel tempo l’organizzazione sanitaria è cambiata, nella Carta costituzionale è entrato il pareggio di bilancio e il sistema è stato modellato sull’esigenza di contenere i costi, razionalizzare i servizi e mantenere gli equilibri finanziari. Soprattutto in Calabria, a causa delle limitazioni imposte dal Piano di rientro, ciò ha prodotto lo smantellamento di reparti ospedalieri e ambulatori territoriali, con la conseguenza di lasciare intere aree senza assistenza di base, specie nelle zone montane e disagiate.

Un programma ambizioso per la sanità

Il commissario Occhiuto prova quindi ad invertire la rotta, concentrandosi sulla programmazione e progettazione delle strutture territoriali previste dal Pnrr, ancora prive di puntuale inquadramento normativo. Di recente, il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha infatti spiegato: «Ora, insieme alle nuove risorse dovremo mettere in campo alcune riforme e non vi è alcun dubbio che la riforma prioritaria per me è la riforma del territorio, dell’assistenza territoriale, quella che volgarmente viene chiamata DM 71».

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Roberto Speranza

Il Pnrr è ambizioso, ma richiede un complesso lavoro di ridefinizione dell’architettura sanitaria. «Io sarò pronto – ha assicurato Speranza – a un confronto con i soggetti sociali, con gli ordini professionali, chiaramente con le regioni, che sono parte rilevante dell’organizzazione sanitaria nel nostro Paese, per arrivare, come da impegni, anche ad una riforma del DM 70», il decreto ministeriale, del 2015, sugli standard ospedalieri. Per quanto riguarda il Fondo sanitario nazionale, nella legge di Bilancio per il 2022, ha detto il ministro Speranza, «arriviamo a 124 miliardi e ci impegniamo ad arrivare a 128 nel 2024». A parte, ha aggiunto, «ci sono chiaramente 20 miliardi del Pnrr».

Fondo sanitario, alla Calabria mancano 150 milioni di euro all’anno

Si tratta di grosse cifre, ma il dato complessivo non deve ingannare. «Come il resto del Mezzogiorno, la Calabria, risente – avverte Tullio Laino, già vicedirettore sanitario dell’ospedale di Paola-Cetraro – del criterio vigente di ripartizione del Fondo sanitario, basato sul calcolo della popolazione pesata piuttosto che sui dati epidemiologici delle singole regioni e sugli indicatori di deprivazione e povertà sociale. Pertanto, dal ’99 ad oggi la Regione ha ricevuto trasferimenti inferiori di circa 150 milioni all’anno, rispetto al corrispondente fabbisogno di cure». Anche Occhiuto guarda al problema della deprivazione e della povertà sociale, «aspetto sul quale – sottolinea – mi auguro che tutti i parlamentari calabresi convergano perché esso rientri nel quadro normativo sugli standard ospedalieri e territoriali». Con l’introduzione di questa misura, si potrebbero aumentare i servizi sanitari nei territori più isolati e periferici della regione. Secondo Speranza, «arriveranno 625 milioni in più dalla commissione Ue per un piano operativo per la sanità del Mezzogiorno, che impiegheremo per medicina di genere, povertà sanitaria e screening oncologici al Sud». Il Piano nazionale Salute per il Sud, specifica il ministro, interesserà «le 7 Regioni del Mezzogiorno che sperimentano a vario titolo maggiori difficoltà organizzative dei servizi sanitari e che, per alcuni livelli essenziali di assistenza, non riescono ad assicurare la piena erogazione delle prestazioni, specie nei confronti delle fasce di popolazione vulnerabili».

Alla Calabria serve un cambio di mentalità

Davanti alla possibilità di disporre anche di parte di queste ulteriori risorse, la Calabria ha bisogno di cambiare mentalità, sia a livello tecnico che a livello politico. Ora non c’è spazio per i conflitti e le polemiche. Bisognerebbe ragionare sulle azioni, su come sfruttare e non perdere le opportunità che si profilano. «Negli ultimi due anni sono diventati ancora più evidenti alcuni aspetti critici di natura strutturale del Servizio sanitario, che in prospettiva potrebbero essere aggravati dall’accresciuta domanda di cure – osserva Giuseppe Brisinda, docente universitario di origini calabresi, chirurgo del Gemelli di Roma e già primario nell’ospedale di Crotone – derivante dalle tendenze demografiche, epidemiologiche e sociali in atto. Esistono in Italia significative disparità territoriali nell’erogazione dei servizi, in particolare in termini di prevenzione e assistenza sul territorio, un’inadeguata integrazione tra servizi ospedalieri, servizi territoriali e servizi sociali, una inappropriata definizione dei limiti e delle competenze del privato convenzionato, tempi di attesa elevati per l’erogazione di alcune prestazioni e una scarsa capacità di conseguire sinergie nella definizione delle strategie di risposta ai rischi ambientali, climatici e sanitari».

«Sistema da organizzare (e riorganizzare) per ridurre la “non qualità”»

«La previsione delle Case della comunità – continua – rappresenta un tentativo di riformare le cure primarie e quindi da questo punto di vista merita grande attenzione. Ciononostante, rimane insufficiente il lavoro di ricollocazione e ridefinizione delle sue competenze all’interno dell’attività del distretto sanitario. Ciò che è chiaro è che dovrà essere il luogo privilegiato del lavoro associato dei Medici di medicina generale ma per il resto il ruolo delle Case della comunità va meglio definito anche rispetto alle funzioni del resto del personale impiegato. L’idea mantiene comunque delle potenzialità importanti per cui va sostenuta insieme alla necessità di una sua approfondita ridefinizione organizzativa e funzionale».

Giuseppe Brisinda

«Bisogna – prospetta Brisinda – non dimenticare però che: esiste una estrema rigidità delle strutture e degli impianti che non favorisce un tempestivo riadattamento degli spazi, la differenziazione dei percorsi e modifiche della logistica; è evidente una obsolescenza dei reparti in termini strutturali, logistici e tecnologici, non coerenti con l’evoluzione multidisciplinare della qualità delle cure; non è ancora compiuta la organizzazione tra Hub e Spoke, ove alcune denominazioni sono state elargite sulla base di criteri non appropriati per la realtà territoriale; notevole è il divario su scala regionale dell’organizzazione della rete territoriale e la relativa integrazione con il sistema ospedaliero e con le reti per le patologie tempo-dipendenti; il flusso di dati è cronicamente non coerente; nessun censimento dell’esistente è stato mai fatto; l’organizzazione provinciale non è coerente con le caratteristiche del territorio e con le infrastrutture nel territorio allocate; la mobilità sanitaria riguarda soprattutto il trattamento di patologie ad alta remunerazione».
Sempre sul tema del potenziamento dell’assistenza territoriale, il chirurgo del Gemelli suggerisce: «La formazione universitaria va ridefinita e bisogna investire sul mondo delle professioni sanitarie. In parole più semplici, servono medici, infermieri e altre figure professionali. Inoltre, per garantire la partecipazione dei medici di Medicina generale all’attività interna delle Case della comunità occorre creare le condizioni per una loro adesione massiccia al progetto, altrimenti questo fallisce, il che probabilmente potrebbe richiedere una nuova convenzione». E ancora: «L’attivazione su tutto il territorio nazionale di programmi di telemedicina deve prevedere i costi e deve essere regolata da norme specifiche, anche a tutela degli operatori sanitari coinvolti in queste attività. Non si può dimenticare la inadeguatezza di alcuni sistemi di rischio clinico, pervicacemente attaccati al “senno del poi”. Non si potrà, poi, non tener conto che diversi sono i contesti sociali e che il titolo di studio allunga la vita. Bisogna organizzare dei Percorsi Diagnostici Terapeutici ed Assistenziali (PDTA) – aggiunge Brisinda – che coinvolgano ospedale e territorio. L’importante è che si definisca “chi fa cosa”, “dove si fa questa cosa”, “come si accede a questo percorso”. Essenziale è che si riduca la “non qualità”, posto che non serve fare bene cose inutili, soprattutto se con numeri modesti, o dire di fare cose che poi non vengono fatte».

«Case della comunità, assistenza domiciliare, Telemedicina: cosa non va nei progetti»

Da parte sua, Laino insiste sul fatto che «la contingenza pandemica ha messo a nudo l’assenza pressoché totale di una rete di assistenziale territoriale, con la compressione dei fabbisogni di salute essenziali, cosiddetti di prossimità, in una regione caratterizzata storicamente da povertà socio-economica strutturale, da eterogenea configurazione geomorfologica, da dati epidemiologici e statistici di morbilità, comorbilità e vulnerabilità sociale». E denuncia: «La mancata considerazione, in sede di programmazione sanitaria, di tali variabili, ha condotto all’implementazione di modelli assistenziali standardizzati, frutto di una concezione essenzialmente basata su criteri di pura econometria, rapportati ai bacini di utenza ed a teorici livelli di fruizione delle prestazioni assistenziali». «A tale logica, figlia della sostenibilità del debito pubblico, non si è sottratto – sostiene Laino – il cronoprogramma di ripresa della sanità regionale calabrese, redatto, su input programmatico imposto dall’Agenas, dal dipartimento Tutela della salute».
Secondo Laino, la Casa della comunità è un surrogato terminologico delle vecchie Case della salute, che hanno palesato il proprio fallimento programmatico. Le strutture da configurare come Case della comunità hanno subìto l’usura del tempo e necessitano di consistenti adeguamenti strutturali e sismici, che, si ritiene, non potranno essere portati a termine entro il 2026, considerata la estrema esiguità delle risorse assegnate dal Pnrr».
Per quanto riguarda l’assistenza domiciliare, Laino obietta che «lo standard del target cui rivolgere il modello di cura, ovvero il 10% della popolazione over 65, è assolutamente insufficiente se rapportato alla popolazione anziana residente nel territorio della regione Calabria, storicamente esclusa, in ragione dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale, dalle provviste finanziarie per la cura dei pazienti cronici». E ancora: «La previsione di una Centrale Operativa Territoriale ogni 100.000 abitanti non tiene conto di un sistema viario dissestato e di una configurazione geomorfologica prevalentemente montuosa, elementi ostativi a rendere conferente il modello assistenziale proposto, oltretutto in presenza di un parco ambulanze sostanzialmente vetusto e di assenza sostanziale di piste per elisoccorso, in grado di soddisfare il criterio della “golden hour”».

Circa la Telemedicina a supporto dei pazienti con patologie croniche, secondo Laino «risulta praticamente inapplicabile in un territorio privo della banda ultralarga», mentre ritiene l’Infermiere di Famiglia e di Comunità «condivisibile nella sua formulazione programmatica», ma «la sua implementazione in Calabria impatta con una crisi assunzionale drammatica».
Infine, sull’Ospedale di comunità, Laino riassume: «Secondo le Linee guida emanate dalla Conferenza Stato-Regioni del 20 febbraio 2020, che ne hanno delineato i requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi minimi, sono classificati quali strutture intermedie tra l’assistenza domiciliare e l’assistenza ospedaliera, ospitanti pazienti cronici a bassa intensità di cura, necessitanti di assistenza infermieristica continuativa. Si tratta, pertanto, di strutture non perfettamente inserite nella rete ospedaliera, ancorché prive delle articolazioni dell’emergenza-urgenza. Per effetto, è improprio – evidenzia – parlare di una rete assistenziale di prossimità, non essendo prevista dal programma specifico l’integrazione ospedale-territorio, cioè una valida rete territoriale ed un’ospedalità di base, secondo il principio di universalità, complessità ed intensità delle cure».
Nella nostra rubrica Suem, continueremo ad occuparci di assistenza territoriale e ospedaliera in Calabria, con l’auspicio d’aver fornito, sull’argomento, una prima informazione di profondità e plurale. (redazione@corrierecal.it)

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