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La ‘ndrangheta e la «depressione» delle aree interne. Dagli anni 80 alla “faida” per il controllo della montagna

Le “famiglie” Ruga e Crea e la contesa del territorio di Stilo. L’attentato a Vincenzo Taverniti e i rapporti con Spagnolo. Il pentito: «Ruga, Leuzzi e Gallace sono i numeri uno della costa jonica»

Pubblicato il: 10/03/2022 – 7:10
di Francesco Donnici
La ‘ndrangheta e la «depressione» delle aree interne. Dagli anni 80 alla “faida” per il controllo della montagna

REGGIO CALABRIA Per quanto ampia possa essere la porzione di mondo contaminata oggi dalla ‘ndrangheta, per comprendere la matrice e la resistenza al tempo del fenomeno è sempre utile tornare nella “culla”. Nella provincia stritolata dai bisogni e soggiogata dalla mentalità mafiosa. Il 7 agosto 2020 il prefetto di Reggio Calabria chiede di prolungare il commissariamento del consiglio comunale di Stilo, paese dell’alto Jonio reggino con poco più di 2mila abitanti, sciolto per infiltrazioni mafiose a maggio del 2019. Colpisce in particolare un passaggio: «Tra le iniziative intraprese dall’organo di gestione straordinaria vi sono anche numerosi progetti», relativi «a lavori di miglioramento delle infrastrutture comunali e della vigilanza del territorio urbano». Procedimenti che l’organo prefettizio ritiene debbano essere portati a conclusione onde evitare si traducano – complice l’annidarsi degli interessi delle consorterie – nelle mancanze che da tempo hanno contribuito al processo di isolamento e lenta agonia delle aree dell’entroterra.

L’oppressione delle aree interne

Basta fare allora un salto in avanti, all’alba dell’8 marzo 2022. I carabinieri di Reggio Calabria eseguono l’ordinanza applicativa delle misure cautelari firmata dal gip Giovanna Sergi nell’ambito dell’operazione “Doppio sgarro” su richiesta della Dda guidata da Giovanni Bombardieri. Le persone indagate sono 15, tutte di quella zona della provincia calabrese. Nell’applicare la custodia cautelare per nove di loro, il gip le ritiene, almeno in questa fase, parte integrante delle consorterie mafiose «interessate a garantirsi il controllo del territorio con la solita metodologia delle imposizioni e dei condizionamenti violenti anche all’attività amministrativa pubblica». Nelle parole del giudice, «da tempo ormai si sono rese artefici della condizione di grave depressione che governa quelle aree calabresi, in tutto asservite alla prepotenza mafiosa che impone le proprie regole e opprime la popolazione con la violenza». “Doppio sgarro” parte da nomi più o meno nuovi per raccontare dinamiche datate riportando l’attenzione su zone dove, ad esempio, «è cosa vecchia» esigere di far pascolare il bestiame in una zona “patrimonio dall’Unesco”.


L’operazione “Doppio sgarro”

La “locale” di ‘ndrangheta dello Stilaro: dalla morsa sul territorio alla «spavalderia criminale»


Legami e faide nella vallata dello Stilaro

Due omicidi avvenuti a cavallo tra la prima e la seconda decade degli anni duemila portano all’identificazione di un nuovo gruppo operante nella vallata dello Stilaro. Presunto vertice sarebbe Fernando Spagnolo, 67 anni, per uno di questi omicidi condannato in via definitiva all’ergastolo, salvo rendersi irreperibile (e risultare da circa tre anni latitante) poco prima della sentenza. Insieme a lui vengono indagati altri componenti della famiglia che gli inquirenti collocano «tra gli appartenenti alla criminalità organizzata di Stilo, confederata alla locale di ‘ndrangheta di Gerocarne e alleati con la potente consorteria dei Taverniti, nonché in attrito con i clan dei “Crea” di Contrada Bordingiano di Stilo e dei “Ruga” di Monasterace». Nel 2005 – all’esito dell’operazione “Botto”, in seguito oggetto di archiviazione – era stato documentato l’interessamento alla zona dello Stilaro del gruppo mafioso facente capo a Vincenzo Taverniti – condannato in via definitiva quale componente della ‘ndrangheta di Gerocarne nel procedimento “Luce dei boschi” – che proprio a Stilo si sarebbe affermato per volontà del cugino Vincenzo Gallace. L’iniziativa condurrà ad una «sanguinosa faida» col nascente gruppo dei “Simonetti-Crea” e annesso agguato omicida ai danni di Taverniti, «salvatosi per miracolo».
Tra le visite registrate durante la degenza spicca quella di Fernando Spagnolo. Per il giudice non soltanto rilevano i rapporti tra la ‘ndrangheta di Gerocarne e alcuni gruppi di Stilo, ma anche l’interesse di quest’ultimo «alle incrinature sorte all’interno del potente gruppo “Ruga-Metastasio-Gallace”». In quell’occasione a Spagnolo vengono confidati dai Taverniti alcuni dettagli sull’attentato non rivelati nemmeno agli inquirenti, a riprova della fiducia che intercorreva tra le famiglie. Di altro tenore gli attriti riscontrati con i “Crea”, in alcune conversazioni apostrofati come «gentaglia» e con i “Ruga”.


Il potere del presunto boss

Lo scioglimento del consiglio comunale e il pascolo abusivo sul “patrimonio Unesco”


Dagli anni 80 ad oggi: le “famiglie” Ruga e Crea

Il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e i pm Domenico Cappelleri e Simona Ferraiuolo ricostruiscono la geografia criminale della vallata dello Stilaro dov’è «storicamente registrata la presenza attiva della cosca mafiosa “Ruga-Metastasio-Loiero-Gallace-Novella”», che opprime diversi comuni della Locride e più in generale una cospicua porzione di territorio a cavallo tra le province di Reggio e Catanzaro. A metà degli anni 80, dopo l’operazione “Brunero”, che vedeva imputate circa 80 persone, il tribunale di Locri aveva riconosciuto la presenza di una consorteria «avente al vertice i “Ruga”» insieme ai “Musitano” e agli “Aquilino”. Con la successiva sentenza emessa dalla Corte d’Appello reggina nel 1998, nel processo “Stilaro”, si ha riprova della «sussistenza di una ben organizzata e salda struttura mafiosa» operante in quell’area, con particolare riferimento alla cosca “Ruga”, dal nome «del suo capo indiscusso» Giuseppe Cosimo Ruga «dal 1983 in poi».

«Gli alleati più potenti della costa ionica»

A distanza di quasi quarant’anni costellati da arresti e processi, la cosca è comunque riuscita a preservare la sua «capillare ramificazione sul territorio», come riporta nel 2014 il gup della più recente “Faida dei boschi”. Il giudice si rifà in parte alle dichiarazioni di Nicola Loiero, ritenuto esponente dell’omonima “famiglia” e collaboratore di giustizia secondo cui Andrea Ruga, Cosimo Leuzzi e Vincenzo Gallace sarebbero da considerarsi «gli alleati più potenti sulla costa ionica: sono oggi i numeri uno e sono tutti e tre insieme». Simile discorso emerge in relazione alla cosca Crea, ramificata anche nel Nord Italia come riportato nell’inchiesta “Monitauro” della Dda di Torino. Adolfo e Aldo Cosimo Crea (condannati in via definitiva nel 2013) secondo quanto riportato in quel procedimento «avevano in animo la costruzione di una “locale” di ‘ndrangheta nel territorio di Stilo» già «nei primi anni del 2000» rimasto scoperto in seguito agli arresti di alcuni dei capi storici dei “Ruga-Metastasio” e alla malattia di Salvatore Metastasio, che gli inquirenti descrivono come «capo carismatico dell’omonima cosca». (redazione@corrierecal.it)

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