Libertà di stampa. Valenti: «Le principali minacce provengono dalla malapolitica»
Secondo il direttore de “Il Quotidiano del Sud” gli attacchi a mezzo di querele temerarie in Calabria giungono soprattutto da settori politici e istituzionali: «La ‘ndrangheta non minaccia con la car…

COSENZA «L’informazione è un pezzo importante della libertà, che non è solo la libertà dei giornalisti di informare, ma anche quella che il lettore respira quando usufruisce di racconti senza bavagli e condizionamenti. Per questo va tutelata». Così Rocco Valenti, direttore responsabile de “Il Quotidiano del Sud”, motiva l’importanza della battaglia promossa dal Corriere della Calabria assieme ad altre testate, all’ordine e al sindacato dei giornalisti, contro le querele penali e le richieste di risarcimenti danni eserciate spesso a fini intimidatori nei confronti di giornalisti e testate calabresi. Azioni che gran parte delle volte, secondo il direttore, hanno come «fine unicamente quello di zittire la stampa libera». Valenti punta il dito su questo tema contro la malapolitica e la malamministrazione. Dunque le principali minacce contro la libera informazione portate avanti con azioni intimidatrici – a mezzo di querele temerarie – provengono dal mondo politico-istituzionale. E a suggello di questa riflessione Valenti ricorda: «la ‘ndrangheta non minaccia con la carta bollata».
Direttore, qual è l’atteggiamento giusto che occorrerebbe tenere quando qualcuno, specie se potente, minaccia querele contro il giornale?
«La prima risposta che mi viene in mente è “fare finta di non sentire”, nel senso che, a giudicare dalla quantità di querele ai mezzi di informazione, che oggi riceviamo un po’ tutti – molto spesso temerarie, e dunque infondate e a puro scopo intimidatorio – difficilmente una minaccia di querela ha scopi diversi da quelli di cercare di mettere il bavaglio. È chiaro che di fronte alle rimostranze, da parte di potenti o meno, per articoli pubblicati cerchiamo di avere sempre un atteggiamento di rigorosa verifica del nostro lavoro (non esente da errori, al pari di tutti gli altri ambiti professionali). Tuttavia, quando la rimostranza è una vera e propria minaccia, ci sono ottime possibilità che il fine sia unicamente quello di zittire. Dunque, si va avanti, con qualche preoccupazione in più, certo, ma si va avanti».
Quanto è diffuso in Calabria il fenomeno delle querele temerarie o delle minacce di essere querelati?
«Onestamente devo dire che, almeno per la nostra esperienza, le querele temerarie sono tante, le minacce no. Si tenga conto, però, che qualche velata minaccia di querela potrebbe rimanere all’interno di interlocuzioni tra interessati e singoli cronisti».
Nonostante ogni testata giornalistica o il singolo cronista riceva tante querele, è mutata la tua reazione alla notifica di una nuova denuncia?
«La reazione è sempre la stessa. La prima preoccupazione, e mi rifaccio a quanto già detto prima, è quella di fare una verifica sui fatti oggetto della querela. Se come nella maggior parte dei casi, quella querela appare priva di solide motivazioni, subentra anche una sensazione di amarezza perché il fenomeno negli anni è palesemente degenerato: querela facile al di là del merito. Quasi che uno ci provi, e se va va. E la cosa vale soprattutto per le richieste di risarcimento danni, arma impropria, se possibile ancora più odiosa della querela penale per diffamazione, molto spesso finalizzata a intimorire e far tacere».
Qual è il consiglio che offri ad un tuo cronista soprattutto se alle prime armi quando riceve una querela?
«Credo che i consigli, soprattutto ai più giovani, debbano essere diretti prima di ogni altra cosa a come si lavora: studio, controllo accurato delle fonti, uso intelligente delle parole… Tutti quei consigli, insomma, che molti di noi, alle prime armi abbiamo avuto la fortuna di ricevere. Non che questo metta al riparo dalle querele, a maggior ragione da quelle temerarie, ma di certo riduce i rischi, soprattutto nell’esito dell’eventuale epilogo giudiziario».
Ci racconti qual è stato l’episodio più brutto di attacco che avete subito sul fronte delle querele temerarie?
«Il più brutto, articolato e molto complesso è ancora in atto, con una sfilza di querele e richieste di danni per ipotesi di accusa che ci appaiono talmente infondate che più di temerarietà si dovrebbe parlare di odiosa persecuzione ai danni di giornalisti e direttore responsabile. In questo caso, prima di una denuncia pubblica, per quanto mi riguarda, viene quella nelle sedi giurisdizionali».
Perché occorrerebbe alzare il livello di attenzione anche tra la popolazione contro il fenomeno delle querele dirette ai giornalisti. Soprattutto in una regione “delicata” come la Calabria?
«Semplicemente perché l’informazione è un pezzo importante della libertà, che non è solo la libertà dei giornalisti di informare, ma anche quella che il lettore respira quando usufruisce di racconti senza bavagli e condizionamenti. Per quanto riguarda il contesto geografico, non ho alcuna perplessità a dire che l’attenzione pubblica dovrebbe supportare il lavoro libero dei giornalisti soprattutto laddove potentati politico-economici sono presenti nell’accezione più becera. Con riferimento al fenomeno delle querele temerarie, probabilmente il pericolo maggiore è da individuare proprio nei protagonisti di corruzione e malapolitica, persino in una terra massacrata dalle cosche come la Calabria, anche perché, come sappiamo, la ‘ndrangheta non minaccia con la carta bollata». (r.desanto@corrierecal.it)