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«Talarico sapeva bene a chi “affidarsi”». Le motivazioni della sentenza che condanna l’ex assessore regionale

Inflitti cinque anni per voto di scambio politico-mafioso. Il gup: «Era pienamente consapevole della posta in gioco e del tornaconto da assicurare»

Pubblicato il: 29/04/2022 – 21:03
di Alessia Truzzolillo
«Talarico sapeva bene a chi “affidarsi”». Le motivazioni della sentenza che condanna l’ex assessore regionale

CATANZARO «Talarico sapeva bene a chi “affidarsi” ed era pienamente cosciente, essendo emerso in plurimi passaggi intercettivi, qual era la posta in giuoco e quale era il tornaconto, in termini di utilitas, che avrebbe dovuto assicurare». Così il gup Simona Manna nelle motivazioni della sentenza d’abbreviato “Basso Profilo” emessa lo scorso 28 ottobre e che ha portato alla condanna a cinque anni di reclusione per il reato di scambio elettorale politico-mafioso l’ex assessore regionale al Bilancio Francesco Talarico coinvolto nell’inchiesta della Dda di Catanzaro – rappresentata in aula dai pm Paolo Sirleo e Veronica Calcagno – incentrata sugli illeciti rapporti tra le cosche crotonesi con imprenditori di spessore ed esponenti della pubblica amministrazione collusi con le organizzazioni criminali.

Dall’affare in Alabania ai contatti con Talarico

L’affare doveva essere quello di aprire in Albania una filiale della ditta dell’imprenditore Antonio Gallo specializzata in fornitura di materiali per l’antinfortunistica, con l’appoggio di personaggi politici di rilievo regionale che avrebbero assicurato di intercedere con pubblici ufficiali in servizio presso enti pubblici. Nell’affare si inseriscono Ercole D’Alessandro, all’epoca dei fatti Luogotenente della Guardia di Finanza, in servizio presso il Nucleo di polizia economico finanziario che vantava contatti con l’Albania, il figlio Luciano D’Alessandro, l’ex consigliere comunale di Catanzaro Tommaso Brutto, il figlio Saverio Brutto, ex consigliere comunale di Simeri Crichi (tutti imputati nel processo con rito ordinario), Antonino Pirrello (condannato a 4 anni di reclusione in abbreviato) avrebbe promesso favori ed entrature nel settore degli appalti e l’ex assessore al bilancio della Regione Calabria, e candidato alle elezioni politiche del 2018, Francesco Talarico (condannato a cinque anni in abbreviato). Ai sette imputati viene contestata l’associazione per delinquere dalla quale il gup assolve Talarico e Pirrello affermando che «pur ritenendo configurabile una embrionale associazione a delinquere» o meglio un «“comitato d’affari”, come è stato definito dagli inquirenti, a cui hanno preso parte alcuni degli imputati sopra indicati – ossia Gallo Antonio, Brutto Tommaso, Brutto Saverio e D’Alessandro Ercole – esclude la partecipazione alla stessa da parte degli imputati giudicati nel procedimento odierno Pirrello Antonino e Talarico Francesco che, dunque, vanno assolti in relazione a tale contestazione, per non aver commesso il fatto».
Il 22 giugno 2017 veniva costituita una società nella quale apparivano come soci Antonio Gallo, Saverio Brutto, Luciano D’Alessandro. La società, com’era in progetto doveva occuparsi di una nuova sede, in Albania, dell’attività antinfortunistica riconducibile al Gallo. Il 28 giugno 2017 Tommaso Brutto incontra Francesco Talarico «all’epoca dei fatti segretario regionale dell’Udc, assessore al bilancio della Regione Calabria e candidato alle elezioni politiche del 2018» negli uffici della società Az dell’imprenditore catanzarese Floriano Noto. Tommaso Brutto manifesta a Talarico la sua preoccupazione «circa la necessità di reperire attività lavorativa per il figlio Saverio Brutto e partecipava la sua intenzione di chiedere a Lorenzo Cesa un posto di lavoro per il figlio (“un incarico politico a livello di europarlamento dove una volta che tu lo prendi non te lo cacciano più…”). Francesco Talarico, nel corso del dialogo, chiedeva al Brutto come stesse andando “quella cosa in Albania”. Brutto replicava “l’abbiamo fatta però Frà ma non sappiamo come va come non va.. ” e, riferendosi alla persona del “comandante” Ercole D’Alessandro, noto a Talarico, diceva che aveva accettato di prendere a lavorare il figlio nell’affare albanese appena avviato (“gli ho accettato il figlio in società, hai capito cosa ho fatto?”). Entrambi elogiavano, la figura di Antonio Gallo, quale soggetto fondamentale nella riuscita dell’“affare”. Emblematico del metodo di azione ideato dal sodalizio per ottenere commesse in Albania, è il chiaro riferimento all’elargizione di mazzette e tangenti». Talarico dice che è sicuro e che Lorenzo Cesa, da parlamentare europeo, può creare buoni contatti direttamente con parlamentari europei. Brutto replica: «Questo è pure importante eh… una cosa è che ti crea un contatto Cesa in Albania… che là non è come qua, un ministro in Albania gli molli…». «Uuuuhhh corruzione totale», gli fa eco Talarico. 

L’appoggio elettorale di Gallo a Talarico

«In sostanza – scrive il gup Simona Manna –, dapprima Saverio e Tommaso Brutto proponevano a Talarico l’appoggio di Gallo in cambio di contatti con Lorenzo Cesa e con Franco Lotito, al fine di sostenere le iniziative economiche intraprese in Albania dai Brutto e dal Gallo», in seguito emergerà dalle indagini come «Gallo avesse accettato di sostenere la candidatura di Talarico avvalendosi dei suoi contatti nel territorio reggino, accordandosi con esponenti politici locali, tra cui l’ex senatore Antonio Caridi e lo zio di questi, Bruno Porcino, nonché con titolari di attività imprenditoriali, tra cui Antonino Pirrello e Natale Errigo, organizzando anche un incontro a Roma tra questi ultimi e Talarico, in occasione del quale Pirrello ed Errigo promettevano i loro voti in cambio dell’appoggio istituzionale del Talarico».
Caridi era stato testimone di nozze di Gallo ed era stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per il coinvolgimento nell’operazione di polizia giudiziaria denominata “Mammasantissima” e coordinata dalla Dda di Reggio Calabria.
«Tale accordo veniva ribadito ulteriormente – ravvisa il gup –, ed in maniera più esplicita, nel corso del successivo incontro avvenuto a Reggio Calabria nel gennaio del 2018 e di quello a Roma nel febbraio 2018 tra Gallo ed Errigo, in cui quest’ultimo chiedeva espressamente un incarico in un organismo di vigilanza o in una società, facendo riferimento alle potenzialità nella raccolta di voti che si prospettavano “muovendo” la sua “famiglia”. Il Gallo ribadiva al Talarico di non dimenticarsi dell’appoggio che lui e gli altri soggetti gli stavano fornendo. I Brutto e Gallo trascorrevano, infine, la notte seguente alla chiusura delle elezioni presso la segreteria politica del Talarico, a riprova dell’appoggio fornito; quest’ultimo, pur conseguendo un risultato significativo in un territorio diverso da quello di sua provenienza, Lamezia Terme, non riusciva per pochi voti a conquistare il seggio».
«Gallo confidava di potersi avvalere del bacino elettorale di Caridi – è scritto in sentenza – in vista delle elezioni del 4 marzo 2018. Risulta che il Gallo abbia incontrato in più occasioni lo zio del Caridi, Bruno Porcino (in una occasione in compagnia dello stesso Talarico) formulandogli in termini progressivamente più espliciti una richiesta di appoggio elettorale, oltre che di voto di soggetti (come Domenico Laganà, ex autista del Caridi, e Giuseppe lero, suo portavoce) che chiedevano di essere da lui autorizzati. Il Porcino, apparso estremamente cauto e restio ad attivarsi per procurare voti al Talarico, verosimilmente alla luce del recente coinvolgimento del nipote nelle indagini della Dda di Reggio Calabria, e non volendo esporsi in quel delicato momento, ha comunque infine rassicurato il Gallo che avrebbe invitato i propri familiari a votare per il Talarico».

Nessuna raccolta voti dove ci sono i carabinieri

Nel corso di un incontro tra Gallo, Talarico e Pirrello quest’ultimo specifica l’opportunità di evitare di recarsi a cercare voti in una data zona, in quanto contrassegnata da una intensa presenza di forze dell’ordine sul territorio.
Gallo chiede a Pirrello perché Platì non va bene.
«Ma neanche gli porto il biglietto», afferma Pirrello «sai come sono lì i Cara… (Carabinieri ndr) con i fari… (i riflettori puntati ndr)». In un’altra conversazione Natale Errigo spiega a Gallo: «cChe voti ho? tutta la mia famiglia Antonio… gli amici stretti… ad Archi (quartiere alla periferia nord di Reggio Calabria, storica roccaforte delle famiglie ‘ndranghetistiche de Stefano e Tegano)… capito che ti voglio dire?… io scendo due giorni prima pure… per andare a raccogliere un po ’ di voti… la gente mista chiamando Natale a chi dobbiamo votare?’… sabato mattina prima di andare a votare andiamo da Franco Talarico… io posso garantirti… e ti dico pure i nomi delle sezioni… ad archi (quartiere periferia nord di Reggio Calabria, storica roccaforte clan de stefano)… dove io non parlo né di 100 né di 500… la mia famiglia, ci muoviamo sempre in trenta quaranta… onestamente… poi possiamo stare qui a dirci tutto quello che vogliamo… io quando mi viene nella testa, mi gira nella testa chiamo a questo e mi presento mi ha dato il numero Franco Talarico… quando mi gira, quando mi pare a me… nel frattempo prendo l’impegno personale di appoggiare tutto quello che gira su Franco Talarico… come non ci fa quello che ci deve fare… io vengo da te… io vengo da te…»

«Talarico sapeva bene a chi affidarsi»

Secondo il gup «non si condividono i rilievi difensivi, volti a sostenere la liceità degli accordi intercorsi, poiché non si spiegherebbe altrimenti il chiaro discorso fatto dal Gallo al Talarico, alla presenza del Pirrello, circa le conseguenze pregiudizievoli nei suoi confronti nel caso in cui il Talarico, una volta eletto, non avesse onorato i patti. Non avrebbe senso l’atteggiamento di enorme prudenza spiegato dagli imputati, i quali dichiaravano di evitare di soffermarsi su comuni dove alto era il controllo delle forze di polizia. Se le intenzioni fossero state assolutamente nobili e trasparenti, i soggetti avrebbero in maniera altrettanto trasparente sostenuto la campagna elettorale del politico ovunque […] Il Talarico sapeva bene a chi “affidarsi” ed era pienamente cosciente, essendo emerso in plurimi passaggi intercettivi, qual era la posta in giuoco e quale era il tornaconto, in termini di utilitas, che avrebbe dovuto assicurare. Utilitas che avrebbe dovuto garantire a più soggetti». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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