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MEMORIA E IMPEGNO

«Guerre e mafie frutto malato di coscienze assopite». Da Gerocarne a Milano per ricordare le vittime innocenti – VIDEO E FOTO

Sono 1.055 le vite spezzate «dall’ignoranza mafiosa». Don Ciotti: «Antimafia non è una carta d’identità da esibire ma un fatto di coscienza»

Pubblicato il: 21/03/2022 – 15:07
di Francesco Donnici
«Guerre e mafie frutto malato di coscienze assopite». Da Gerocarne a Milano per ricordare le vittime innocenti  – VIDEO E FOTO

REGGIO CALABRIA «La felicità di tornare in piazza smorzata dalle notizie che arrivano dal fronte di guerra». L’alba del primo giorno di Primavera del 2022 è un’enorme bandiera arcobaleno che si srotola da Piazza Plebiscito, a Napoli, fino ad arrivare nella periferia di Gerocarne, in provincia di Vibo Valentia (in copertina). Mondi diversi, simili problemi, stesse persone. «La stragrande maggioranza di loro non conosce la verità e molti di voi la conoscete. Vi prego, date un segno perché loro hanno bisogno di questa verità, solo così si può costruire giustizia. Pensateci, solo così ne vale la pena». Don Luigi Ciotti, presidente e fondatore dell’associazione Libera e del Gruppo Abele chiude così il suo discorso dalla piazza partenopea scelta come luogo di ritrovo principale, in Italia, per la XXVII “Giornata della memoria e dell’impegno nel ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Una ricorrenza incisiva nel suo significato, come dimostrato appena quattro anni fa, quando a Locri erano arrivate 25mila persone e con loro lo sdegno dei detrattori che rivolgendosi allo stesso don Ciotti avevano dato lui dello “Sbirro”, imbrattando i muri della città e il volto di una comunità che negli anni ha dimostrato di volersi emancipare da queste dinamiche. La memoria pesa, perché da un lato tiene vivo il ricordo e l’azione mentre dall’altro rammenta le proprie responsabilità a quanti mantengono le mani grondanti sangue innocente. In quella stessa Calabria, anche quest’anno le piazze hanno risposto.

«Accendere i riflettori su luoghi che sono meno “periferia” di quanto si credono»

Piazza Prealpi, a Milano, dista circa 1.169 chilometri dalla piazza di Gerocarne, paesino di circa 2mila abitanti sul versante tirrenico delle Serre vibonesi. Due poli non casuali, tanto che la distanza finisce per accorciarsi se si prendono a riferimento nomi e storie che caratterizzano quei luoghi. «Siamo nella piazza dove è stata uccisa Lea Garofalo, e questa piazza è rimasta calda anche oggi – ha detto la referente di Libera Milano, Lucilla Andreucci. – I mafiosi succhiano il sangue alla democrazia, corrompono e intimidiscono ma il nostro consenso non lo avranno mai». Il sangue di Lea Garofalo, originaria di Petilia Policastro, così come quello di Filippo Ceravolo, ricorda le atrocità compiute negli anni dalla ‘ndrangheta. «La scelta di Gerocarne non è stata per nulla casuale, in un contesto sociale fortemente condizionato dalla presenza della criminalità organizzata», dice Giuseppe Borrello, coordinatore provinciale di Libera Vibo Valentia. «Il 21 marzo dev’essere anche un’opportunità per riaccendere i riflettori sui territori che vivono situazioni e contesti particolari, che richiedono la necessità di una presenza forte dello Stato». Lungo è il percorso che ha condotto alla giornata di oggi, che ha riempito le piazze. Parte dai banchi di scuola per proseguire anche oltre la ricorrenza onde evitare di essere lasciato a metà. «Bisogna dare continuità – continua Borrello – perché territori come Gerocarne si sentano meno periferia di quello che in realtà sono». La piazza ha risposto positivamente sebbene siano state tangibili, anche oggi, le difficoltà di quel contesto sociale. «C’è molto da lavorare, ma il messaggio è stato lanciato». Molti i familiari delle vittime presenti e grande l’emozione dei più giovani nell’ascoltare le loro testimonianze. «Queste iniziative servono a creare la giusta consapevolezza in contesti difficili».

La lettura dei 1.055 nomi nelle piazze calabresi

Il parco delle Biodiversità di Catanzaro è il luogo designato nel capoluogo per la lettura dei nomi delle vittime. Oltre mille di cui 119 donne e 122 minori. Più di duecento quelle di ‘ndrangheta. Negli anni diventato sempre più folto a testimonianza di un fenomeno tutt’altro che sopito, allargato a giornalisti di respiro internazionale, decine di migranti morti di “caporalato”, persone sulle cui storie non si conosce ancora una verità giudiziaria. «Il tema scelto quest’anno è “terra mia, coltura e cultura”, per ripartire dalla terra e da due parole differenziate solo da una vocale, ma che rimandano entrambe ai semi delle nostre coscienze», dice Elvira Iaccino, referente provinciale di Catanzaro.
In occasione del venticinquesimo anniversario anniversario dell’associazione l’appuntamento unico sarebbe dovuto essere quello di Palermo, ma il Covid bloccò l’iniziativa che in questi ultimi anni ha risentito delle restrizioni indotte dalla pandemia. «È bello rivedere i ragazzi – dice ancora Iaccino – la Dad è stata difficile per loro e riaverli qua è una cosa molto importante. È da loro che bisogna ripartire».

L’incontro in Corte d’Appello a Reggio Calabria

Le iniziative non mancano, soprattutto quelle istituzionali com’è il caso di Reggio Calabria, dove alcuni rappresentanti del coordinamento cittadino dell’associazione hanno incontrato in Corte d’Appello Istituzioni e autorità cittadine. «È un dovere collettivo sottrarre dall’oblio i nomi delle vittime innocenti. – si legge in una nota dell’associazione con le parole di Lucia Lipari – Occorre sentire viva la necessità di continuare a fare memoria, di prestare la nostra voce, il nostro impegno».

Sempre in provincia di Reggio, sono invece previsti una serie di appuntamenti che vanno dagli incontri con gli studenti, come quello organizzato al Liceo scientifico “Guerrisi” di Cittanova, fino all’inaugurazione del  murales dedicato alle vittime a Giffone e la commemorazione istituzionale di Polistena alla stele in memoria delle vittime innocenti delle mafie. «Il 21 marzo – scrive sui propri social il vicesindaco Giuseppe Politanò – è la memoria collettiva di un Paese che riconosce la sua stessa storia nelle storie delle vittime innocenti delle mafie».

Don Ciotti: «Ci sono 34 guerre nel mondo, ma parliamo solo di una»

Alcuni familiari delle vittime calabresi sfilano alla manifestazione di Napoli

«Guerre, mafie e ingiustizie sono frutti malati di coscienze assopite». Il discorso di don Luigi Ciotti dopo la lettura dei nomi inizia inevitabilmente dai conflitti in atto, non soltanto in Europa. «Mancanza di lavoro, povertà educativa, dispersione scolastica, insufficienza culturale, degradazione dei diritti sono figli di un individualismo anticomunitario, competitivo, violento alla radice». E così come le guerre, «anche le mafie sono figlie dell’ignoranza e del delirio di onnipotenza dell’io». L’idolatria del denaro e del potere. «L’io non sa amare, ma solo uccidere, prevaricare, escludere. È frutto di tanti silenzi» come quelli di chi tace che i conflitti internazionali oggi attivi siano 34. «Oggi abbiamo una guerra alle porte di casa nostra – continua don Ciotti – ma perché non abbiamo messo testa alle altre 33 guerre che ci hanno accompagnato e ci accompagnano? Non parliamo degli altri conflitti perché non toccano i nostri interessi». Uno dei mali principali è dunque l’omertà, «la più difficile da sconfiggere», ormai radicata nel tessuto sociale. «È l’omertà che uccide la libertà e la speranza. Ci sono persone che continuano a provare a depenalizzare i reati nella propria coscienza, a praticare una legalità sostenibile, malleabile, fondata sulle convenienze e non sull’ideale autentico di giustizia».

Il coordinamento del familiari delle vittime della Piana a Napoli

«La parola “antimafia” vada in quarantena prolungata»

Il presidente di Libera cita ancora una volta i «professionisti della lamentela, i mormoranti» ed offre un importante spunto, come già nell’anno passato, che è spinta per il ripensamento del mondo – e prima ancora dell’approccio – dell’“Antimafia”, specie sociale. Anzi, don Ciotti sottolinea come si renda necessario mettere il termine stesso, antimafia, «in quarantena prolungata» perché non può essere «una carta d’identità da esibire, ma un fatto di coscienza che dovrebbe condurre condotte e fatti conseguenti». «C’è forse qualcuno che si dichiara apertamente a favore delle mafie? – aggiunge – Nessuno. Ma ce ne sono anche se non lo dicono. Di questo consenso unanime e preventivo alcuni hanno approfittato per farsi “cavallo di Troia” del malaffare».
Bisogna avere «la consapevolezza che i nostri impegni sono importanti, ma sono oggi insufficienti. Dobbiamo trovare risposte e azioni comuni. I nostri impegni oggi non reggono più l’urto del tempo. C’è la trappola delle abitudini, dei recinti dell’autoreferenzialità. Anche i nostri mondi devono fare un esame di coscienza: è il coraggio di riconoscere i nostri limiti che aiuta a costruire nuove strade. Se si perde il coraggio dell’autocritica si perde la capacità di guardare lontano».

Il discorso di don Luigi Ciotti in diretta da Napoli

Liberi di scegliere e l’appello ai ministeri. «Non bastano le firme, serve vogliamo le leggi»

Don Ciotti cita la celebre massima di Falcone sulla “sacralità delle istituzioni”, si riferisce alla cultura come «primo nemico del male mafioso» e sottolinea l’insufficienza dei procedimenti penali a fermare mafie e corruzione. Ecco perché uno spunto particolare viene dedicato al protocollo “Liberi di scegliere”, che dal tribunale minorile di Reggio Calabria fino al resto d’Italia sta dando a donne e minori cresciuti nei contesti di mafia la possibilità di aspirare a una nuova vita. «Diversi ministeri – dice il presidente di Libera – hanno fatto la gara per firmare il protocollo. A sborsare i soldi però, per accompagnare queste donne e questi minori, inserirli, trovare loro una casa, è stata solo la Cei. Non basta mettere firme – che firmino un assegno allora, per portare avanti i progetti –. Vogliamo che ci sia un meccanismo legislativo, queste donne non chiedono soldi: chiedono un cambiamento anagrafico perché non vengano rintracciate, non sono collaboratrici o testimoni, vogliono solo dire basta e non vogliono che le mafie rubino la loro vita e i loro sogni. È una battaglia da fare e queste persone da anni attendono risposta». (redazione@corrierecal.it)

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