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Tra paura e rinascita, la tv australiana racconta la lotta della Calabria contro la ‘ndrangheta

Il reportage di Abc. Gratteri: «Stiamo parlando di uno Stato dentro lo Stato». Le testimonianze delle vittime e la speranza di reagire

Pubblicato il: 22/04/2022 – 12:03
Tra paura e rinascita, la tv australiana racconta la lotta della Calabria contro la ‘ndrangheta

CATANZARO È quasi inevitabile, per spiegare la ‘ndrangheta a un pubblico distante migliaia di chilometri, un passaggio in quella che Nicola Gratteri definisce «la più grande aula bunker nel mondo occidentale». Il processo Rinascita Scott è tappa obbligata anche per “Foreign Correspondent”, trasmissione di riferimento per gli esteri del network australiano Abc. Fran Kelly e Marina Freri si muovono in Calabria tra le storie delle famiglie mafiose, delle loro vittime. E del procuratore che lotta contro i clan.   
«È un processo importante – dice Gratteri riferendosi a Rinascita Scott – non per i numeri ma perché dà la possibilità di spiegare come la ‘ndrangheta sia in relazione con pezzi delle istituzioni e della classe dirigente». L’inviata documenta la vita di Gratteri, le difficoltà di movimento, il costante confronto con la paura. «C’è sempre paura, devi sempre stare attento», dice il magistrato. «In pratica devi domare la paura e parlare con la morte». Nel suo ufficio di Catanzaro, Gratteri spiega: «Sono stato fortunato perché sono nato in una famiglia di persone oneste», dice. «Se fossi nato in un’altra famiglia, forse oggi sarei un boss mafioso». Invece oggi la ‘ndrangheta lo teme mentre cerca di «fare qualcosa di concreto per la mia terra».  Il procuratore, tornando al processo contro la cosca Mancuso, spiega che il capoclan Luigi «ha frequentato persone importanti, nella società civile, nel mondo politico, nelle istituzioni». Oggi le cosche «più che del narcotraffico si interessano della vita sociale e politica di un territorio. Stiamo parlando di uno Stato dentro lo Stato formale».  

L’appartamento «rubato» dall’affiliato al clan Mancuso

Vittoria Sicari

Il viaggio continua nell’appartamento all’ultimo piano di Vittoria Sicari a Vibo Marina: la distesa azzurra del Mar Tirreno si protende all’orizzonte. Ma a Vittoria quell’appartamento è stato portato via con una scusa da un affiliato dei Mancuso. Secondo Vittoria, alla fine degli anni ’90, mentre si preparava a vendere l’immobile, un uomo si presentò per un sopralluogo. Quando ha fatto un’offerta, però, tutti gli altri acquirenti hanno perso improvvisamente interesse. L’uomo si è trasferito con la famiglia senza pagare l’appartamento e, dopo oltre due decenni, è ancora lì. «L’ha letteralmente rubato», dice. E quando Vittoria ha cercato di farlo sfrattare, l’ha minacciata: «Mi ha detto: “Se non smetti di perseguitare me e la mia famiglia, perché questo appartamento è mio, non tuo, ti uccido”». Ora Vittoria ha trovato un avvocato, dopo 15 anni. Giovanna Fronte la assiste e spera che «il territorio possa risvegliarsi dal torpore. Il fascino della ‘ndrangheta è che si cela dietro una forma di perbenismo che fa emergere consenso nel contesto sociale in cui opera». 

«Ho paura, ma dobbiamo reagire»

In realtà il controllo nella provincia di Vibo Valentia è totale e chi vi si oppone, a volte, semplicemente scompare. È anche per questo l’attenzione su Rinascita Scott è così pressante.  «Qui lo Stato sta riguadagnando terreno», dice Giuseppe Borrello, attivista antimafia di Vibo Valentia. Dice che il cosiddetto “maxi-processo” ha rafforzato la fiducia nella capacità dello stato di proteggere le persone, dopo decenni vissuti nella paura e nel silenzio. Vittoria Sicari, che finalmente si è assicurata un avvocato, è tra coloro che intendono testimoniare al processo. «Naturalmente, ho paura», dice. «Ma se la gente non reagisce… la ‘ndrangheta continuerà ad allungare i suoi tentacoli come una piovra, e noi non saremo mai liberati». È una sfida difficile. Torniamo alle parole di Gratteri: «La ‘ndrangheta diventa il senso della vita», dice Gratteri. «Abbiamo diversi esempi di persone che hanno dovuto uccidere altri parenti per salvare l’onore della famiglia e per proteggere l’organizzazione».

«Ho visto mio figlio e mio marito bruciare»

I Mancuso non fanno eccezione. E i loro tentacoli si estendono dappertutto.  Prima del blitz Rinascita Scott, «Gratteri ha chiamato nel suo ufficio tutti i vertici dell’operazione», dice il colonnello Bruno Capece, capo dei Carabinieri di Vibo Valenti. «Ci ha detto che l’operazione avrebbe dovuto essere anticipata di un giorno, c’erano state fughe di notizie e c’era il rischio che le persone potessero fuggire». Dopo il blitz «la popolazione ha provato un senso di liberazione», spiega ancora il militare. Ma in provincia di Vibo rifiutare di abbassare la testa è pericoloso. Ce lo dice la storia di Rosa Scarpulla e di suo figlio Matteo Vinci, ucciso nell’esplosione di un’autobomba a Limbadi.  Per anni Sara ha osservato i Mancuso fagocitare le fattorie vicine alla sua proprietà. «Siamo circondati dai Mancuso», dice, indicando il mosaico di boschetti nelle colline circostanti. «Non hanno mai pagato per i terreni presi dalle persone». Il rifiuto di Sara e della sua famiglia è costato la morte a Matteo. «È stato terribile – dice Scarpulla ricordando il giorno dell’attentato – vedere suo padre bruciare lì e sapere che mio figlio era dentro l’auto».

«Ora sono prigioniero dello Stato»

Lo scorso dicembre Rosaria Mancuso, nipote di Luigi Mancuso, è stata condannata all’ergastolo per aver ordinato l’attentato con l’autobomba. Anche Carmine Zappia ha scoperto quanto può essere costoso liberarsi dalla rete mafiosa. I Mancuso gli mandarono Antonio, fratello di Luigi, come esattore. Gli chiese di pagare 5.000 euro al mese. «Dalle parole del boss, ho capito che non ci sarebbe stata fine ai pagamenti», dice. Quando l’imprenditore non poté più permettersi di pagare, denunciò tutto ai Carabinieri. E la decisione gli ha rovinato la vita. «La città ha reagito male», dice Carmine. Ora è sotto protezione 24 ore su 24. «Prima ero prigioniero della ‘ndrangheta, ora, con la protezione, sono diventato prigioniero dello Stato. Ma è sempre meglio essere seguito dai carabinieri che dai mafiosi». Carmine dice che è fondamentale porre fine al ciclo di violenze che tiene Vibo Valentia in uno stato di paura, ma ciò può accadere solo se un numero sufficiente di persone si fa sentire. «Forse finirà davvero – dice –. Se saremo in tanti, non dovremo camminare con la protezione».

La via giudiziaria e la società civile

Alessandra Dolci

Qui si inserisce, nel ragionamento di Foreign Correspondant, l’interrogativo chiave, e cioè se la via giudiziaria possa portare un vero cambiamento. 
Alessandra Dolci, magistrato milanese che da 20 anni indaga sulla ‘Ndrangheta, ne conosce metodi e meccanismi. «La ‘ndrangheta non ha un comandante in capo», dice. «Ma ha una sorta di consiglio direttivo, che ne regola le strategie nazionali. È composto da persone che ogni anno vengono elette in questo organo di coordinamento. Pensavamo di aver inferto un colpo mortale alle famiglie di ‘ndrangheta con Infinito Crimine ma così non è stato, sono resilienti». Quando una famiglia ha problemi con la legge, un’altra è pronta a prendere il suo posto. Difficile, dunque, che i processi da soli possano sconfiggere la ‘ndrangheta. Nicola Gratteri conosce l’obiezione. Ma ribatte che spetta alla società civile «occupare subito quegli spazi vuoti».
Per Gratteri non c’è altra alternativa che andare avanti con il maxiprocesso e con la sua battaglia per il cambiamento della Calabria, anche a caro prezzo della propria libertà. «Se dovessi smettere oggi, mi sentirei un codardo», dice. «E per me non ha senso vivere come un codardo». (redazione@corrierecal.it)

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