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«Sanità tornata indietro di 40 anni. Il Pnrr? Può aiutare, ma servono contenuti»

Intervista all’ex primario di Cosenza De Giacomo. Dagli ospedali «aperti per esigenze elettorali» ai consigli per Occhiuto («si circondi di persone capaci che pensano ai pazienti»). Il disastro del…

Pubblicato il: 11/05/2022 – 7:21
di Emiliano Morrone
«Sanità tornata indietro di 40 anni. Il Pnrr? Può aiutare, ma servono contenuti»

COSENZA Dal 2010 al 2021 il dottore Emilio De Giacomo ha fatto il primario urologo nell’ospedale di Cosenza. Con lui abbiamo affrontato diversi argomenti, nell’intervista che vi proponiamo: dall’esigenza di riqualificare gli ospedali hub a quella di riorganizzare la rete dell’assistenza ospedaliera; dalle criticità dell’Urologia pubblica cosentina al richiamo ad una programmazione sanitaria secondo i dati epidemiologici e i fabbisogni; dalla necessità di assumere e formare il personale a quella di creare poli oncologici di eccellenza; dai nuovi decreti sugli standard assistenziali all’importanza di potenziare gli ospedali montani. De Giacomo ha voluto infine dare alcuni consigli al commissario alla Sanità calabrese, il presidente della Regione, Roberto Occhiuto.

Emilio De Giacomo

Dove sta andando la sanità in Calabria, dopo 12 anni di commissariamento e due decreti specifici?
«Non sono molto ottimista su un reale cambio di passo, dopo 40 anni di sanità pubblica vissuta in prima linea a lottare ogni giorno per ottenere il minimo presidio indispensabile. Ora il personale è ridotto all’osso e in Pronto soccorso sono state privilegiate assunzioni a tempo, servite solo come trampolino di lancio nei reparti e non come sistemazione definitiva dell’organico. Oggi la situazione è esattamente uguale a 30, 40 anni fa, quando il Pronto soccorso andava avanti con ordini di servizio, preferendo prestazioni aggiuntive all’assunzione di nuovi medici, con l’avvallo dei sindacati. C’è stata inadeguatezza e incapacità di programmazione da parte dei commissari ad acta e dei commissari aziendali, inviati senza alcuna capacita gestionale. Costoro hanno pensato di lasciare tutto fermo, cercando soltanto di far quadrare i conti. Inoltre i due decreti Calabria hanno assestato il colpo di maglio definitivo alle condizioni già disperate del sistema sanitario regionale. La carenza di personale, il clientelismo, la scarsa professionalità, l’incompetenza, il lassismo morale e l’indifferenza la fanno da padroni. Tra lotte intestine di soggetti che mirano solo ad aprire spazi per orticelli personali e gente inadeguata e posizionata per mantenere il tutto nella stabilità assoluta, l’ultimo problema per la politica è il malato con le sue esigenze e i propri bisogni. Senza una svolta reale, il Servizio sanitario regionale andrà sempre più ai margini e sarà ancora più dipendente da altre realtà extraregionali. Aver consentito con la famigerata Quota 100 che tante figure apicali andassero in pensione è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso».

Qual è la situazione degli ospedali cosiddetti Hub?
«Il fallimento del filtro territoriale e l’inutilità degli ospedali spoke, per come come concepiti, hanno portato ad un intasamento degli ospedali hub, la cui funzione principale è stata snaturata nel tempo. Da ospedale multispecialistico in grado di fornire eccellenza e qualità come nel resto dell’Italia, l’Hub calabrese è diventato un posto per pazienti anziani e cronici. Così sono aumentate le liste di attesa di pazienti in elezione, tra i quali anche molti neoplastici non urgenti, costretti a migrare fuori regione. Un ospedale hub dovrebbe garantire solo i pazienti acuti ed urgenti che giungono al Pronto soccorso e non quelli che hanno piccole patologie risolvibili a domicilio o negli Spoke, divenuti perlopiù centri di smistamento verso gli Hub. Speriamo che il nuovo decreto 71 risolva definitivamente questa problematica, anche se personalmente sono scettico, perché ci sarà un problema di assunzione di responsabilità, un problema di esperienza e di competenza. Altissima chirurgia, trapianti e chirurgia robotica non possono convivere con la cura delle piccole patologie. La tecnologia laser e la robotica dovrebbero trovare spazio immediato in un ospedale hub, garantendo in loco le stessa potenzialità di un centro extraregionale. Eppure, quando ho prospettato l’acquisizione di un robot Da Vinci per l’ospedale di Cosenza, ormai indispensabile in quanto apparecchiatura mutidisciplinare e perché tanti pazienti emigrano al Nord solo per operarsi con il robot, sono stato apostrofato dal commissario di turno». 

Lei è stato primario dell’Urologia di Cosenza. Oggi in quel reparto viene ricoverato soltanto chi sta malissimo. Come mai c’è stata una riduzione dei posti letto? Che cosa vuol dire, al riguardo, al commissario alla Sanità calabrese?
«Ritengo che questa disciplina sia poco considerata in Calabria, specie nella provincia di Cosenza, la più popolosa della regione con circa 800mila abitanti. Questo fatto è assurdo, se si pensa che l’età media della popolazione è in netto aumento e le patologie urologiche abbracciano proprio questa fascia di popolazione. L’urologia è la branca che più di ogni altra ha risentito dello sviluppo tecnologico, ma non ha trovato a Cosenza un’adeguata risposta da parte di coloro che hanno gestito la sanità pubblica. Non credo di dire un’eresia, se affermo che buona parte della migrazione sanitaria è rappresentata da pazienti urologici. Prima della pandemia da Covid, come Urologia di Cosenza eravamo riusciti ad ottenere 13 posti letto dopo tante lotte e battaglie. Con l’arrivo del virus i posti sono stati ridotti a otto. Perciò abbiamo potuto ricoverare e operare solo pazienti affetti da neoplasie improcrastinabili, con il rinvio di gran parte della patologia non urgente. I posti letto sono stati tagliati sulla carta, senza alcuna programmazione e senza tener conto di risultati, dati, liste d’attesa e del fatto che, invece, proprio perché unico reparto della provincia, bisognava dare una risposta diversa alla popolazione. Mi auguro che il nuovo commissario ad acta venga adeguatamente informato di queste inefficienze e di questa carenza di tecnologia, che è una delle prime cause della migrazione sanitaria. È semplicemente vergognoso che nel 2022 circa 800mila cittadini possano disporre di una sola Unità di Urologia con otto posti letto, laddove, in altre regioni, lo stesso bacino di utenza ha almeno quattro Unità urologiche».

Come reputa il rapporto tra pubblico e privato in Calabria?
«È estremamente competitivo, laddove dovrebbe essere collaborativo. Basti considerare il ruolo negativo nei ricoveri Covid del privato accreditato, che invece, come tale, avrebbe dovuto dare una grossa mano e non lasciare che i malati si riversassero tutti nel Pronto soccorso dell’Annunziata, con le problematiche che ne sono seguite a discapito dei pazienti affetti da altre patologie. Anche prima della pandemia, il rapporto era di competizione. Il privato era alla ricerca del malato da sottrarre all’ospedale pubblico, che poi doveva risolvere le varie complicanze createsi in ambiente privato, senza dubbio più ricettivo, da un punto di vista alberghiero, per le patologie benigne ed in elezione. Il privato accreditato dovrebbe anche accogliere il malato urgente, anziché lasciare che una mole di pazienti acuti si riversi nelle strutture pubbliche di Pronto soccorso, con il risultato di limitare i posti per la patologia elettiva. È facile in questo modo, per la struttura privata, risultare più ricettiva. Il privato dovrebbe essere del tutto privato, altrimenti esiste ed esisterà sempre uno sbilanciamento a suo favore». 

Quali sono le priorità di intervento? 
«Assumere personale medico e paramedico, avere tecnologie nuove, spazi adeguati e ricettivi anche per i parenti dei pazienti. La carenza di personale è drammatica. Se mancano risorse umane adeguatamente formate, è inutile parlare di aumento di posti di terapia intensiva, che sarebbero estremamente necessari per tante patologie più complesse e gravi come quelle oncologiche, sottoposte ad interventi di alta specializzazione. Si pensi che ad oggi l’assistenza intensiva viene effettuata, dopo un intervento di alta complessità, nel reparto di ricovero ed affidata allo stesso personale che ci lavora, che non ha le competenze adeguate».

Il Pnrr può consentire il potenziamento reale e concreto dell’assistenza sanitaria anche in Calabria? 
«Senza dubbio può servire, in quanto la disponibilità dei fondi è necessaria. Ma il problema è soprattutto di cambio di mentalità, di gente capace di amministrare con competenza e lungimiranza, tenendo conto dei vari aspetti epidemiologici e tecnologici, mirando alla meritocrazia, al senso di appartenenza, all’orgoglio di essere dipendente di una struttura che può fare scuola, come accade in altre regioni. Prima i contenuti, poi i contenitori». 

Che cosa pensa dei nuovi decreti sugli standard di assistenza ospedaliera e territoriale? 
«Vanno nella giusta direzione, aumentando le dotazioni del Territorio e la sua azione di filtro venuta assolutamente meno con gli ospedali spoke. Però il disegno complessivo deve rispondere a regole di efficienza e a numero di personale adeguato, non eccessivo ma per quanto ne occorre. Inoltre il personale deve essere motivato e sostenuto da personale amministrativo, in modo che il dirigente medico pensi alla cura del malato e non alla burocrazia e a tutti gli adempimenti necessari. Quest’ultimo non mi sembra un aspetto di secondaria importanza. Ritengo che si debba redigere un piano sanitario adeguato, che tenga conto delle svariate esigenze del territorio. Si parla di riaprire ospedali inutili, a mio modesto parere, mentre ne basterebbe un numero limitato e con le dotazioni di base, per esempio la Cardiologia interventistica e la Rianimazione, posizionati in maniera equidistante e facilmente collegati all’ospedale hub per le grandi urgenze e le eccellenze sanitarie. Ma la qualità del personale in loco deve consentire di risolvere sul posto le urgenze e le emergenze, in modo da stabilizzare il paziente prima di inviarlo in giro alla ricerca di un posto letto. Bisogna pensare a salvare le vite e a mettere in atto tutte le misure necessarie, a prescindere da campanilismi, nepotismi e clientelismi di sorta. Bisogna allocare le risorse dove servono e sono necessarie, nell’interesse della popolazione e non dei singoli primari che hanno maggior voce in capitolo. Non è più possibile,, ormai prescindere dai dati, dai risultati, dagli obiettivi raggiunti». 

Pensa che le aree ed ospedali periferici possano risentire delle ultime decisioni sulla allocazione delle risorse destinate alla sanità? Ritiene che ci sia una sottovalutazione delle esigenze delle zone montane e delle zone disagiate? 
«Negli anni sono stati aperti molti di ospedali periferici solo sulla base di esigenze clientelari ed elettorali, senza una seria programmazione che tenesse conto di esigenze particolari, come anche geografiche. Il problema delle zone disagiate va affrontato in modo diverso. Non basta chiudere per finta ospedali e riaprirne per finta altri, senza personale e tecnologie adeguate. Bisogna pensare ad un piano sanitario regionale che tenga conto di tanti aspetti particolari, non ultima la dislocazione geografica. Dal mio modesto punto di vista, nella provincia di Cosenza chiuderei definitivamente gran parte degli ospedali. Oltre all’Hub di Cosenza, lascerei aperti, potenziati con tutte le specialità, con le principali tecnologie e con posti di rianimazioni, solo Paola, Castrovillari, Rossano e San Giovanni in Fiore, quest’ultimo per la particolare posizione di montagna. Mi sembra questo un modo razionale e serio di affrontare il problema, ricuperando personale e risorse». 

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